lunedì 6 novembre 2017

Mentana 1867, una memoria "scomoda"


Lyonel Noel Royer (1852-1926), The battle near Mentana
Lo scorso 3 novembre ricorreva il 150° anniversario della Battaglia di Mentana (1867), episodio conclusivo della cosiddetta Campagna dell’Agro Romano, estremo tentativo di Garibaldi di conquistare Roma. La spedizione garibaldini venne fermata dall’esercito pontificio guidato dal generale Hermann Kanzler nel corso di un serrato combattimento che vide anche il concorso pur se limitato di truppe francesi inviate da Napoleone III a difesa di Roma e di papa Pio IX.
Nella percezione odierna, la battaglia di Mentana risulta ridimensionata dagli avvenimenti che appena tre anni portarono alla conquista di Roma il 20 settembre 1870 da parte delle truppe del Regio Esercito. Tuttavia all’indomani della battaglia di Mentana parve a molti che non ci fossero più margini per ottenere l’annessione dell’ultimo lembo dello Stato Pontificio al Regno d’Italia e, conseguentemente, la proclamazione di Roma quale capitale dello stato.
La battaglia di Mentana risultò inoltre una memoria scomoda nel difficile iter di costruzione di una tradizione dell’Unità d’Italia. Non a caso questo fatto d’armi costituisce, dopo le sconfitte del Regio Esercito nel 1866 a Custoza e a Lissa con conseguente tramonto dell’aspirazione regia all’unificazione, la sconfitta definitiva dell’ideale democratico che in quegli anni aveva trovato in Giuseppe Garibaldi, l’esponente più in vista e il condottiero più illustre. Inoltre per Garibaldi lo scontro di Mentana costituisce la prima chiara sconfitta da lui subita sul campo, arrivata peraltro in un momento in cui il suo prestigio era enorme tanto per il ricordo della spedizione dei Mille e la conquista del Regno delle Due Sicilie nel 1860 quanto per aver portato nel 1866 l’unica vittoria sul campo in quel di Bezzecca per le armi italiane nella Terza Guerra d’Indipendenza.
Fa notare opportunamente Mario Scardigli nel suo Le Grandi Battaglie del Risorgimento (BUR 2010, pp. 414-415) come “Di tutto questo grigiore, di questo malinconico crepuscolo, nella storia tradizionale del Risorgimento rimase ben poco. La verità dei fatti venne ampiamente rimaneggiata e abbellita. Così nel racconto destinato ai testi scolastici Garibaldi guidava i suoi eroici volontari nel Lazio e otteneva alcune vittori, per poi cedere solo di fronte alla superiorità tecnologica dei moderni fucili francesi, i famosi Chassepot. Si salvava la reputazione del Generale, il papa e i suoi crociati rimanevano molto defilati, quasi invisibili, il governo italiano non entrava mai in nessuna parte della vicenda e tutti erano contenti”. Vale la pena notare che lo stesso Alberto Mario Banti in un testo importante come manuale di base quale il suo L’età contemporanea. Dalle rivoluzioni settecentesche all’imperialismo (Laterza 2009, p. 290) riassuma l’evento in questi termini “Nel 1867 il secondo tentativo garibaldino viene bloccato a Mentana nei pressi di Roma, da un corpo di spedizione francese, stanziato a Roma a protezione di ciò che restava dello Stato Pontificio…” dando ragione allo Scardigli sulla limitata comprensione dell’evento nel suo insieme.
S. Magro, Battaglia di Mentana, acquerello
La verità storica sugli eventi del 1867 appare diversa e di certo il tentativo di Garibaldi non si ferma ai fatti di Mentana e a quelli precedenti dello scontro di Monterotondo, talvolta ricordati per indicare una vittoria di Garibaldi prima della sconfitta successiva. Semmai questi fatti d’arme s’inquadrano in una campagna più articolata, nota sotto il nome di “Campagna dell’Agro Romano”, iniziata tra la fine di settembre e conclusasi il 3 novembre 1867 con lo scontro di Mentana. È merito di Pietro Pieri nel suo Storia Militare del Risorgimento (1962) aver ricostruito più nel dettaglio gli eventi anche sulla base di un’attenta ricerca bibliografica. Tuttavia la cattura di Garibaldi a Orvieto e la sua rocambolesca fuga da Caprera nei giorni dal 23 settembre al 16 ottobre ha posto spesso in secondo piano le operazioni preliminari della campagna di cui offre un resoconto il Pieri e, più recentemente, Alfio Caruso nel suo Con l’Italia mai! La storia mai raccontata dei Mille del Papa (Longanesi 2015). Una rilettura più attenta degli eventi mostra inevitabilmente un ruolo maggiore dell’esercito pontificio e l’accorta condotta strategica del suo comandante, generale Hermann Kanzler, autore peraltro di un Rapporto alla Santità di Nostro Signore Papa Pio IX felicemente regnante del Generale Kanzler pro-ministro delle armi sulla invasione della Stato Pontificio nell’autunno 1867 (Roma, Civiltà Cattolica 1868), utilissimo per una ricostruzione degli eventi.
Militare poco ricordato, se non in occasione dei fatti d’arme della presa di Roma del 1870, il Kanzler aveva preso parte alla prima guerra d’Indipendenza nel corpo di spedizione pontificio durante il 1848. Nel 1860 si era distinto nella vana difesa dei territori dello Stato Pontificio dalla penetrazione delle forze piemontesi. Comandante in capo delle forze pontificie e ministro delle armi dal 1865 dispiegò ampiamente le sue energie per la ricostruzione dell’esercito quasi annientato dalla sfortunata campagna del 1860. Nel 1867, di fronte alla spedizione garibaldina, il Kanzler ebbe anzitutto il merito di rintuzzare gli attacchi preliminari delle tre colonne preposte da Garibaldi per l’invasione del Lazio: colonna Acerbi su Viterbo, colonna Nicotera su Frosinone, colonna centrale comandata da Menotti Garibaldi su Roma. In seconda battuta il Kanzler seppe tenere a bada qualsiasi tentativo insurrezionale in Roma nell’ottobre 1867, privando così Garibaldi di uno dei prerequisiti per il successo finale. In terza battuta al Kanzler va ascritto il merito di aver respinto definitivamente Garibaldi nello scontro di Mentana.
Occorre notare come, a differenza del generale austriaco Urban nel 1859 nella zona di Varese e del generale borbonico Lanza nel 1860 a Palermo, Kanzler non si lasciò fuorviare dalle manovre di Garibaldi ma attraverso un attento presidio del territorio e un tempestivo sistema d’informazioni ebbe sempre ben chiara la posizione e le mosse del suo avversario.
Altro aspetto fu la capacità di Kanzler di tenere a freno i suoi ufficiali sottoposti più intraprendenti come De Charette dopo gli scontri del 18 ottobre a Monte Libretti contro le forze di Menotti Garibaldi. Non è un aspetto di poco conto se si considera come nel 1860 la superiorità numerica dell’esercito borbonico su quello garibaldino nella battaglia del Volturno, 50000 contro 20000, venne vanificato dal comportamento del generale Von Mechel che agì in ampia indipendenza dal comando del suo superiore generale Ritucci.
La "Croce di Mentana", onoreficenza concessa da Pio IX
ai combattenti dell'esercito pontificio dopo la
battaglia di Mentana
La solidità della condotta strategica del Kanzler contribuì senz’altro a mettere rapidamente in evidenza le carenze organizzative delle forze radunate da Garibaldi, inizialmente piene di slancio ma prive di artiglieria, con armamenti decisamente inadeguati e forze di cavalleria ridotte al lumicino. Occorre notare come le forze opposte partirono alla pari, circa 13000 per parte anche se la ricostruzione offre numeri più fedeli per la consistenza dell’esercito pontificio. Tuttavia al momento decisivo a Mentana la spedizione garibaldina aveva già contato la defezione di almeno metà dell’intero contingente, mentre Kanzler fin dal 28 ottobre poteva contare sull’appoggio del contingente francese. Nelle sue Memorie Garibaldi ricorderà con rammarico le defezioni, ammettendo che i volontari del 1867 non si comportarono bene quanto quelli da lui comandati in altre campagne. Resta tuttavia il fatto che Garibaldi sottovalutò ampiamente le capacità dell’esercito pontificio. Lo stesso combattimento di Mentana fu serrato e a lungo incerto. Ad un tratto le forze garibaldine furono sul punto di credere di essere ad un passo dalla vittoria. Ma nel momento decisivo si fece sentire la superiorità numerica degli avversari e il rapido esaurimento delle forze garibaldine. Garibaldi nelle sue Memorie punta il dito contro la notizia, da lui ritenuta falsa, dell’arrivo di truppe francesi che avrebbero sgomentato i volontari.
La rivalutazione del ruolo dell’esercito pontificio nella campagna e le incertezze della condotta garibaldina ridimensionano e riconfigurano il ruolo del corpo di spedizione francese. Occorre ricordare come le forze francesi che stazionavano a difesa di Roma erano state ritirate nel 1866 in seguito all’applicazione dei protocolli della cosiddetta Convenzione di Settembre del 1864. Solo dopo tre rinvii, il corpo di spedizione, 22000 uomini comandati dal generale de Failly prendono terra a Civitavecchia il 29 ottobre. Non basta, il Kanzler trova il de Failly restio ad impegnarsi contro i garibaldini. Dopo alcune trattative soltanto la brigata del generale de Polhes viene ridispiegata su Roma. Né basta ancora, solo dopo lunghe trattative il Kanzler ottiene dal de Polhes due battaglioni da portare nell’azione decisiva a Mentana. Due battaglioni mantenuti a lungo in riserva e solo alla fine della giornata il Kanzler riesce a convincere il de Polhes ad intervenire. Le tergiversazioni francesi mostrano la volontà di garantire da un lato il papa nella difesa del suo territorio ma d’altro canto anche di cercare di salvaguardare la Convenzione di Settembre e di riflesso i rapporti con lo stato italiano. Occorre infatti notare come dal 1866, dopo aver sconfitto gli austriaci a Sadowa la Prussia si erge sempre più minacciosamente come antagonista della Francia nella supremazia europea. Antagonismo che trova nella guerra franco-prussiana del 1870 la sua conclusione. Di conseguenza i rapporti col Regno d’Italia, alleato nel 1859 con la Francia e nel 1866 con la Prussia, risultavano delicati e al tempo stesso preziosi da mantenere.
A questo punto si inserisce la celebre frase che il generale de Failly fece pervenire in Francia riguardo alle meraviglie compiute dai fucili Chassepot. Lo Chassepot francese, come già il modello Dreyse tedesco, rappresentano un importante evoluzione del fucile e del suo utilizzo. Questi due modelli rappresentano il superamento del fucile ad avancarica, cioè con carica dal lato della bocca, con il metodo a retrocarica, cioè con inserimento dalla culatta ossia la parte posteriore dell’arma. Tale metodo permette una maggiore celerità di carica e, conseguentemente, di tiro nell’ordine di 12 colpi al minuto contro il solo colpo al minuto dei “catenacci” in uso ai garibaldini. Se poi si aggiunge che la portata di tiro dello Chassepot raggiungeva i 1200-1300 metri si ha un più chiara visione di quali meraviglie poteva compiere contro i volontari garibaldini, addestrati più spesso all’assalto alla baionetta che al tiro. Certo le meraviglie dello Chassepot a Mentana risultano limitate se paragonate ai combattimenti di Gravellotte nel 1870. Inoltre lo Chassepot ebbe sempre diffusione limitata nell’esercito francese, oltre a richiedere notevole pulizia e ordine. Per certo, in mano a truppe ben addestrate l’arma diveniva micidiale.
La giornata di Mentana crea almeno fino la 1870 un irrisolvibile impasse politico. Lo Scardigli nota che dopo le sconfitte dell’esercito del Regno d’Italia nel 1866 e il cosiddetto fallimento del “Risorgimento Regio”, nel 1867 la sconfitta a Mentana segna anche la sconfitta del “Risolgimento democratico”. Probabilmente Garibaldi penso di replicare nel 1867 lo schema già usato in Sicilia nel 1860 in occasione della conquista di Palermo. Lo schema venne a cadere per due ragioni: anzitutto per l’accorta strategia di Kanzler e in secondo luogo per la mancata insurrezione di Roma, condizione imprescindibile per la presa della città da parte dei garibaldini.
Resta pertanto da considerare che tra il 1861 e il 1870 solo una forza considerevole negli effettivi e ben organizzata poteva dare l’assalto a Roma. Ma tra il 1861 e il 1870 solo il Regio Esercito possedeva le caratteristiche necessarie per l’impresa. Un intervento del Regio Esercito avrebbe dovuto pur sempre tener conto di una dura resistenza dell’esercito pontificio e di una inevitabile rottura con la Francia che poteva pure portare con facilità ad un conflitto armato. Tale situazione chiara per tutti tra il 1861 e il 1870, ricevette nel 1867 e dalla battaglia di Mentana la conferma che non era più neanche possibile usare come escamotage Garibaldi e i suoi volontari, sperando magari in un crollo subitaneo dello Stato Pontificio come già accaduto al Regno delle Due Sicilie nel 1860. Si capisce così come solo nel 1870 lo stravolgimento dell’equilibrio europeo con la sconfitta francese contro la Prussia portò alla risoluzione di un dilemma, quello di Roma capitali, altrimenti difficilmente risolvibile. 
Emanuele M. Cattarossi