lunedì 6 novembre 2017

Mentana 1867, una memoria "scomoda"


Lyonel Noel Royer (1852-1926), The battle near Mentana
Lo scorso 3 novembre ricorreva il 150° anniversario della Battaglia di Mentana (1867), episodio conclusivo della cosiddetta Campagna dell’Agro Romano, estremo tentativo di Garibaldi di conquistare Roma. La spedizione garibaldini venne fermata dall’esercito pontificio guidato dal generale Hermann Kanzler nel corso di un serrato combattimento che vide anche il concorso pur se limitato di truppe francesi inviate da Napoleone III a difesa di Roma e di papa Pio IX.
Nella percezione odierna, la battaglia di Mentana risulta ridimensionata dagli avvenimenti che appena tre anni portarono alla conquista di Roma il 20 settembre 1870 da parte delle truppe del Regio Esercito. Tuttavia all’indomani della battaglia di Mentana parve a molti che non ci fossero più margini per ottenere l’annessione dell’ultimo lembo dello Stato Pontificio al Regno d’Italia e, conseguentemente, la proclamazione di Roma quale capitale dello stato.
La battaglia di Mentana risultò inoltre una memoria scomoda nel difficile iter di costruzione di una tradizione dell’Unità d’Italia. Non a caso questo fatto d’armi costituisce, dopo le sconfitte del Regio Esercito nel 1866 a Custoza e a Lissa con conseguente tramonto dell’aspirazione regia all’unificazione, la sconfitta definitiva dell’ideale democratico che in quegli anni aveva trovato in Giuseppe Garibaldi, l’esponente più in vista e il condottiero più illustre. Inoltre per Garibaldi lo scontro di Mentana costituisce la prima chiara sconfitta da lui subita sul campo, arrivata peraltro in un momento in cui il suo prestigio era enorme tanto per il ricordo della spedizione dei Mille e la conquista del Regno delle Due Sicilie nel 1860 quanto per aver portato nel 1866 l’unica vittoria sul campo in quel di Bezzecca per le armi italiane nella Terza Guerra d’Indipendenza.
Fa notare opportunamente Mario Scardigli nel suo Le Grandi Battaglie del Risorgimento (BUR 2010, pp. 414-415) come “Di tutto questo grigiore, di questo malinconico crepuscolo, nella storia tradizionale del Risorgimento rimase ben poco. La verità dei fatti venne ampiamente rimaneggiata e abbellita. Così nel racconto destinato ai testi scolastici Garibaldi guidava i suoi eroici volontari nel Lazio e otteneva alcune vittori, per poi cedere solo di fronte alla superiorità tecnologica dei moderni fucili francesi, i famosi Chassepot. Si salvava la reputazione del Generale, il papa e i suoi crociati rimanevano molto defilati, quasi invisibili, il governo italiano non entrava mai in nessuna parte della vicenda e tutti erano contenti”. Vale la pena notare che lo stesso Alberto Mario Banti in un testo importante come manuale di base quale il suo L’età contemporanea. Dalle rivoluzioni settecentesche all’imperialismo (Laterza 2009, p. 290) riassuma l’evento in questi termini “Nel 1867 il secondo tentativo garibaldino viene bloccato a Mentana nei pressi di Roma, da un corpo di spedizione francese, stanziato a Roma a protezione di ciò che restava dello Stato Pontificio…” dando ragione allo Scardigli sulla limitata comprensione dell’evento nel suo insieme.
S. Magro, Battaglia di Mentana, acquerello
La verità storica sugli eventi del 1867 appare diversa e di certo il tentativo di Garibaldi non si ferma ai fatti di Mentana e a quelli precedenti dello scontro di Monterotondo, talvolta ricordati per indicare una vittoria di Garibaldi prima della sconfitta successiva. Semmai questi fatti d’arme s’inquadrano in una campagna più articolata, nota sotto il nome di “Campagna dell’Agro Romano”, iniziata tra la fine di settembre e conclusasi il 3 novembre 1867 con lo scontro di Mentana. È merito di Pietro Pieri nel suo Storia Militare del Risorgimento (1962) aver ricostruito più nel dettaglio gli eventi anche sulla base di un’attenta ricerca bibliografica. Tuttavia la cattura di Garibaldi a Orvieto e la sua rocambolesca fuga da Caprera nei giorni dal 23 settembre al 16 ottobre ha posto spesso in secondo piano le operazioni preliminari della campagna di cui offre un resoconto il Pieri e, più recentemente, Alfio Caruso nel suo Con l’Italia mai! La storia mai raccontata dei Mille del Papa (Longanesi 2015). Una rilettura più attenta degli eventi mostra inevitabilmente un ruolo maggiore dell’esercito pontificio e l’accorta condotta strategica del suo comandante, generale Hermann Kanzler, autore peraltro di un Rapporto alla Santità di Nostro Signore Papa Pio IX felicemente regnante del Generale Kanzler pro-ministro delle armi sulla invasione della Stato Pontificio nell’autunno 1867 (Roma, Civiltà Cattolica 1868), utilissimo per una ricostruzione degli eventi.
Militare poco ricordato, se non in occasione dei fatti d’arme della presa di Roma del 1870, il Kanzler aveva preso parte alla prima guerra d’Indipendenza nel corpo di spedizione pontificio durante il 1848. Nel 1860 si era distinto nella vana difesa dei territori dello Stato Pontificio dalla penetrazione delle forze piemontesi. Comandante in capo delle forze pontificie e ministro delle armi dal 1865 dispiegò ampiamente le sue energie per la ricostruzione dell’esercito quasi annientato dalla sfortunata campagna del 1860. Nel 1867, di fronte alla spedizione garibaldina, il Kanzler ebbe anzitutto il merito di rintuzzare gli attacchi preliminari delle tre colonne preposte da Garibaldi per l’invasione del Lazio: colonna Acerbi su Viterbo, colonna Nicotera su Frosinone, colonna centrale comandata da Menotti Garibaldi su Roma. In seconda battuta il Kanzler seppe tenere a bada qualsiasi tentativo insurrezionale in Roma nell’ottobre 1867, privando così Garibaldi di uno dei prerequisiti per il successo finale. In terza battuta al Kanzler va ascritto il merito di aver respinto definitivamente Garibaldi nello scontro di Mentana.
Occorre notare come, a differenza del generale austriaco Urban nel 1859 nella zona di Varese e del generale borbonico Lanza nel 1860 a Palermo, Kanzler non si lasciò fuorviare dalle manovre di Garibaldi ma attraverso un attento presidio del territorio e un tempestivo sistema d’informazioni ebbe sempre ben chiara la posizione e le mosse del suo avversario.
Altro aspetto fu la capacità di Kanzler di tenere a freno i suoi ufficiali sottoposti più intraprendenti come De Charette dopo gli scontri del 18 ottobre a Monte Libretti contro le forze di Menotti Garibaldi. Non è un aspetto di poco conto se si considera come nel 1860 la superiorità numerica dell’esercito borbonico su quello garibaldino nella battaglia del Volturno, 50000 contro 20000, venne vanificato dal comportamento del generale Von Mechel che agì in ampia indipendenza dal comando del suo superiore generale Ritucci.
La "Croce di Mentana", onoreficenza concessa da Pio IX
ai combattenti dell'esercito pontificio dopo la
battaglia di Mentana
La solidità della condotta strategica del Kanzler contribuì senz’altro a mettere rapidamente in evidenza le carenze organizzative delle forze radunate da Garibaldi, inizialmente piene di slancio ma prive di artiglieria, con armamenti decisamente inadeguati e forze di cavalleria ridotte al lumicino. Occorre notare come le forze opposte partirono alla pari, circa 13000 per parte anche se la ricostruzione offre numeri più fedeli per la consistenza dell’esercito pontificio. Tuttavia al momento decisivo a Mentana la spedizione garibaldina aveva già contato la defezione di almeno metà dell’intero contingente, mentre Kanzler fin dal 28 ottobre poteva contare sull’appoggio del contingente francese. Nelle sue Memorie Garibaldi ricorderà con rammarico le defezioni, ammettendo che i volontari del 1867 non si comportarono bene quanto quelli da lui comandati in altre campagne. Resta tuttavia il fatto che Garibaldi sottovalutò ampiamente le capacità dell’esercito pontificio. Lo stesso combattimento di Mentana fu serrato e a lungo incerto. Ad un tratto le forze garibaldine furono sul punto di credere di essere ad un passo dalla vittoria. Ma nel momento decisivo si fece sentire la superiorità numerica degli avversari e il rapido esaurimento delle forze garibaldine. Garibaldi nelle sue Memorie punta il dito contro la notizia, da lui ritenuta falsa, dell’arrivo di truppe francesi che avrebbero sgomentato i volontari.
La rivalutazione del ruolo dell’esercito pontificio nella campagna e le incertezze della condotta garibaldina ridimensionano e riconfigurano il ruolo del corpo di spedizione francese. Occorre ricordare come le forze francesi che stazionavano a difesa di Roma erano state ritirate nel 1866 in seguito all’applicazione dei protocolli della cosiddetta Convenzione di Settembre del 1864. Solo dopo tre rinvii, il corpo di spedizione, 22000 uomini comandati dal generale de Failly prendono terra a Civitavecchia il 29 ottobre. Non basta, il Kanzler trova il de Failly restio ad impegnarsi contro i garibaldini. Dopo alcune trattative soltanto la brigata del generale de Polhes viene ridispiegata su Roma. Né basta ancora, solo dopo lunghe trattative il Kanzler ottiene dal de Polhes due battaglioni da portare nell’azione decisiva a Mentana. Due battaglioni mantenuti a lungo in riserva e solo alla fine della giornata il Kanzler riesce a convincere il de Polhes ad intervenire. Le tergiversazioni francesi mostrano la volontà di garantire da un lato il papa nella difesa del suo territorio ma d’altro canto anche di cercare di salvaguardare la Convenzione di Settembre e di riflesso i rapporti con lo stato italiano. Occorre infatti notare come dal 1866, dopo aver sconfitto gli austriaci a Sadowa la Prussia si erge sempre più minacciosamente come antagonista della Francia nella supremazia europea. Antagonismo che trova nella guerra franco-prussiana del 1870 la sua conclusione. Di conseguenza i rapporti col Regno d’Italia, alleato nel 1859 con la Francia e nel 1866 con la Prussia, risultavano delicati e al tempo stesso preziosi da mantenere.
A questo punto si inserisce la celebre frase che il generale de Failly fece pervenire in Francia riguardo alle meraviglie compiute dai fucili Chassepot. Lo Chassepot francese, come già il modello Dreyse tedesco, rappresentano un importante evoluzione del fucile e del suo utilizzo. Questi due modelli rappresentano il superamento del fucile ad avancarica, cioè con carica dal lato della bocca, con il metodo a retrocarica, cioè con inserimento dalla culatta ossia la parte posteriore dell’arma. Tale metodo permette una maggiore celerità di carica e, conseguentemente, di tiro nell’ordine di 12 colpi al minuto contro il solo colpo al minuto dei “catenacci” in uso ai garibaldini. Se poi si aggiunge che la portata di tiro dello Chassepot raggiungeva i 1200-1300 metri si ha un più chiara visione di quali meraviglie poteva compiere contro i volontari garibaldini, addestrati più spesso all’assalto alla baionetta che al tiro. Certo le meraviglie dello Chassepot a Mentana risultano limitate se paragonate ai combattimenti di Gravellotte nel 1870. Inoltre lo Chassepot ebbe sempre diffusione limitata nell’esercito francese, oltre a richiedere notevole pulizia e ordine. Per certo, in mano a truppe ben addestrate l’arma diveniva micidiale.
La giornata di Mentana crea almeno fino la 1870 un irrisolvibile impasse politico. Lo Scardigli nota che dopo le sconfitte dell’esercito del Regno d’Italia nel 1866 e il cosiddetto fallimento del “Risorgimento Regio”, nel 1867 la sconfitta a Mentana segna anche la sconfitta del “Risolgimento democratico”. Probabilmente Garibaldi penso di replicare nel 1867 lo schema già usato in Sicilia nel 1860 in occasione della conquista di Palermo. Lo schema venne a cadere per due ragioni: anzitutto per l’accorta strategia di Kanzler e in secondo luogo per la mancata insurrezione di Roma, condizione imprescindibile per la presa della città da parte dei garibaldini.
Resta pertanto da considerare che tra il 1861 e il 1870 solo una forza considerevole negli effettivi e ben organizzata poteva dare l’assalto a Roma. Ma tra il 1861 e il 1870 solo il Regio Esercito possedeva le caratteristiche necessarie per l’impresa. Un intervento del Regio Esercito avrebbe dovuto pur sempre tener conto di una dura resistenza dell’esercito pontificio e di una inevitabile rottura con la Francia che poteva pure portare con facilità ad un conflitto armato. Tale situazione chiara per tutti tra il 1861 e il 1870, ricevette nel 1867 e dalla battaglia di Mentana la conferma che non era più neanche possibile usare come escamotage Garibaldi e i suoi volontari, sperando magari in un crollo subitaneo dello Stato Pontificio come già accaduto al Regno delle Due Sicilie nel 1860. Si capisce così come solo nel 1870 lo stravolgimento dell’equilibrio europeo con la sconfitta francese contro la Prussia portò alla risoluzione di un dilemma, quello di Roma capitali, altrimenti difficilmente risolvibile. 
Emanuele M. Cattarossi

domenica 12 febbraio 2017

Sanremo 2017 - Appunti veloci...

Appunti veloci sul Festival della Canzone Italiana di Sanremo 2017.

La conduzione. Niente da dire su Carlo Conti, detta i tempi con un rigore da feldwebel tedesco. Ma è incredibile notare come non perde d'occhio mai niente. Anche quando la scala impedisce l'ingresso di Sergio Sylvestre, Carlo entra in azione e risolve al volo l'inghippo.
Niente da dire su Maria De Filippi, sono anni che viene richiesta a Sanremo. Si è fatta corteggiare un pochino, ma alla fine è arrivata. E ora che si è vista, può tornare a condurre su Mediaset. Detto questo, si è cercato di trasformare ogni cosa che la riguardasse in un evento: dal bacio di Robbie Williams alle caramelle al rabarbaro. Rovazzi ha già espresso un parere in proposito. 

"Nuove" proposte. Un passo indietro rispetto all'anno scorso. Vince Lele, un pò scontato. Apprezzamenti per Maldestro, con il premio "Mia Martini". Ma niente di particolare, in fin dei conti. L'anno passato la competizione era stata più godibile. Non a caso quest'anno Stefano Gabbani e Ermal Meta li troviamo tra i big

I primi eliminati. Non a caso, il primo verdetto ufficiale è arrivato dalle coppie entrambe eliminate per prime. Raige - Giorgia Luzi e Nesli - Alice Paba non hanno passato la terza serata il che porta ad un paio di riflessioni. Anzitutto, le coppie a Sanremo funzionano se gli interpreti sono veramente forti e le canzoni robuste: Anna Oxa e Fausto Leali nel 1989 con Ti Lascerò o Amedeo Minghi e Mietta con Vattene Amore nel 1990 per intendersi. Di conseguenza, perchè non lasciare i singoli giocarsela soli? In particolare Alice Paba, vincitrice di The Voice of Italy 2017, mandata allo sbaraglio con una canzone solo parzialmente interpretata.

Il secondo giro di eliminazioni: i "Non Finalisti". Domanda: che vuol dire "Non-Finalisti"? Non era più semplice chiamarli "Eliminati"? Detto questo, sarà interessante vedere dati alla mano le motivazioni dell'esclusione di Ron, Gigi D'Alessio, Giusy Ferreri e Al Bano dalla finale. Qui pesa o la Sala Stampa o il Televoto. Possibile però che tra questi quattro si trovino due vincitori di Sanremo? Brutta l'esclusione di Al Bano, la canzone non era così terribile. Identico discorso per Ron e Giusy Ferreri. Su Gigi D'Alessio si può dire che la sua canzone era proprio "da Gigi D'Alessio". Ma è vero anche il fatto di averlo visto un pò tirato e forse incerto. Nel complesso però, l'eliminazione di questi quattro spiana la strada verso la vittoria ad altri interpreti.

16. Clementino. Ragazzi fuori. La canzone non era brutta, ma probabilmente non è entrata negli orecchi. Buon risultato sui social, con un milione di visualizzazioni su Youtube. Dopo due edizioni di Sanremo avare di gioie Clementino dovrà guardare altrove per ottenere migliori riconoscimenti.

15. Alessio Bernabei. Nel mezzo di un applauso. Ci riprova dopo l'edizione del 2016 con il risultato di un grosso passo indietro. Probabilmente piace al televoto, ma mezzo flop su Youtube.

14. Chiara. Nessun posto è casa mia. Mettiamola così, se Sanremo non avesse dato la classifica ma avesse indicato delle fasce di collocazione il suo posto sarebbe stato tra la 6 e la 10. Un pochino bistrattata, meritava di più.

13. Marco Masini. Spostato di un secondo. La canzone migliora ascolto dopo ascolto, come la sua interpretazione. Paga forse un tratto iniziale troppo lungo prima utilizzare le sue caratteristiche canore. Poco apprezzato su Youtube.

12. Lodovica Comello. Il cielo non mi basta. Spiazza tutti. La canzone non è indimenticabile ma l'esibizione buona. Alle cover reinterpreta Mina, il che è sempre un azzardo, ma ne esce con destrezza.

11. Michele Zarrillo. Mani nelle mani. Per certi aspetti vale il discorso fatto per Chiara. Magari meritava un premio sul testo. L'interpretazione nulla da dire, anche la cover di Se tu non torni era bella. Paga però su Youtube dove la canzone passa quasi sotto silenzio.

10. Samuel. Vedrai. Altra canzone che meritava maggiore attenzione. Agguanta la Top 10, il che è un ottimo risultato.

9. Bianca Atzei. Ora esisti solo tu. Quasi novecentomila visualizzazioni della canzoni su Youtube spiegano la sua posizione in classifica. Apprezzata senz'altro, risulta in grado di entrare in un posto della Top 10. Non fa altri passi perchè chi le sta davanti ha un sostegno maggiore in termini di gradimento.

8. Elodie. Tutta colpa mia. Probabilmente c'erano ben altre aspettative sulla finalista di Amici 2015-2016. La sensazione è di un posto regalato. Performance modesta anche su Youtube.

7. Fabrizio Moro. Portami via. Qui iniziano seriamente i candidati alla vittoria finale. Vedere Fabrizio Moro in settima posizione fa un po specie ma guardando i primi sette non è proprio così fuori posto. Boom su Youtube con più di due milioni e mezzo di visualizzazioni.

6. Sergio Sylvestre. Con te. Prima di salire sul palco all'Ariston era tra i candidati alla vittoria. La prima esibizione però è con il freno a mano e si sente. Migliore nelle serate successive, ma la canzone non cresce. Fa un milione e quattrocentomila visualizzazione su Youtube, il sesto posto è probabilmente frutto del televoto. In prospettiva, piccolo flop per Amici.

5. Paola Turci. Fatti bella per te. Appena la canzone inizia, si capisce subito che non è venuta per farsi una vacanza. La canzone è splendida, la Turci gagliardissima. Rimane un pò snobbata su Youtube e probabilmente un premio minore lo meritava, ma si mette dietro un bel pò di aspiranti big. Così anche il quinto posto è onore.

4. Michele Bravi. Il diario degli errori. L'ultima sera si esibisce per ultimo, dopo mezzanotte in uno spot che definire della morte è poco. Quasi un milione di visualizzazioni su Youtube. Il quarto posto poteva essere di più e forse un premio minore non era sbagliato. Di certo la posizione è frutto di apprezzamento condiviso tra televoto, giuria e sala stampa. E' giovane, c'è tempo per fare meglio. Intanto con lui X-Factor vince il derby con Amici.

3. Ermal Meta. Vietato Morire. Terzo l'anno scorso nelle giovani proposte, terzo quest'anno. Bella canzone, splendida cover di Modugno che gli vale il primo posto della serata, meritato il Premio della Critica. Quasi un milione e mezzo di visualizzazioni su Youtube. Tornerà ancora, la voce è splendida e il giusto riconoscimento non mancherà.

2. Fiorella Mannoia. Che sia benedetta. Magnifica canzone, oltre tre milioni di visualizzazioni su Youtube, premio dalla Sala Stampa e per il testo. Arriva da favorita e mantiene fino in fondo lo status. L'omaggio che le fa Gabbani dopo la proclamazione del vincitore, appena intravisto dalle telecamere indica il grande rispetto da tributare da una grandissima artista. 

1. Francesco Gabbani. Occidentali's Karma. Primo l'anno scorso nelle giovani proposte, primo quest'anno tra i big. La canzone è cresciuta sera dopo sera, merito dell'ottima interazione con l'Orchestra del festival. Poi ha giocato molto il ritmo e la ballabilità del testo. Poi il colpo del Gorilla, che ricordava l'esibizione di Daniele Silvestri con Salirò nel 2002. Inizialmente era difficile collocarlo tra i favoriti alla vittoria finale: le canzoni spensierate difficilmente godono apprezzamento a Sanremo. O al massimo puntano al secondo posto. Però a lungo su Youtube Gabbani era dietro la Mannoia, Moro e Sylvestre, appaiato a Ermal Meta. Durante la serata finale le visualizzazioni lo pongono al terzo posto e a quel punto si capisce che se la poteva giocare. I fan già lo invocavano per l'European Song Contest, ora ci va di volata.

Emanuele M. Cattarossi




mercoledì 21 dicembre 2016

L'istituzionale ricerca di una "normalità" spendibile...

Maria Antonietta (1755-1793), regina di Francia, non aveva bisogno di rendersi "normale" rispetto ai suoi sudditi. La sua risposta all'osservazione che il popolo non aveva più pane fu "Ebbene che mangino brioches!". E' vero che ci perse la testa poco tempo dopo, eppure la sua risposta diceva che chi deteneva il potere non aveva bisogno di abbassarsi allo standard popolare ne tantomeno di mostrarsi "normale". Semmai era il potere ad indicare lo standard, le "brioches" per l'appunto. 
Molto è cambiato forse appunto da quelle "brioches" di Maria Antonietta. Chi detiene il potere, il comando, la responsabilità del governo tra Ottocento e Novecento ha continuamente rimodulato la comunicazione in favore dei cittadini. Attenzione: la comunicazione ma non sempre i fatti concreti. Certo, cadute di stile non mancano nel tempo: a Parigi come a Vienna tra 1848 e 1849 la comunicazione veniva veicolata tramite cannonate sulla piazza, metodo ripreso nel 1898 a Milano dal governo italiano. E fermiamoci qui perchè la lista sarebbe lunga. Eppure di pari passo s'affinavano le strategie di comunicazione e la tendenza a provare a presentare la "normalità" di alcuni leader. Con risultati diversi e con effetti a volte disastrosi.

La ricerca della posa...
Chi volesse provare a capire la figura di Hitler non deve fermarsi ai discorsi e alla lettura del "Mein Kampf". Deve per forza di cose ricercare in una decennale costruzione dell'immagine il fil rogue per comprendere l'ascesa del Nazismo in Germania. Foto su foto realizzate in particolare negli anni venti volevano presentare l'uomo forte, l'uomo nuovo per la Germania. E non a caso si scartavano quelle meno incisive. Si pensi al profilo in primissimo piano del volto, rivestito della camicia bruna della SA. Ora, proviamo a aggiungere un berretto militare sopra: si noterebbe subito quanto l'espressione intensa degli occhi ne risulterebbe limitata. Non a casa, questa foto venne scartata in favore della prima.
Lo stesso Mussolini si prestò volentieri a fotografie ma sempre ricercando la posa migliore per identificare l'uomo forte, l'uomo della Provvidenza. E tuttavia, rispetto a Hitler, Mussolini poteva permettersi un avvicinamento maggiore alla "normalità". Se Hitler, solo in seguito al suicidio della nipote Geli Rauban, rilasciò un book fotografico destinato a presentarlo in scatti di normalità domestica, Mussolini fu in grado di presentarsi a torso nudo mentre falciava il grano. L'aspettativa era quella di offrire un immagine di forza dell'Italia a partire dalla propria capacità agricola. Ma di certo Hitler non poteva permettersi una foto del genere, mentre di Stalin forse qualcosa del genere lo si ritroverebbe nei disegni dei manifesti di propaganda.

Un bell'aspetto...
L'irrompere della televisione nelle case porta ad un nuovo cambiamento delle strategie di comunicazione. Lo spartiacque avviene il 26 settembre 1960 con il dibattito televisivo tra Kennedy e Nixon nel corso della campagna elettore presidenziale degli Stati Uniti d'America. Se la semplice comunicazione verbale era tutto fino a quel momento, il confronto tra la giovanilità di Kennedy e l'impaccio di Nixon portò evidentemente ad una risoluzione negli elettori circa chi votare. Con buona pace di programmi e promesse varie ed eventuali.
Va da sè dunque che la scioltezza di parola, un linguaggio immediato e condivisibile, un aria "giovane" e prestante possa offrire un traino importante. Reagan nel 1980 utilizzò appieno queste sue caratteristiche avendo buon gioco su un Carter in evidente difficoltà anche per le problematiche di politiche estera, Iran in testa. Clinton nel 1992 dette scacco a Bush grazie ad un ottima comunicazione. Nel 1996 fece il bis di fronte ad un candidato repubblicano onesto ma di scarso appeal quale era Bob Dole. Di un traino simile ha potuto godere Obama nel 2008 grazie anche ad un sorriso ampio e speranzoso che unito ad un messaggio di grande di grande fiducia ha saputo conquistare l'elettorato americano. 
Ma spostandosi dagli States, non è difficile trovare altre esemplificazioni. Nel 1997 non fu difficile a Tony Blair sfrattare John Major dal numero 10 di Downing Street, conservando poi il premierato in altre due consultazioni elettorali. Ma si potrebbe citare la velocissima parabola di Nick Clegg, esponente del partito liberal-democratico, capace nel 2010 di contendere a sorpresa la poltrona di premier a David Cameron e a Gordon Brown, grazie ad una comunicazione sciolta e a una migliore presenza fisica. Alleatosi con Cameron, ottenne la poltrona di vice-premier. Ma la sua popolarità tracollò repentinamente appena l'elettorato comprese che giovanilità non si sposa sempre con professionalità.

Avanti, marsch!
Diventa curioso notare come il rapporto con le forze armate incida in una certa qual maniera sull'immagine dei politici. Lontani anni luce dalle raffigurazioni di Napoleone tra i veterani dell'Armee la comunicazione è cambiata anche in tal senso.
Margareth Thatcher sposò perfettamente il suo essere la "Iron Lady" quando venne immortalata a bordo di un carro armato. Vestita di bianco, fazzoletto in testa e occhialoni calati in viso la forza di questa foto forse in tre particolari. Il primo è la mano destra che si tiene al carro armato con assoluta sicurezza. Il secondo è lo sguardo del viso, con occhi sicuri e determinati sotto gli occhiali e il sorriso deciso di chi pensa "fatevi pure sotto". Il terzo particolare è la bandiera sulla sinistra: l'Union Jack è ben visibile e sventolante ad indicare una nazione che vuole ritrovare la sua forza e la sua dignità sotto la guida della Thatcher. 
La forza di questa foto si chiarisce meglio in un confronto con un'istantanea simile ma dall'effetto diverso. Nel corso della campagna per le elezioni presidenziali degli Stati Uniti d'America nel 1988, il candidato democratico Michael Dukakis provò a migliorare la sua difficile situazione contro George Bush cercando di imitare la foto della Thatcher. L'effetto che ne derivò fu l'esatto opposto di quello desiderato. Questione di particolari. Nuovamente. Lo sguardo di Dukakis non ripeteva la sicurezza della Thatcher. Il casco in testa appariva fuori luogo, specie con la scritta "Michael Dukakis" apposta sopra: troppo grande, quasi che nessuno lo conoscesse. E mancava la bandiera! Grosso errore, che Dukakis pagò carissimo venendo "asfaltato" da Bush in quasi tutti gli stati dell'Unione.

Un errore simile di comunicazione venne commesso da Enrico Letta durante il suo mandato di presidente del Consiglio. Durante una visita ad una delle missioni militari all'estero, il buon Letta si fece immortalare con un elmetto e giubbotto antiproiettile sopra il doppiopetto d'ordinanza. Sicuramente vi erano da garantire delle misure di sicurezza ma l'effetto visivo fu di grossa goffaggine del povero Letta. Ben poco marziale e ben poco militare. Inoltre non aiutava a rinsaldare l'immagine delle Forze Armate, ciclicamente soggette ad accuse d'impreparazione e obsolescenza nei materiali impiegati. Non a caso, Matteo Renzi come presidente del Consiglio curò maggiormente l'immagine durante le visite alle missioni militari italiane all'estero avendo cura di indossare una mimetica d'ordinanza. Poteva essere pure esagerato, ma di certo non fuori luogo.


Quotidiana "normalità"?
Proprio di Matteo Renzi, appena pochi giorni dopo le dimissioni da presidente del Consiglio, compaiono alcune foto dello stesso al supermercato per le spese. Un tentativo di riprendersi un immagine di normalità nell'ambito di una strategia comunicativa più ampia. Ma forse dovrebbe ricordarsi della Finocchiaro "pizzicata" a far le spese con l'aiuto della scorta e poi sottoposta ad un fuoco di fila di polemiche. Polemiche sulle spese, si addensarono anche agli inizi del mandato di Virginia Raggi come sindaco di Roma, poi superate in avanti da tempi decisamente più sensibili. Resta però il fatto che i supermercati non sono proprio il massimo per dare di sè un immagine di quotidiana "normalità".  
Ma allora dove cercare un pò di "normalità", di quotidianità per apparire vicini e presenti agli elettori? Mi piace ricordare in merito il premier inglese Gordon Brown. Scozzese e laburista, divenuto premier inglese forzando le dimissioni di Tony Blair, Gordon Brown non era effettivamente un campione di presenza scenica. Onestissimo lavoratore, provò a cercare la fiducia dell'elettorato inglese facendosi immortalare in metropolitana mentre andava al lavoro. C'è una certa verità in quella foto, nella postura di Brown, in quel suo calarsi sul giornale e sugli appunti di lavoro. Non ebbe molta fortuna in seguito, ma rimane un istantanea tutto sommato sincera.
Un immagine simile viene offerta da Papa Francesco, ai tempi dell'episcopato in Buenos Aires. E' una foto su un vagone stipato di gente, lontano dalla concezione della City londinese e più aderente alla realtà della capitale argentina. Per certo, è l'immagine che l'allora cardinale Bergoglio ha voluto portare nel suo pontificato: quella di un Papa non solo "tra" la gente ma che fa cose "come" la gente. A partire, dall'andare dall'ottico come quello di portarsi da sè la borsa da viaggio. Tentativo molto chiaro ma difficile, di creare un immagine meno lontana della Chiesa dal popolo cristiano.

Mettersi in "gioco"...
Forse al di là di tanti tentativi di far apparire una "normalità" nel quotidiano, migliori risultati provengono da un aspetto giocoso, capace di prendersi un pò meno sul serio. Non che tutti ci riescano, ma vi sono almeno due esempi capaci di dare un idea del mettersi in ... "gioco"!
La celebrazione dell'apertura dei Giochi Olimpici di Londra 2012 fu un avvenimento bello, giocoso, leggero. Una degna apertura dei Giochi, lontana da ogni affermazione di sè stessi, se si ricorda le aperture dei Giochi in Grecia nel 2004 e in Cina nel 2008. D'altro canto gli inglesi non ne hanno bisogno. Ed ecco allora che tutto in quella apertura diventa semplicemente "British". Ma la sorpresa giunge da lei: la Regina Elisabetta. La sequenza filmata (vedi qui) che mostra Daniel Craig nei panni di James Bond fungere da scorta da Buckingham Palace fino allo Stadio Olimpico per l'inizio dei Giochi fu fenomenale. Diciamocelo: chi più della Regina Elisabetta rappresenta l'Inghilterra? E cosa c'è di più "British" di James Bond? Aggiungiamoci la comparsa dei cuccioli di Elisabetta e già ci sarebbe tanto da dire. Ma non basta: dopo un magnifico sorvolo su Londra, meglio fare un entrata in perfetto Bond-style con un bel lancio in paracadute della Regina sullo Stadio Olimpico. Paracadute con Union Jack ben visibile, mai che ci si sbagliasse.
Altrettanto singolare è stato il promo dei Giochi Olimpici di Tokyo 2020 durante la conclusione dei Giochi di Rio 2016. Bellissimo il video introduttivo (vedi qui), che segue dinamiche e stili tipicamente giapponesi nell'illustrare modernità, tecnologia, avanguardia di Tokyo come Global City.  Ma bellissima la soluzione di lanciare Tokyo 2020 con una sequenza di particolari: 1. il cerchio rosso della bandiera giapponese, il sole levante che diventa sfera lanciata da atleti e personaggi di fumetti; 2. la sfera presa poi in mano dal premier Abe per essere portata a Rio, ossia Governo che rappresenta paese all'estero; 3. partenza in macchina, ma a rallentatore ed in visibile contrasto con l'immagine di modernità e di velocità prima presentata; 4. constatazione della lentezza da parte di Abe e dunque ricorso a qualcosa di molto giapponese quale la trasformazione in SuperMario; 5. attraversamento della terra tramite uno dei tunnel propri di SuperMario (e si noti il giochino della brochure "Rio > Ma-Rio"); 6. comparsa di SuperMario pardon Abe in mezzo allo stadio appena in tempo. 

Esempi e altre aree d'indagine non mancano sicuramente. Resta però il fatto per i governanti di dover sempre porre attenzione alla comunicazione delle proprie idee e ai veicoli deputati alla loro diffusioni. Senza dimenticare che far seguire concretezza a idee e promesse è sempre ben gradito. Le "brioches" di Maria Antonietta insegnano...

Emanuele M. Cattarossi

mercoledì 7 dicembre 2016

Referundum 2016 - "Start" a Cinque Stelle verso le Elezioni...

Era passata la mezzanotte del 5 dicembre ed era finito da poco il discorso di Matteo Renzi nel quale il Presidente del Consiglio, assumendosi la responsabilità della sconfitta del Referendum sulla Riforma della Costituzione, annunciava la fine del suo Governo e le sue prossime dimissioni. Vari esponenti politici avevano già commentato i risultati del Referendum. Salvini per primo non aveva aspettato troppo per commentare la vittoria che rilanciava le sue ambizioni di leadership nel centrodestra.
Si dovrebbe dire che subito dopo la fine del discorso di Renzi si è aperta la campagna elettorale. Ebbene il Movimento 5 Stelle è scattato dai blocchi di partenza con forte determinazione marcando fin d'ora un distacco che difficilmente verrà colmato dagli altri schieramenti.
Il perchè si ritrova nel commento ai risultati del Referendum fatto dal Movimento 5 Stelle subito dopo il discorso di Renzi. L'ambiente per primo: la sala stampa della Camera dei Deputati. Non la sede di un partito, idea dal quale il movimento pentastellato si è sempre smarcato con decisione, ma una sede istituzionale, un luogo del "fare" a servizio dei cittadini. I tempi e i modi poi: nessuno comunica o dice niente prima del tempo, ma si presentano cinque esponenti del Movimento Giulia Grillo, Vito Crimi, Danilo Toninelli, Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio. Probabilmente è tra i due che dobbiamo ritrovare un possibile candidato premier per il futuro: Di Maio parla per ultimo ma Di Battista arriva leggermente in ritardo rispetto agli altri mettendosi in risalto. Particolari del momento ma indicativi. Resta però l'idea di un Movimento che da più voci, cinque in tutto, parla ad una sola voce ed esibisce con una certa solidità e compuntezza un obiettivo comune: andare a elezioni subito.
L'immagine determinata dei cinque pentastellati alla Camera dei Deputati mostra che la strategia "del Carciofo" di cui già scrivevo in un altro post (vedi qui) offre risultati che portano il Movimento ad alzare con sicurezza il tiro. L'incertezze iniziali nella gestione di Roma e lo scandalo palermitano delle firme false sono situazioni che minano una certa fiducia nel Movimento, ma ad un tratto sono anche inevitabili. Il giudizio sul Movimento 5 Stelle sta semmai alla capacità di reazione verso le problematiche emergenti e alle misure prese in merito.
Sta di fatto che, immaginando già iniziata la campagna elettorale, il Movimento 5 Stelle parte in vantaggio rispetto ad un Partito Democratico lacerato e fiaccato dalle problematiche di Governo ma anche ad un Centrodestra ancora incerto tra Berlusconi e Salvini. Solo il tempo può in qualche maniera minare lo slancio pentastellato. Al contrario se il programma di governo venisse presentato in tempi rapidi e modi chiari l'ipoteca di un futuro governo del Movimento 5 Stelle sarebbe decisamente forte.

Emanuele M. Cattarossi 

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Referendum 2016 - Aria di resa dei conti nel Centrodestra...

La vittoria del "No" al Referendum sulla riforma della Costituzione del 4 dicembre 2016, alza il sipario sull'ormai prossima resa dei conti nel Centrodestra. I segnali sono piuttosto inequivocabili. Nelle ultime settimane di campagna elettorale, un redivivo Berlusconi tornava a calcare gli schermi indicando la necessità di votare "No" per poi andare a votare quanto prima possibile. Scenario interessante, in cui il voto per il "No" non rappresentava il frutto di una conoscenza concreta sul testo referendario ma solo il casus belli per far saltare il governo e di conseguenza aprire la via alle elezioni. Strettamente parlando, Berlusconi giocava sullo stesso punto di Renzi indicando il Referendum come un test sul governo. Giochino già riuscito peraltro in occasione delle Regionali 2000 con D'Alema. In filigrana, però Berlusconi punta a ri-leggitimarsi come candidato del Centro-Destra alle elezioni politiche a venire. Le mosse sono visibili: alle amministrative di Roma non appoggiando la Meloni ma Marchini ha causato un mancato ballottaggio per il Centro-Destra e insieme l'occasione di assestare un colpo durissimo al Partito Democratico. Con il senno di poi, Berlusconi ha iniziato lì a minare il duo Salvini-Meloni lanciato alla conquista della leadership. Concentrandosi su Roma e decisamente meno su Milano, dove il Centro-destra presentava una coalizione unita nel sostegno a Stefano Parisi, nuovamente Berlusconi ha potuto far mancare la terra sotto i piedi di Salvini privandolo di un successo importante. 
Non a caso Salvini, la sera del referendum, è stato un fulmine ad attribuirsi la vittoria nel Fronte del "No", a chiedere le dimissioni di Renzi e le elezioni anticipate. La fretta è dovuta dalla necessità di mostrarsi da subito come il volto del candidato del Centrodestra alle prossime Elezioni. Nel centrodestra così già s'intravedono due linee: 
- Salvini premier e Lega forza conduttrice con un programma populista e antieuropeista;
- Berlusconi premier, coalizione di centrodestra più larga possibile, programma basato su promesse di riduzione fiscale.
Al momento, Salvini ha fatto un primo errore chiedendo le primarie del Centrodestra. Da Berlusconi non le otterrà facilmente. Fosse per il buon Silvio manco ci sarebbero. Ma gli equilibri sono mutati rispetto al 2013. Per certo, dimissionando la figura di Stefano Parisi, Berlusconi ha fatto capire che il leader, almeno in Forza Italia, rimane lui. Ci sono poi alcune frecce nel suo arco:
- giocare sui risultati, definiti già disastrosi, dei tre governi, Monti-Letta-Renzi, venuti dopo il suo dal 2011;
- proporsi come figura conciliante, di dialogo e d'esperienza al contrario di Salvini.
Tale strategia, porterebbe anche al recupero di tanti pezzi di centrodestra in diaspora dal 2013: Fitto, l'UDC, Alfano financo Verdini. Operazione che certo non interessa e neanche riuscirebbe a Salvini.
Resta l'incognita del fisico di Berlusconi, molto provato. Non è da poco, visto l'impegno della campagna elettorale.
Salvini dal canto suo può solo rinsaldare l'alleanza con Fratelli d'Italia e forse altri gruppi a destra. Ma il suo messaggio di protesta non è riuscito finora a sfondare: l'antieuropeismo in Italia funziona fino ad un certo punto, ossia fintanto che va a toccare il lato economico e di riflesso fiscale. 
Il Centrodestra pare dunque avviato ad una resa dei conti: per Berlusconi quanto per Salvini si tratta dell'ultima chiamata. Per Berlusconi è l'ultimo treno della vita probabilmente, mentre per Salvini perdere vorrebbe dire rimettere tutta la Lega in discussione. Tuttavia sia per Berlusconi che per Salvini le preoccupazioni non vengono dal centrosinistra. In una corsa a due, il centrodestra prevarrebbe al di là dei sondaggi vista la crescente disaffezione all'azione di governo esercitata da Renzi. Il problema principale proviene dal confronto con il Movimento 5 Stelle, realtà politica ormai consolidata e con l'obiettivo di governo.

Emanuele M. Cattarossi

Referendum 2016 - Le "acque profonde" del Partito Democratico

In giugno, provando a delineare la situazione del Partito Democratico in un post dopo le elezioni amministrative definivo la situazione "nel guado" (vedi qui). All'indomani del Referendum sulla Riforma Costituzionale e sull'esito negativo poi riletto come una chiara sconfitta di Matteo Renzi, per il Partito Democratico il "guado" si è trasformato in "Acque profonde". 
Molto deriva dall'esito delle Elezioni Politiche del 2013 e dalla situazione di grande fluidità che ha portato alla ribalta Matteo Renzi e il suo programma. Da Presidente del Consiglio Renzi ha ottenuto alcuni successi elettorali, o quanto meno mascherato alcuni nodi irrisolti del Partito. Nodi che però ripresentandosi ad ogni tornata elettorale ne hanno minato la credibilità. Il riferimento, talora velato talora espresso, al "Partito della Nazione" non ha aiutato in nessun modo il dialogo con una minoranza del PD che sembra più marginalizzata ha provato a prendersi una rivincita con il Referendum del 4 dicembre. Il risultato del Referendum certifica una vittoria per la minoranza "rottamata" a suo tempo da Renzi. E al tempo stesso spinge il Partito Democratico in acque profonde.
Si è subito notato infatti come il Fronte del "No" assommasse diverse realtà al suo interno. Realtà che a voto acquisito non hanno perso tempo ad attribuirsi la vittoria, Salvini in testa. E d'altro canto lo stesso Renzi non ha perso tempo a prendere atto della sconfitta e a cedere le armi. In mezzo a tutto ciò, il comportamento della minoranza PD per il "No" è stato balbettante. Soddisfazione per il risultato, ma poi il nulla. Anzi, una tendenza "suicida" a pensare che il risultato del Referendum serva soltanto per il ridimensionamento di Renzi. Roberto Speranza si è espresso dicendo di non chiedere le dimissioni di Renzi da segretario PD. Il pur felice D'Alema s'affretta a portare qualche tappo in una nave che affonda quando dice "Si dovrà verificare il senso di responsabilità delle forze politiche e credo che ci sia una maggioranza in Parlamento che non intenda favorire lo scioglimento irresponsabile delle Camere". Non accorgendosi così, che nel Fronte del "No" sostenuto dalla minoranza PD altre due forze politiche, Centro-destra e Movimento Cinque Stelle, si sono da subito schierate per il voto anticipato.
In tale maniera se Renzi ha perso nel tempo l'appeal personale capace di far ottenere al PD la clamorosa affermazione delle Europee 2014, la minoranza PD getta ulteriormente il partito in acque profonde in vista del confronto elettorale per almeno due ragioni:
- ottiene una vittoria che rafforza l'opposizione al governo Renzi ma di riflesso a tutto il PD;
- si fa trovare impreparata a fornire un'alternativa a sinistra, prendendo tempo e vagheggiando un congresso del Partito.
Fatti i debiti raffronti la stessa condotta della campagna elettorale del 2013, in cui l'elettorato rimaneva disorientato da un programma indecifrabile. Se il Partito Democratico continuasse su questa rotta s'inabisserebbe senza una grave debaclè elettorale. Al contrario, la condotta di Renzi già dalla sera del Referendum fa notare una strategia. Renzi ha sbagliato in diverse scelte nei mesi passati, eppure è l'unico nel PD che abbia una capacità di colpo d'occhio d'insieme, non a caso dimostrata nel discorso post Referendum. Dimissioni e probabile cambio di rotta personale nell'azione del Partito Democratico costituiscono mosse d'apertura di una campagna elettorale molto delicata per le sorti del centro-sinistra. Lasciare il governo, puntare sul messaggio del "ripartire dal 40%" indica la volontà da subito di ricompattare l'elettorato davanti ad una sicura, al momento, affermazione del Movimento 5 Stelle.


Emanuele M. Cattarossi

lunedì 29 agosto 2016

Lunghe e libere idee su Il Signore degli Anelli...

Capita di riprendere vecchie idee e mai sopiti interessi. Tolkien e Il Signore degli Anelli è una di queste. Così mi permetto qualche piccola considerazione sulla Battaglia dei Campi del Pellenor (15 marzo 3019 T.E.) e su alcune sue possibili fonti d'ispirazione. Battaglia epica, avvincente per le continue sorprese e capovolgimenti di fronte. Una battaglia dura e rabbiosa, in cui eserciti dell'Ovest e armate di Mordor non risparmiano un fiato. Alla fine, una vittoria per gli eserciti dell'Ovest e una sconfitta per Sauron. Paradossalmente però, stando alle parole del Sovrintendente Denethor "potrete trionfare per un giorno sui campi del Pellenor ma contro l'Oscuro Potere che è sorta non vi è speranza" (cito a memoria, scusate gli errori), i vincitori si ritrovavano con una "Vittoria di Pirro" e i perdenti con un piccolo intoppo nella loro marcia di conquista della Terra di Mezzo. Chi ricorda l'"Ultimo Consiglio" ha ben presente come la riunione mise in luce i limiti della vittoria sul Pellenor. Basti vedere solamente qualche dato circa la "conta" delle forze "esca" da lanciare contro Cirith Gorgor. Prendiamo ad esempio i Rohirrim: questi erano arrivati sul Pellenor con 6000 cavalieri circa, mentre Theoden avrebbe voluto portarne 10000; dopo il Pellenor, Eomer ha in tutto 4000 uomini circa di cui 500 appiedati (Eomer porterà 500 cavalieri e 500 fanti al Cancello Nero mentre il maresciallo Elfhelm resterà a Minas Tirith con 3000 cavalieri).
Per gli altri 6000 uomini portati al Cancello Nero forniti interamente da Gondor basterebbe la battuta del principe Imrahil: un esercito che rappresentava appena l'avanguardia degli eserciti di Gondor al massimo splendore. Un modo molto efficace di dire che Gondor aveva toccato il fondo del barile.
Una vittoria inutile il Pellenor? Non del tutto ma gli effetti erano piuttosto limitati. La distruzione dell'armata di Angmar generò un momento di impasse nella strategia di Sauron e sono proprio questi momenti a spostare le iniziative e i rapporti di forza. Certamente Sauron non perse tempo a radunare altre forze. Il primo attacco era la punta di lancia ma le disponibilità di Mordor in fatto di "orchi, orchetti e orcacci" parevano infinite.
Purtuttavia i risicati vantaggi del Pellenor furono sfruttati dai capitani dell'Ovest: l'Ithilien era svuotato dai nemici e Aragorn l'attraversò con relativa facilità, sia pure aiutato dalla strategia di Sauron che raccolse le sue forze a Cirith Gorgor. L’intento generale era di offrire una possibilità al portatore dell’Anello per attraversare le pianure di Gorgoroth verso Monte Fato.
Ma mi accorgo che divago è faccio un salto indietro. Torniamo alla tragica alba del 15 marzo 3018 T.E.: l'ariete Grond ha fatto il suo dovere e le porte di Gondor sono andate a pezzi. Tecnicamente si potrebbe dire che l'assedio di Gondor finisce qui: con il nemico dentro casa, la resistenza dei Dunedain poteva prolungarsi anche a lungo in un disperato corpo a corpo e casa per casa ma il destino di Minas Tirith era segnato (anche se le mura di difesa di Minas Tirith erano sette, teniamo presente che la prima cerchia era di quella roccia nera che rendeva impenetrabile Orthanc anche agli Ent, che le mura andavano difese da qualcuno e che il morale dei difensori era tutt'altro che allegro). Una cosa simile si era verificata al fosso di Helm (3-4 marzo 3019 T.E.) con lo sfondamento dell'armata della Mano Bianca: i difensori si erano divisi in due gruppi, Theoden e Aragorn nel Trombatorrione, Eomer e Gimli alle Caverne Scintillanti. La carica finale di Theoden costituiva un tentativo fiero, disperato ma anche suicida senza l'intervento di Gandalf, Erkebrand e dei simpatici Ucorni.
Appunto, un assedio può venire risolto in due modi a favore degli assediati. O gli assedianti tolgono il disturbo, causa troppe perdite. Oppure arriva qualcuno da fuori a invitare gentilmente gli assedianti a togliere il disturbo (e in questo, chi conosce Lo Hobbit ricorda come il caro Beorn fosse un maestro insuperabile di bonton e gli orchi lo sapevano bene!).
Ora, l'esercito di Angmar non pareva aver voglia di mollare la presa su Minas Tirith. L'entrata del grande capitano di Mordor nella città sanciva un dato di fatto. L'estrema opposizione di Galdalf ai cancelli fa pensare a quel Res ad triarios redit (il compito sia affidato ai Triari) con cui le legioni romane si giocavano l'ultima carta, quella dei veterani, in battaglie disperate. In questo caso si potrebbe dire Res ad Gandalfem redit (non mi piace Gandalf-em ma non trovo un accusativo adatto) ed in effetti ci si giocava proprio l'ultima carta. Bello, stupendo ultimo duello che con qualche amico appassionato di GiRSA abbiamo provato ad immaginare. Eppure questa grande sfida non ci fu. Tolkien è fatto così: duelli ne vedi pochi (Eowyn - Angmar è piuttosto particolareggiato) e i più particolari solo in parte (vedi Gandalf-Balrog) o te li accenna (Eomer - capitano Uruk-hai). Così questo duello non c'è, resterà appena nell'aria un'amichevole "vecchio pazzo" di Angmar a Gandalf (al contrario Terry Brooks nel suo Le pietre magiche di Shannara non resisterà alla tentazione di un duello tra il druido Allanon e il demone Dagda Mor).
Dunque, con lo sfondamento delle porte di Minas Tirith la battaglia si poteva considerare perduta. Confrontando come altri scrittori fantasy affrontano un tema simile ho notato che Brooks trascinerà la battaglia di Tyrsis ne La Spada di Shannara all'estremo ma senza speranza per gli uomini a meno di un avvenimento esterno. Al contrario, Robert Howard (Cicli di Conan, Celta, Kull di Valusia per intenderci) non gradisce gli assedi ma farà sempre combattere i suoi eserciti in campo aperto. Vero è, passando al cinema, che Ridley Scott nel film Le Crociate immagina la rabbiosa resistenza cristiana alla breccia delle Mura di Gerusalemme in uno degli scontri più rabbiosi del film. Ma lo stesso Baliano lasciava intendere il bisogno di prendere tempo e infliggere più perdite possibili per trattare con Saladino. Ma abbiamo già detto che quella mattina di quel 15 marzo a Minas Tirith un simile pensiero non era da porsi. In quel momento l'unico pensiero era "Vincere o morire" e lo sfondamento delle porte rendeva sempre più probabile il "morire".
Ma, colpo di scena, arrivano i Rohirrim. Richiesti eppure inattesi. Il loro arrivo sposta il baricentro dello scontro dalla città ai campi del Pellenor. Si nota infatti che il principe di Dol Amroth conduce all'esterno l'esercito di Gondor. La carica di Theoden richiama alla memoria diversi scontri celebri della storia:
1) forse qualcuno avrà ricordato la Battaglia dei Campi Catalaunici (giugno 431 d.c.) in cui all'esercito romano guidato dal generale Ezio si unirono contingenti di barbari federati dell'Impero, tra cui i Visigoti guidati dal loro re Teodorico I (da non confondere con l'altro Teodorico re degli Ostrogoti), per combattere contro le orde unne guidate da Attila. Teodorico I morirà in battaglia. Ricordando l'importanza dei Campi Catalaunici per l'Occidente e raffrontando la morte di Theoden sul Pellenor con quella di Teodorico I si notano diverse somiglianze;
2) qualcuno però ricorda pure la battaglia di Marengo (14 giugno 1800) che, dopo un iniziale successo degli austriaci nel mattino, venne ribaltata a favore di Napoleone dall'arrivo provvidenziale di rinforzi francesi guidati dal giovane generale Desaix. Desaix arrivò in tempo per far vincere la battaglia a Napoleone ma anche per morire in quanto colpito durante una carica e per rammaricarsi, ormai agonizzante, di non essere vissuto più a lungo per compiere ancora più splendide imprese;
3) certo a Tolkien non dovevano essere sconosciute le circostanze che portarono alla definitiva sconfitta di Napoleone a Waterloo (o Belle Alliance, 18 giugno 1815), in quella che molti storici definiscono "La Battaglia". Di fronte ai reiterati assalti francesi, Wellington e gli inglesi resistettero strenuamente per tutta la giornata ma solo l'arrivo sul campo dei prussiani di Blucher (e diversi errori dei comandanti francesi) decisero lo scontro. Ecco dunque che "La Battaglia" delle campagne napoleoniche si rispecchia in una certa qual maniera in quella che diviene "La Battaglia" della Guerra dell'Anello.

Certo Tolkien doveva ben sapere che una carica di cavalleria, per quanto furiosa, non risolve in sè uno scontro anche se aiuta di molto.
Qualcuno allora paragona la carica dei Rohirrim a quella degli inglesi a Balaclava (25 ottobre 1854), ma esistono differenze notevoli. A Balaclava, la Light Brigade inglese caricò, ignara, batterie d'artiglieria russa le quali non si fecero troppe domande a sparare coi cannoni sui cavalieri provocando una strage. Sul Pellenor, i Rohirrim giungono inosservati (con tanti ringraziamenti a Ghan-buri-ghan) e inaspettati. Quindi la carica può svilupparsi al massimo della potenza. Il film mostra gli orchi preparare uno sbarramento a fronte della carica di Theoden, mentre il testo lascia trasparire la completa sorpresa dell'esercito nemico di fronte ai nuovi arrivati (si nota la rabbia del comandante di cavalleria dei Sudroni e come lo stesso Angmar lasci le porte di Minas Tirith per fronteggiare i nuovi arrivati). Certo se l'esercito di Mordor avesse avuto sentore dell'arrivo dei Rohirrim forse avrebbe preparato una degna accoglienza. Uno sguardo alle battaglie di Stirling (1297) Crecy (26 agosto 1346), Nicopoli (25 settembre 1396) e Azincourt (25 ottobre 1415) ci insegna come la cavalleria potesse essere battuta da schieramenti con arcieri decisi oppure esaurirsi man mano che procedevano dando all'avversario attimi per approfittarne.
E quest'ultimo è il caso che Eomer si trovò ad affrontare quando viene annunciato l'arrivo delle navi di Umbar. L'Atlante della Terra di Mezzo di Tolkien suggeriva una stima di 45000 soldati per l'esercito di Mordor (ma è una stima di favore, si potrebbe alzare il numero anche a 60000 e più). Dallo schema della battaglia si potrebbe dire che con la morte di Angmar e la folle carica al grido di "Morte" di Eomer il primo scaglione di Morgul fosse stato spazzato via insieme a buona parte degli Esterling e Haradrim. Pertanto la mossa di Gothmog, luogotenente di Morgul, di lanciare la riserva (circa 10000 soldati) sia come un forzare la partita. Ad un certo punto la carica dei Rohirrim si arresta e attorno a Eomer dovevano esserci forse un migliaio di cavalieri della Prima Eored, mentre le altre due erano impegnate in altri scontri. Vedendo la posizione di Eomer, a un miglio dagli approdi di Harlond, viene da pensare che si stesse preparando ad un’ultima carica contro gli uomini di Umbar. Furbo tatticamente Eomer nel cercare di cogliere il nemico nel momento stesso in cui, appena sbarcato, si trova ancora disorganizzato. Fortunato Eomer visto che da quelle navi sbarca a sorpresa Aragorn.

Dunque, rileggendo il testo del Pellenor una domanda che mi sono posto è: per descrivere una battaglia così intricata, con tanti colpi di scena, avvincente, mai banale, e soprattutto così veritiera, Tolkien dov'è andato a trarre ispirazione? Bastano saghe nordiche o germaniche a spiegare il tutto?

Esiste un particolare animale nella Terra di Mezzo che, oltre a suscitare sogni ad occhi aperti nel prode Sam Gamgee, provoca stupore, paura e terrore in chi si trova a doverlo affrontare. Detto animale viene chiamato Mumakil o Olifante. La presenza di questo particolare animale sui campi del Pelennor fa riflettere alquanto.
Torniano allo svolgimento della battaglia sui Campi del Pelennor: Eomer ha lanciato i Rohirrim in una carica folgorante al grido di "morte" ma la stessa sua furia rischiava di metterlo ora in grave difficoltà. I Rohirrim, dopo aver travolto lo schieramento nemico e facendo strage tra i Sudroni, si trovano alle prese con un "piccolo" inghippo: i Mumakil appunto (e chi ha visto il film capisce quanto la parola "piccolo" sia ironica...). Leggo il libro: "...dove si trovavano i Mumakil i cavalli si rifiutavano di andare, impennandosi e deviando così che i grossi mostri restavano imbattibili..." permettendo così ai Sudroni di riorganizzarsi vicino ad essi.
Certo nel film vediamo Eowyn e Meriadoc lanciarsi a testa bassa verso di essi, stendendone alcuni con precisi colpi ai tendini. Tuttavia Tolkien immaginò con grande realismo la difficoltà di chiunque ad attaccare questi bestioni: gli stessi uomini di Faramir ne Le due Torri cercano inutilmente di abbatterne uno a frecce ma questi scappa via e se ne perdono velocemente le tracce.
In effetti, gli Elefanti da Guerra in genere sono sempre stati un cliente difficile sui campi di battaglia dell'antichità. Difficile sia per chi li affronta che per chi li porta. A Eraclea (280 a.c.) e ad Ascoli Satriano (279 a.c.) le legioni romane si trovarono per la prima volta gli elefanti e non sapevano come affrontarli: il risultato fu di due vittorie per Pirro e romani in fuga. A Zama (o Naraggara, ottobre 202 a.c.) Scipione pone davanti al suo schieramento una fila di uomini con tamburi, strumenti a percussione, trombe, i quali avranno il compito di fare un tale rumore da spaventare gli elefanti che Annibale dispone. In battaglia Annibale ordina l’assalto degli elefanti, i quali, giunti in prossimità dello schieramento romano, vengono spaventati dal tremendo rumore e, come impazziti, tornano sui loro passi andando a travolgere proprio le truppe di Cartagine e finendo addirittura addosso alla cavalleria numida. Alcuni elefanti, effettivamente, penetrano tra le file dei romani, ma lo schieramento predisposto da Scipione fa in modo che gli enormi pachidermi attraversino corridoi lasciati aperti. Ma comunque si nota che gli Elefanti non vengano eliminati ma messi fuori causa in un’altra maniera.
Forse allora si può tornare a riflettere su alcune fonti di Tolkien: da dove li ha tirati fuori gli elefanti visto che le battaglie in cui essi compaiono nella storia sono relativamente poche e non sono del periodo medievali?
Fonti forse un pò più larghe di quelle che consideriamo. Infatti, troviamo un interessante riferimento all'uso di elefanti in un libro insospettabile, la Bibbia. Riporto un brano del Primo libro dei Maccabei (capitolo 6, versetti 28-47): Il re (Antioco V Eupatore, re di Siria) si adirò, quando ebbe sentito ciò, e radunò tutti i suoi amici, comandanti dell'esercito e della cavalleria. Anche dagli altri regni e dalle isole del mare gli giunsero truppe mercenarie. Gli effettivi del suo esercito assommavano a centomila fanti, ventimila cavalli e trentadue elefanti addestrati alla guerra. Passarono per l'Idumea e posero il campo contro Bet-Zur; attaccarono per molti giorni e allestirono macchine; ma quelli uscivano, le incendiavano e contrattaccavano con valore.
Giuda allora levò il campo dall'Acra e lo trasferì a Bet-Zaccaria di fronte al campo del re. Ma il re si mosse alle prime luci del mattino e trasferì lo schieramento con impeto lungo la strada di Bet-Zaccaria; le truppe si disposero a battaglia e suonarono le trombe. Posero innanzi agli elefanti succo d'uva e di more per stimolarli al combattimento. Distribuirono le bestie tra le falangi e affiancarono a ciascun elefante mille uomini protetti da corazze a maglia e da elmi di bronzo in testa e cinquecento cavalieri scelti disposti in ordine intorno a ciascuna bestia: questi in ogni caso si tenevano ai lati della bestia e, quando si muoveva, si spostavano insieme senza allontanarsi da essa. Sopra ogni elefante vi erano solide torrette di legno, protette dagli attacchi, legate con cinghie, e su ogni torretta stavano quattro soldati, che di là bersagliavano, e un conducente indiano.
Il resto della cavalleria si dispose di qua e di là sui due fianchi dello schieramento, per terrorizzare i nemici e proteggere le falangi. Quando il sole brillava sugli scudi d'oro e di bronzo, ne risplendevano per quei riflessi i monti e brillavano come fiaccole ardenti. Un distaccamento delle truppe del re si dispose sulle cime dei monti, un altro nella pianura e avanzavano sicuri e ordinati. Tremavano quanti sentivano il frastuono di quella moltitudine e la marcia di tanta gente e il cozzo delle armi: era veramente un esercito immenso e forte.
Giuda con le sue truppe si avvicinò per attaccare lo schieramento e caddero nel campo del re seicento uomini.
Eleàzaro, chiamato Auaran, vide uno degli elefanti, protetto di corazze regie, sopravanzare tutte le altre bestie e pensò che sopra ci fosse il re; volle allora sacrificarsi per la salvezza del suo popolo e procurarsi nome eterno. Corse dunque là con coraggio attraverso la falange e colpiva a morte a destra e a sinistra, mentre i nemici si dividevano davanti a lui, ritirandosi sui due lati. Egli s'introdusse sotto l'elefante, lo infilò con la spada e lo uccise; quello cadde sopra di lui ed Eleàzaro morì. Ma vedendo la potenza delle forze del re e l'impeto delle milizie, i Giudei si ritirarono.
Un passo simile nel contenuto lo trovate nel Secondo Libro dei Maccabei (capitolo 13, 1-26) che non riporto al momento. Spero di aver chiarito un poco il mio pensiero. Ovvero che nella composizione di determinati avvenimenti narrati nel Signore degli Anelli, l'autore si basi su conoscenze storiche e letterarie a largo raggio...

Altre considerazioni merita l’utilizzo della cavalleria ne Il Signore degli Anelli. Una veloce ripassata del Della Guerra di Clausewitz aiuta a notare alcuni particolari.
Le seimila lance che Re Theoden porta da Dunclivio ai Campi del Pelennor sono indubbiamente un aiuto insperato per i difensori di Minas Tirith ma anche un esercito inusuale che trova pochi riscontri nella storia.
Ho detto "inusuale" perchè composto interamente di cavalieri, quindi niente fanteria. D'altronde, viste l'andamento della guerra e il bisogno disperato di Gondor di rinforzi immediati il corpo di cavalleria dei Rohirrim costituiva la prima scelta. Non che i Rohirrim non sapessero combattere a piedi alla bisogna: al Trombatorrione non avevano battuto ciglio e nell'esercito che Aragorn guida verso i Cancelli di Mordor, ben 500 uomini di Rohan sono sì appiedati ma anche spadaccini formidabili. Ma per salvare Gondor in quei giorni di mezzo marzo occorreva celerità: da una scorsa all'atlante della Terra di Mezzo si ricava che da Dunclivio a Minas Tirith ci sono circa 335 miglia. La celerità a Theoden potevano darla solo i cavalli e i Rohirrim cavalcarono dal 10 alla mattina del 15 marzo 3019 T.E. arrivando appena in tempo.

Dicevamo di un esercito inusuale. Inusuale ma non impossibile, almeno in teoria. Fino alla fine dell'Ottocento gli eserciti si basavano su un complesso coordinato delle varie armi. In antico, le armi erano due: fanti e cavalieri. Con l'avvento della polvere da sparo si aggiunse una terza arma: l'artiglieria. Sbagliano quanti ricercano eserciti di sola cavalleria (o con cavalleria maggiore della fanteria) nel medioevo: basterebbe pensare alle masse a piedi degli esercit crociati o degli eserciti degli imperatori germanici in Italia. Semmai bisogna dire che nel Medioevo, l'importanza della cavalleria allora era superiore alle fanterie.
Un esercito di sola cavalleria però non è impensabile. Agirebbe in pianure e spazi aperti, prediligerebbe i movimenti a largo raggio. Addirittura potrebbe godere di grande tranquillità e comodità rispetto al nemico, senza consentirle pure a lui. Potrebbe utilizzare audaci aggiramenti e facili diversioni perchè domina lo spazio. Su questi principi si dovrebbe basare la scelta dei Capitani dell'Ovest di lasciare il contingente principale dei Rohirrim (3000 cavalieri) a difesa di Gondor mentre l'esercito di Re Elassar portava la sfida finale sulla porta di casa di Sauron. In caso di sconfitta, i Rohirrim, pur disperati, avrebbero potuto far pagare caro ogni centimetro di terreno agli invasori...

Certo un esercito di sola cavalleria possiede delle sue limitazioni. Anzitutto alla lunga diviene difficile da mantenersi specie per quanto riguarda il vettovagliamento e la sostituzione dei cavalli uccisi in battaglia. In secondo luogo, un esercito di sola cavalleria avrebbe uno "sforzo intensivo" molto scarso. Mi spiego meglio: l'esercito di Mordor (fanterie su fanterie) attacca battaglia il 12 marzo da Osgiliath e continua la sua offensiva fino al 15 marzo quando viene distrutto. Quindi 4 giorni di attacco continuato. I Rohirrim arrivano sul campo di battaglia all'alba del 15 marzo, caricano e travolgono tutto quello che trovano ma a metà mattina le forze di Mordor stanno riprendendo il sopravvento ed Eomer si ritrova accerchiato su un colle salvo poi essere salvato dall'arrivo di Aragorn. Quindi i Rohirrim possono aver tenuto una carica selvaggia per 3-4 ore non di più (...e poveri cavalli). Questo raffronto dovrebbe spiegare cosa si intende per "sforzo intensivo".

Fondamentalmente il compito della cavalleria sarebbe quello di rompere lo schieramento nemico, costringendo gli avversari a piedi a rinserrare le fila cioè facendo "quadrato". Chiaro che la cavalleria contro una formazione a piedi disposta a "quadrato" è destinata ad infrangersi invano, se i fanti stringono la formazione a dovere. Ma, costringendo le fanterie nemiche a rinserrare i ranghi a difesa, la cavalleria attaccante offre il tempo alle sue fanterie di serrare la distanza con il nemico arrivando così al corpo a corpo. Non a caso, vedendo il positivo svilupparsi della carica dei Rohirrim, il principe Imrahil conduce fuori dalle mura l'esercito di Gondor serrando da presso le forze di Mordor. Il mancato congiungimento delle forze di Rohan con quelle di Gondor, la riorganizzazione delle forze degli Haradrim e l'arrivo delle riserve di Gothmog, stavano per provocare il disastro dell'ovest sul Pelennor. Come detto solo l'arrivo di Aragorn salvò la situazione. Eomer e la sua eored rischiavano infatti di fare la stessa fine della cavalleria dell'Ordine Teutonico a Grunwald-Tannenberg (15 luglio 1415), presa in trappola, accerchiata e fatta a pezzi da un intelligente manovra dell'esercito polacco di re Ladislao.

In ultimo, la cavalleria è l'arma del movimento e delle grandi decisioni. I Rohirrim nella loro cavalcata su Gondor e nella battaglia del Pelennor dimostrano ampiamente questi due fattori. E tuttavia la cavalleria è anche l'arma di cui si può fare maggiormente a meno. Due esempi in proposito:
1) l'esercito di Mordor che porta l'assedio a Minas Tirith. Non vi ritrovate cavalleria, salvo un'aliquota di cavalieri Sudroni che viene sbaragliata da Theoden con facilità disarmante. Certo gli orchi avrebbero potuto portarsi vicino un’aliquota di mannari ma può darsi che le perdite subite da questi nella battaglia dei Cinque eserciti non ne lasciassero un gran numero.
2) l'esercito dell'Ovest che marcia verso Cirith Gorgor: 6000 fanti e 1000 cavalieri. Ai cavalieri ne dobbiamo togliere poi un buon numero tenendo conto di quelli lasciati al Crocevia dell'Ithilien. D'altro canto, c'era ben poco da manovrare di fronte all'esercito che sciamò fuori dal Cancello Nero...

Certo la mancanza della cavalleria nell'esercito di Mordor che avanzava su Minas Tirith fu notata sia da Gandalf e da Denethor. I due così prepararono la sortita dei Cavalieri di Dol Amroth guidati dal principe Imrahil il giorno 13 marzo. Detta sortita salvò Faramir e le truppe di Gondor in ripiegamento dal Rammas, anche se fu velocemente richiamata all'interno delle mura di Minas Tirith. Un esempio intelligente di utilizzo della cavalleria in cui se fate caso ritrovate diversi degli elementi sopracitati. Tutto ciò dimostra l’estrema profondità ed elaborazione del testo de Il Signore degli Anelli. Molto più che una semplice storia…

Emanuele M. Cattarossi