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Lyonel Noel Royer (1852-1926), The battle near Mentana |
Lo scorso 3 novembre ricorreva il 150° anniversario
della Battaglia di Mentana (1867), episodio conclusivo della cosiddetta
Campagna dell’Agro Romano, estremo tentativo di Garibaldi di conquistare Roma.
La spedizione garibaldini venne fermata dall’esercito pontificio guidato dal
generale Hermann Kanzler nel corso di un serrato combattimento che vide anche
il concorso pur se limitato di truppe francesi inviate da Napoleone III a
difesa di Roma e di papa Pio IX.
Nella percezione odierna, la battaglia di Mentana
risulta ridimensionata dagli avvenimenti che appena tre anni portarono alla
conquista di Roma il 20 settembre 1870 da parte delle truppe del Regio
Esercito. Tuttavia all’indomani della battaglia di Mentana parve a molti che
non ci fossero più margini per ottenere l’annessione dell’ultimo lembo dello
Stato Pontificio al Regno d’Italia e, conseguentemente, la proclamazione di
Roma quale capitale dello stato.
La battaglia di Mentana risultò inoltre una memoria
scomoda nel difficile iter di costruzione di una tradizione dell’Unità
d’Italia. Non a caso questo fatto d’armi costituisce, dopo le sconfitte del
Regio Esercito nel 1866 a Custoza e a Lissa con conseguente tramonto
dell’aspirazione regia all’unificazione, la sconfitta definitiva dell’ideale democratico
che in quegli anni aveva trovato in Giuseppe Garibaldi, l’esponente più in
vista e il condottiero più illustre. Inoltre per Garibaldi lo scontro di
Mentana costituisce la prima chiara sconfitta da lui subita sul campo, arrivata
peraltro in un momento in cui il suo prestigio era enorme tanto per il ricordo
della spedizione dei Mille e la conquista del Regno delle Due Sicilie nel 1860
quanto per aver portato nel 1866 l’unica vittoria sul campo in quel di Bezzecca
per le armi italiane nella Terza Guerra d’Indipendenza.
Fa notare opportunamente Mario Scardigli nel suo Le Grandi Battaglie del Risorgimento (BUR
2010, pp. 414-415) come “Di tutto questo grigiore, di questo malinconico
crepuscolo, nella storia tradizionale del Risorgimento rimase ben poco. La verità
dei fatti venne ampiamente rimaneggiata e abbellita. Così nel racconto
destinato ai testi scolastici Garibaldi guidava i suoi eroici volontari nel
Lazio e otteneva alcune vittori, per poi cedere solo di fronte alla superiorità
tecnologica dei moderni fucili francesi, i famosi Chassepot. Si salvava la
reputazione del Generale, il papa e i suoi crociati rimanevano molto defilati,
quasi invisibili, il governo italiano non entrava mai in nessuna parte della
vicenda e tutti erano contenti”. Vale la pena notare che lo stesso Alberto
Mario Banti in un testo importante come manuale di base quale il suo L’età contemporanea. Dalle rivoluzioni
settecentesche all’imperialismo (Laterza 2009, p. 290) riassuma l’evento in
questi termini “Nel 1867 il secondo tentativo garibaldino viene bloccato a
Mentana nei pressi di Roma, da un corpo di spedizione francese, stanziato a
Roma a protezione di ciò che restava dello Stato Pontificio…” dando ragione
allo Scardigli sulla limitata comprensione dell’evento nel suo insieme.
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S. Magro, Battaglia di Mentana, acquerello |
Militare poco ricordato, se non in occasione dei fatti
d’arme della presa di Roma del 1870, il Kanzler aveva preso parte alla prima
guerra d’Indipendenza nel corpo di spedizione pontificio durante il 1848. Nel
1860 si era distinto nella vana difesa dei territori dello Stato Pontificio
dalla penetrazione delle forze piemontesi. Comandante in capo delle forze
pontificie e ministro delle armi dal 1865 dispiegò ampiamente le sue energie
per la ricostruzione dell’esercito quasi annientato dalla sfortunata campagna
del 1860. Nel 1867, di fronte alla spedizione garibaldina, il Kanzler ebbe
anzitutto il merito di rintuzzare gli attacchi preliminari delle tre colonne
preposte da Garibaldi per l’invasione del Lazio: colonna Acerbi su Viterbo,
colonna Nicotera su Frosinone, colonna centrale comandata da Menotti Garibaldi
su Roma. In seconda battuta il Kanzler seppe tenere a bada qualsiasi tentativo
insurrezionale in Roma nell’ottobre 1867, privando così Garibaldi di uno dei
prerequisiti per il successo finale. In terza battuta al Kanzler va ascritto il
merito di aver respinto definitivamente Garibaldi nello scontro di Mentana.
Occorre notare come, a differenza del generale
austriaco Urban nel 1859 nella zona di Varese e del generale borbonico Lanza
nel 1860 a Palermo, Kanzler non si lasciò fuorviare dalle manovre di Garibaldi
ma attraverso un attento presidio del territorio e un tempestivo sistema
d’informazioni ebbe sempre ben chiara la posizione e le mosse del suo
avversario.
Altro aspetto fu la capacità di Kanzler di tenere a
freno i suoi ufficiali sottoposti più intraprendenti come De Charette dopo gli
scontri del 18 ottobre a Monte Libretti contro le forze di Menotti Garibaldi.
Non è un aspetto di poco conto se si considera come nel 1860 la superiorità
numerica dell’esercito borbonico su quello garibaldino nella battaglia del Volturno,
50000 contro 20000, venne vanificato dal comportamento del generale Von Mechel
che agì in ampia indipendenza dal comando del suo superiore generale Ritucci.
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La "Croce di Mentana", onoreficenza concessa da Pio IX
ai combattenti dell'esercito pontificio dopo la
battaglia di Mentana
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La rivalutazione del ruolo dell’esercito pontificio
nella campagna e le incertezze della condotta garibaldina ridimensionano e
riconfigurano il ruolo del corpo di spedizione francese. Occorre ricordare come
le forze francesi che stazionavano a difesa di Roma erano state ritirate nel
1866 in seguito all’applicazione dei protocolli della cosiddetta Convenzione di
Settembre del 1864. Solo dopo tre rinvii, il corpo di spedizione, 22000 uomini
comandati dal generale de Failly prendono terra a Civitavecchia il 29 ottobre.
Non basta, il Kanzler trova il de Failly restio ad impegnarsi contro i
garibaldini. Dopo alcune trattative soltanto la brigata del generale de Polhes
viene ridispiegata su Roma. Né basta ancora, solo dopo lunghe trattative il
Kanzler ottiene dal de Polhes due battaglioni da portare nell’azione decisiva a
Mentana. Due battaglioni mantenuti a lungo in riserva e solo alla fine della
giornata il Kanzler riesce a convincere il de Polhes ad intervenire. Le
tergiversazioni francesi mostrano la volontà di garantire da un lato il papa
nella difesa del suo territorio ma d’altro canto anche di cercare di
salvaguardare la Convenzione di Settembre e di riflesso i rapporti con lo stato
italiano. Occorre infatti notare come dal 1866, dopo aver sconfitto gli
austriaci a Sadowa la Prussia si erge sempre più minacciosamente come
antagonista della Francia nella supremazia europea. Antagonismo che trova nella
guerra franco-prussiana del 1870 la sua conclusione. Di conseguenza i rapporti
col Regno d’Italia, alleato nel 1859 con la Francia e nel 1866 con la Prussia,
risultavano delicati e al tempo stesso preziosi da mantenere.
A questo punto si inserisce la celebre frase che il
generale de Failly fece pervenire in Francia riguardo alle meraviglie compiute
dai fucili Chassepot. Lo Chassepot francese, come già il modello Dreyse
tedesco, rappresentano un importante evoluzione del fucile e del suo utilizzo.
Questi due modelli rappresentano il superamento del fucile ad avancarica, cioè
con carica dal lato della bocca, con il metodo a retrocarica, cioè con
inserimento dalla culatta ossia la parte posteriore dell’arma. Tale metodo
permette una maggiore celerità di carica e, conseguentemente, di tiro
nell’ordine di 12 colpi al minuto contro il solo colpo al minuto dei
“catenacci” in uso ai garibaldini. Se poi si aggiunge che la portata di tiro
dello Chassepot raggiungeva i 1200-1300 metri si ha un più chiara visione di
quali meraviglie poteva compiere contro i volontari garibaldini, addestrati più
spesso all’assalto alla baionetta che al tiro. Certo le meraviglie dello
Chassepot a Mentana risultano limitate se paragonate ai combattimenti di
Gravellotte nel 1870. Inoltre lo Chassepot ebbe sempre diffusione limitata
nell’esercito francese, oltre a richiedere notevole pulizia e ordine. Per
certo, in mano a truppe ben addestrate l’arma diveniva micidiale.
La giornata di Mentana crea almeno fino la 1870 un
irrisolvibile impasse politico. Lo
Scardigli nota che dopo le sconfitte dell’esercito del Regno d’Italia nel 1866
e il cosiddetto fallimento del “Risorgimento Regio”, nel 1867 la sconfitta a
Mentana segna anche la sconfitta del “Risolgimento democratico”. Probabilmente
Garibaldi penso di replicare nel 1867 lo schema già usato in Sicilia nel 1860
in occasione della conquista di Palermo. Lo schema venne a cadere per due
ragioni: anzitutto per l’accorta strategia di Kanzler e in secondo luogo per la
mancata insurrezione di Roma, condizione imprescindibile per la presa della
città da parte dei garibaldini.
Resta pertanto da considerare che tra il 1861 e il
1870 solo una forza considerevole negli effettivi e ben organizzata poteva dare
l’assalto a Roma. Ma tra il 1861 e il 1870 solo il Regio Esercito possedeva le
caratteristiche necessarie per l’impresa. Un intervento del Regio Esercito
avrebbe dovuto pur sempre tener conto di una dura resistenza dell’esercito
pontificio e di una inevitabile rottura con la Francia che poteva pure portare
con facilità ad un conflitto armato. Tale situazione chiara per tutti tra il
1861 e il 1870, ricevette nel 1867 e dalla battaglia di Mentana la conferma che
non era più neanche possibile usare come escamotage
Garibaldi e i suoi volontari, sperando magari in un crollo subitaneo dello
Stato Pontificio come già accaduto al Regno delle Due Sicilie nel 1860. Si
capisce così come solo nel 1870 lo stravolgimento dell’equilibrio europeo con
la sconfitta francese contro la Prussia portò alla risoluzione di un dilemma,
quello di Roma capitali, altrimenti difficilmente risolvibile.
Emanuele M. Cattarossi