lunedì 27 giugno 2016

Furia Azzurra... Italia-Spagna e la resa dei conti...

Capita a volte che le partite di calcio diventino confronti epici tra le due compagini in campo. Un confronto serrato, deciso, da resa dei conti. Un continuo tentativo di superarsi per dimostrare la superiorità sull'avversario che si esprime su livelli diversificati eppure tutti concorrenti a raggiungere quel qualcosa in più che garantisce la vittoria. Attacco contro difesa, sfide a centrocampo e corse sui fianchi, portieri dai nervi d'acciaio e autentici funamboli del pallone. Novanta minuti per dimostrare chi è il più forte. 
Questa è la dinamica dei tornei che prevedono una fase ad eliminazione diretta. In un campionato di trenta e passa giornate devi dosare le forze, pensare da maratoneta o da ciclista di grandi corse a tappe. In una partita dentro o fuori, spesso l'immagine è quella dei due pistoleri del vecchio Far West: pistola nel cinturone, sei colpi nel tamburo, uno vince e l'altro morde la polvere.
Italia-Spagna era una partita da resa dei conti. E resa dei conti è stata. Agli Europei del 2008 la Spagna aveva piegato l'Italia nei quarti aprendo simbolicamente un periodo di totale dominio del calcio internazionale: Europeo 2008, Mondiale 2010, Europeo 2012. Agli Europei del 2012, l'Italia si era confrontata due volte con la Spagna: nella prima partita la costringe al pareggio ma nella finale, complici due tremende partite per piegare Inghilterra e Germania, gli azzurri vennero liquidati con un tremendo 4-0. Risultato che faceva ancora più male, perchè troppo presto si erano esaurite le forze degli azzurri che poi per quasi mezz'ora dovettero giocare in dieci, subendo due gol mortificanti e quasi irridenti da parte degli spagnoli. La superiorità spagnola in confronti ufficiali risultava ancora più netta ricordando che l'ultimo successo azzurro risaliva al Mondiale di USA 1994: Dino e Roberto Baggio, 2-1 e porta aperta per la semifinale.
Il confronto tra Italia e Spagna è tuttavia anche il confronto tra due movimenti calcistici: gli italiani sempre più ridimensionati nel tempo dopo anni di dominio a livello di club; gli spagnoli da anni autentici dominatori della scena, Real Madrid e Barcellona in testa.
Agli ottavi gli Spagnoli ci arrivano però da secondi nel girone qualificatorio, dopo la sconfitta con la Croazia. Gli azzurri il girone lo mettono in cassaforte con due partita e ci arrivano primi, anche con un indolore sconfitta con l'Irlanda, dopo aver piegato un favorito Belgio. Favorita la Spagna per i pronostici, molto meno l'Italia sbertucciata come "la peggior formazione italiana della storia". Espressione davvero infelice: rispetto ad altre formazioni azzurre questa forse non ha gran talento ma sottovalutarla è un lusso che si paga caro. I Belgi ne sanno qualcosa...
Dunque, ottavo di finale: dentro o fuori. Le Furie Rosse notano da subito che la furia questa volta è tutta azzurra e inizia dalla difesa. Che cortesemente non concede proprio niente agli Spagnoli. Morata viene cancellato dai compagni della Juventus, Nolito diviene impalpabile, David Silva corre e corre ma senza frutto. Da centrocampo, le Furie Rosse sembrano "sfuriate". Quando De Rossi, campione del mondo 2006, dopo aver annullato Iniesta, campione del mondo 2010, si permette un tunnel al grande fantasista del Barcellona si intuisce che qualcosa di grosso può capitare. E ovviamente capita, perchè gli attaccanti puntano la porta iberica con una determinazione da brividi. E agli spagnoli vengono i brividi...
Ma i brividi spagnoli dovrebbero venire da altro. Il tiki-taka, palla-passaggio-palla-passaggio-palla-passaggio-palla-passaggio finchè all'avversario cresce una barba in cui inciampa, risulta più lento del solito. Dunque prevedibile da una difesa attenta. E chi affrontano gli s-furiosi spagnoli? Gli azzurri, l'Italia: Nereo Rocco, catenaccio, difesa e altre robette del genere. Progressivamente gli spagnoli si lasciano macinare. E gli azzurri avanzano. Brividi per i favoriti...
Arriva così il 33', quando gli azzurri guadagnano una punizione da fuori area. Roba da Pirlo, ma gli Spagnoli si rassicurano: Pirlo non c'è. C'è però il tranquillo Eder: meno male pensano gli Spagnoli. E mica tanto meno male perchè l'attaccante italo-brasiliano scaglia di destro una sassata contro la porta iberica. Il portiere spagnolo De Gea para, meno male pensano gli Spagnoli, ma non trattiene, uhhh pensano gli Spagnoli, però riesce ancora a contenere Giaccherini, per fortuna pensano gli Spagnoli, che però indirizza il pallone sull'accorrente Chiellini, uhhhhhhhh pensano gli Spagnoli. E il buon Giorgio per togliere gli Spagnoli dal dubbio metodico di cartesiana memoria spara letteralmente e cortesemente il pallone in rete. Gaudio, giubilo azzurro: 1-0. Azzurri, lo sapete che siete in vantaggio contro i bi-campioni in carica? 
Gli azzurri lo sanno bene, le Furie Rosse decisamente meno. E continuano con la serie di quaranta-cinquanta-sessanta-centottantanove-trecentosedici passaggi che però portano a nulla. Gli azzurri, rompono la trama di passaggi e si ributtano in avanti. Giaccherini s'inventa addirittura una rovesciata in area degna di miglior fortuna e di più attento arbitraggio. Gli capita anche un bel destro a giro che scalda le mani di De Gea. 
Le Furie Rosse si chiedono come arginare questi scatenati francesi: qualcuno li avvisa tardi che stanno affrontando degli italiani. Gli azzurri sono certamente la "Peggior squadra", ma nel senso di essere il peggior cliente della Spagna. L'allenatore della Spagna, il baffuto marchese Del Bosque, assiste silenzioso alla partita. Di solito non si scompone mai, ma certo intuisce tutta la difficoltà della squadra. Nel secondo tempo corre ai ripari, ma sono ancora gli azzurri a fargli rizzare i baffi quando il tranquillo Eder parte come un missile palla al piede verso la porta spagnola. Difesa iberica quasi statica, tocca ancora a De Gea chiudere la porta.
Passano i minuti, gli azzurri scendono inevitabilmente di tono. De Rossi è costretto a lasciare il campo dolorante, e le Furie Rosse danno maggiore intensità alla trama di passaggi. Il centrocampo azzurro cede leggermente ma la difesa è salda. Gli spagnoli iniziano ad impensierire Buffon che ringrazia, visto che iniziava a sentirsi escluso. Poca roba, un palo in fuori gioco, una voleè di Iniesta e un piattone di Pique. 
Vista la situazione, Conte opta per un cambio. Fuori il bravo e spremuto Eder, dentro Insigne. E qui si capisce che Italia-Irlanda ha dato le indicazioni giuste. Appena entrato Lorenzo il Magnifico, fa alzare più repentinamente i baffi di Del Bosque. Le Furie Rosse vanno in bambola, ma trovano ancora quasi a tempo scaduto un guizzo in avanti quanto una zampata di Piquè potrebbe pareggiare i conti. Ma Buffon è immenso, si distende come e meglio dell'Uomo Ragno salvando il risultato. 
Sul ribaltamento di fronte Giacchierini, Thiago Motta e Insigne fanno gli spagnoli per quattro-cinque tocchi incantando perfidamente gli avversari. Poi, hop, da sinistra Insigne ribalta l'azione verso Darmian lasciato tranquillo, solitario y final dalla difesa spagnola. La quale accorre con il cambio lasciato in folle, mentre Darmian rifinisce l'azione per Pellè che cortesemente insacca. 
Gli Spagnoli sono battuti, per loro probabilmente finisce un ciclo. Lungo, vincente ma finito. Per gli azzurri è una partita storica: difficile ritrovare un altro momento in cui la Nazionale batte un campione in carica. Partita epica: gli spagnoli per lunghi tratti sono stati calcisticamente presi a ceffoni. Le sfuriate Furie Rosse hanno dovuto cedere alla Furia Azzurra.
Prima della partita, si sapeva che la vincente avrebbe affrontato la Germania, campione del mondo, nei quarti. Se fosse toccata alla Spagna, sarebbe stata una resa dei conti, altrettanto sentita visto i frequenti incontri fra le due nazionali. Invece sarà Italia-Germania e sarà "La Battaglia dei Giganti". Furia Azzurra contro Truculenza Teutonica. Il confronto non potrà che essere epico...  

Emanuele M. Cattarossi

sabato 25 giugno 2016

Giocare con motivazioni lontane... Italia-Irlanda e un riscatto atteso...


Ci sono partite della Nazionale italiana in cui ci si chiede quale squadra sia scesa in campo, se "sia" proprio scesa in campo una nazionale, dove hanno lasciato le motivazioni e compagnia bella. Dette partite si accoppiano volentieri a risultati diciamo "eclatanti" degli avversari. Facile ricordare i confronti con i Coreani: del Nord nel 1966 ai Campionati Mondiali in Inghilterra; del Sud nel 2002 in proprio in casa loro. Ma per gli amanti dei ricordi qualcuno potrebbe rimembrare il poker rifilatoci dallo Zambia nelle Olimpiadi del 1988, anche questa volta in Corea. Tra queste partite si sarebbe potuta annoverare l'ottavo di finale ai Campionati Mondiali statunitensi del 1994 contro la Nigeria: sotto di un gol, con un uomo in meno causa un arbitraggio a senso unico, fu solo la zampata vincente del "Divin Codino" Roberto Baggio a salvare prima e a glorificare poi una partita che pareva persa.

Detto questo alla terza giornata del girone eliminatorio dei Campionati Europei, l'Italia viene battuta dall'Irlanda. E dopo due vittorie che avevano acceso gli entusiasmi gli azzurri tornano nel mirino delle critiche della stampa. Ma questa partita non rientra minimamente nel novero delle partite sopracitate.
Gli azzurri si sono approcciati allo scontro con gli irlandesi con alcune certezze acquisite. La prima, il matematico passaggio del turno in seguito alla vittoria con la Svezia. La seconda, la matematica certezza del primo posto del girone conseguente alla vittoria del Belgio con l'Irlanda. La terza, la scoperta dell'avversaria negli ottavi, ossia la Spagna. Partendo da queste considerazioni non ci si poteva aspettare di mandare in campo la squadra cosiddetta "titolare" sperando in un concentrazione mentale tale da affrontare l'avversario. Meglio e giusto così, lasciare spazio a quanti avevano giocato di meno per comprenderne motivazioni e "fame". 
Per l'Irlanda invece la partita con gli azzurri rappresentava un ultima spiaggia. Non ancora eliminati matematicamente dalla competizione, i verdi irlandesi dovevano puntare ad una vittoria per il passaggio del turno. Niente più, niente meno. 
Si confrontino pertanto le motivazioni latenti e si otterrà subito il film della partita. Gli undici azzurri schierati da Conte puntano a lungo a non sbagliare, ma subiscono l'arrembante offensiva irlandese. Offensiva che però non riesce a concretizzare sotto la porta azzurra salvo alcune occasioni ma poche davvero per pericolosità. Gli irlandesi proveranno a ripetizione la via del colpo di testa su punizione, ma con scarsi risultati. 
Tuttavia gli irlandesi giocano, ci provano, insistono. Gli azzurri rintuzzano e fermano l'offensiva e fin qui va tutto bene. Il problema si pone a ripartire. Infatti il gioco stenta a ripartire dalla difesa, quando riesce si arena sulle fasce. Bernardeschi a destra e Florenzi a sinistra non riescono a incidere contro gli irlandesi. Di conseguenza gli attaccanti azzurri girano a vuoto. Quando arriva un pallone, sia Immobile che Zaza girano e scoccano il tiro, confermando la loro pericolosità in area. Ma per l'appunto gli arriva un pallone a testa, così per par condicio. E allora la pericolosità azzurra in attacco rimane in potenza, con buona pace degli irlandesi che continuano a sperare.
Qualcosa, ma giusto qualcosa cambia nel secondo tempo. Con il passare dei minuti, si avverte che l'impeto irlandese va spegnendosi. Gli azzurri iniziano, ma giusto iniziano a rendersi un pochino pericolosi. Iniziano i cambi e con l'inserimento di Insigne, iniziano alcuni grattacapi per gli irlandesi. Infatti il buon Lorenzo inizia a giocar palla portando a spasso gli irlandesi. Poi al 77° trova il destro giusto che potrebbe risolvere la partita, ma che si stampa sul palo. 
Pare il momento che cambia la partita ed infatti è così. Ma non nel senso inteso dagli azzurri. Infatti la giocata del buon Lorenzo resta l'unica azione pericolosa degli azzurri, mentre nei cambi irlandesi viene inserito Hoolahan, autore del gol con la Svezia. Il cambio irlandese è vincente, perchè fa saltare un poco gli schemi. E quel poco basta a causare la distrazione di Bonucci all'83° minuto. Distrazione fatale perchè si perde Brady in area e a quest'ultimo basta un momento per fulminare un incolpevole e generoso Sirigu. Uno a zero per gli irlandesi. Resta uno sterile tentativo di riscossa azzurro, barricate irlandesi. Poi finisce il tutto. 
E al termine si nota che per gli azzurri non è cambiato nulla: ancora agli ottavi, ancora primi del girone, ancora in attesa della Spagna. Come prima di giocare con l'Irlanda. Resta una sconfitta certo, ma in passato abbiamo subito batoste peggiori. Per gli Irlandesi una qualificazione storica, favorita anche dal cambio della formula del torneo con l'allargamento delle partecipanti e con l'introduzione degli ottavi di finale. Ma assolutamente giusto e meritato così, anche a parziale riscatto di quella qualificazione mancata al Mondiale 2010 contro la Francia per via di una "mano" di Henry. Complimenti Irlanda, anche per il supporto e il calore dei loro tifosi.
Pare strano ma l'Italia ha giocato intensamente contro il Belgio vincendo, ha mostrato qualche fatica contro la Svezia e lasciato alcuni dubbi contro l'Irlanda. All'inizio ci si sarebbe potuti aspettare ragionevolmente il contrario. Ora però tocca agli ottavi. Agli azzurri in prospettiva tocca un braccio della morte se vuole arrivare in fondo. Subito le Furie Rosse spagnole, quasi sicuri i Panzer tedeschi nei quarti, abbastanza scontati i Galletti francesi in semifinale. Bel trio: i campioni continentali, i campioni del mondo e i padroni di casa. Mancano solo King Kong e Godzilla per completare il lotto. E in finale, udite udite, o i Croati o addirittura i Belgi, che ovviamente avrebbero una voglia matta di impallinarci per benino. Bel percorso, a patto ovviamente di iniziare battendo gli spagnoli, i quali peraltro sarebbero non campioni ma bi-campioni in carica. Ora, il girone eliminatorio ha mostrato tre squadre di azzurri differenti per approccio. A seconda di quale squadra scenderà in campo lunedì contro gli Spagnoli si potranno verificare le possibilità dell'Italia nel torneo. Tutto da vedere e da decidere. Attenzione però, Conte non ama perdere...

Emanuele M. Cattarossi

martedì 21 giugno 2016

Una, dieci, tante diverse Brexit...

Giovedì 23 giugno nel Regno Unito (ossia Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del Nord) e a Gibilterra ti terrà una consultazione referendaria che avrà il seguente quesito: «Il Regno Unito dovrebbe restare un membro dell'Unione europea o dovrebbe lasciare l'Unione europea?». Consultazione referendaria delicatissima su un tema fin troppo chiaro: dentro o fuori l'Unione Europea? 
La stampa è riuscita gentilmente a fornire un termine portatile per l'avvenimento: Brexit, ossia British + Exit. Ben poca fantasia nel coniare il termine, se pensiamo che il termine è mutuato dal precedente Grexit, ossia la paventata uscita dalla Grecia dall'Unione Europea. Poca fantasia e qualche sprecisione, in quanto British è riduttivo come termine se la consultazione riguarda l'intero Regno Unito. La Scozia non è British, ma Scottish; il Galles, sarebbe Welsh; l'Irlanda del Nord si potrebbe dire Irish, se la vicina Irlanda non fa obiezioni. E ancora si dovrebbe notare che queste sono le mutuazioni inglesi di termini che nel loro idioma nativo suonerebbero diversamente. Ma serve a rendere l'idea di quanto spreciso sia il termine Brexit. Semmai per salvare capra e cavoli si poteva utilizzare UKexit, ma vogliamo mettere la musicalità di Brexit...
Ancora più interessante notare il fiato sospeso che tutto il mondo, o almeno i potentati di Bruxelles, sembrano avere per questo referendum. Pro e contro Brexit, l'evento pare di portata storica, rivoluzionaria, quasi epica. Lo studioso ascolta pazientemente il tutto, quindi inarca un sopracciglio. Poi si alza, controlla un paio di testi per sicurezza, mai che si fosse letto male. Fatto ciò torna a sedersi e racconta qualche storia. Serve però una necessaria precisazione: la Brexit non è niente di nuovo sotto il sole. Sotto certi aspetti, gli Inglesi hanno avuto ben più di una Brexit. A volte subite, a volte da loro stessi impostate. Di certo, niente di epocale semmai un utile dinamica nel tempo di una nazione decisamente particolare.

Brexitus
Come detto di Brexit se ne trovano diverse nella storia. Forse la prima appartiene ai Romani, che il Regno Unito lo chiamavano Britannia. I Romani vi fecero la prima comparsa con Giulio Cesare, il quale ebbe a magnificare la sua impresa ma che in realtà si ridusse a due spedizioni (55-54 a.c.): una fallita per il naufragio della flotta, la seconda limitata allo stabilimento di rapporti "clientelari". I Britanni non se lo immaginavano ma l'Impero Romano faceva molto Unione Europea. Fu il più mite e dimesso imperatore Claudio a pianificare una prima conquista del sud della Britannia nel 43 d.c., in seguito toccò ad Agricola, governatore dell'isola, estendere tra il 77 e l'84 il dominio romano pare anche in Scozia. Dopo Agricola, i Romani decisero per la Scot-exit, ritirandosi su una linea basata sull'istmo del Forth-Clyde. Poi l'imperatore Adriano nel 122, decise per la Forth-Clyde-exit, arretrando il confine romano sul famoso Vallo che dell'imperatore portava il nome. Ma nel 142, l'Imperatore Antonino Pio, forse sulla spinta di referendum, riportò la frontiera sulla linea del Forth-Clyde erigendo anche lui un Vallo con il suo nome. Ma tra il 163-164, contrordine: si tornava sul Vallo di Adriano. Finita qui? Niente da fare, tra il 208 e il 211, l'imperatore Settimio Severo decise che per quieto vivere era meglio per Roma riconquistare tutta l'isola. La campagna iniziò bene, ma Settimio morì a Eboracum, oggi York, e il figlio Caracalla, nel pieno rispetto dell'idea paterna, decise di fare dietro-front e di tornare al Vallo di Adriano. Sta di fatto che le popolazioni del luogo, guardavano le legioni andare avanti e indietro scuotendo il capo, e forse lì cominciarono a pensare che quelli venuti dal continente non avevano poi le idee molto chiare. 
I Romani, viste le sempre più violente incursioni di barbari germanici, provarono a schiarirsi le idee verso la fine del IV e gli inizi del V secolo. E così fu Brexit: le legioni romane si spostarono in Gallia, e le popolazioni del luogo dovettero badare a se stesse quando già si profilavano all'orizzonte le navi degli Angli e dei Sassoni. Si verificò così una nuova Brexit, con le popolazioni celtiche della Britannia a trasferirsi in Bretagna. Nel caos del periodo Tardo Antico le sperimentazioni apparivano all'ordine del giorno.

Ah questi tedeschi...
Giovanni Plantageneto re d'Inghilterra doveva aver pensato così a Chinon il 18 settembre 1214. Dopo aver subito una serie di sconfitte dai francesi, Giovanni contava sull'appoggio imperiale per ristabilire la situazione generale. E invece nella domenica di Bouvines, il 27 luglio 1214, Filippo Augusto di Francia aveva inflitto una sconfitta decisiva all'imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, Ottone IV di Brunswick. 
Dopo la Brexit romana, erano passati circa cinque secoli prima che la medievale Unione Europea riportasse l'Inghilterra nella sua orbita. Ci avevano pensato i Normanni, e più precisamente Guglielmo duca di Normandia a farlo. Ad Hastings, nel 1066, il partito No-Euro guidato da re Harold aveva provato a far sentire le proprie ragioni ma non ci fu verso. Battuto e ucciso Harold, Guglielmo divenne re d'Inghilterra e umilmente passò alla storia come "il Conquistatore", per la rabbia di molti altri che ci tentarono in seguito fallendo, Napoleone e Hitler in testa. In questa maniera il regno d'Inghilterra tornò nell'orbita europea in virtù del ducato di Normandia. 
Le cose parvero andare bene per un paio di secoli, fin quando i sovrani francesi non iniziarono un lento processo di unificazione nazionale. Processo che iniziò ad interessare anche i possedimenti di Normandia, per i quali il Re d'Inghilterra risultava feudatario del Re di Francia. S'aggiunga poi che Giovanni Plantageneto manco di attenzione verso i suoi domini di Normandia, cosa che sposto i cuori degli abitanti verso il re di Francia. Quest'ultimo graziosamente occupò la Normandia nel 1204, una moderata Brexit medievale.
Giovanni provò dieci anni più tardi a riscattarsi alleandosi con Ottone IV di Brunswick, Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico e suo parente, e a Ferdinando conte di Fiandra contro Filippo Augusto re di Francia. Coalizione di forze interessante, ma strategia lenta e indecisa. Così Filippo Augusto, il 27 luglio 1214, travolgeva l'esercito imperiale a Bouvines. La sconfitta di Bouvines risultava decisiva per il conflitto: Ottone IV cedette il titolo imperiale a Federico II e Giovanni Plantageneto fu costretto al trattato di Chinon il 18 settembre 1214. 
Il trattato di Chinon fu una Brexit in piena regola: Giovanni Plantageneto dovette cedere alla Francia i possedimenti della corona a nord della Loira ossia Berry, Turenna Maine e Angiò oltre ad un indennità di 60000 lire. Gentilmente Filippo Augusto lasciò a Giovanni i possedimenti di Aquitania mentre la storia consegnò al sovrano inglese il soprannome di "senza terra". Meno gentili furono i baroni inglesi che prima fecero tecnicamente notare a Giovanni di aver bruciato in Francia le loro rendite e in seguito decisero di cautelarsi facendo firmare al sovrano un certo documento, poi chiamato Magna Charta. 

Cent'anni d'indecisione...
Ogni volta che una linea di successione s'interrompe sorgono problemi: eredità, litigi, chi ha diritto a cosa. Figuriamoci poi se di mezzo c'è un regno intero. 
Nel 1328 in Francia muore senza eredi Carlo IV detto il Bello, ultimo della dinastia capetingia. Gli succede Filippo di Valois, figlio di Carlo di Valois, fratello di re Filippo IV il Bello, padre di Carlo IV. Un cugino insomma. Con Filippo ha inizio per i Re di Francia il ramo Valois, che durerà fino alla fine del cinquecento. Filippo diviene così Filippo VI, vi era stato anche un Filippo V detto "il Lungo" figlio di Filippo IV, e viene soprannominato "il Fortunato". Dubbia fortuna, visto che Edoardo III d'Inghilterra rivendica la corona francese. Per intendersi, Edoardo è figlio di Edoardo II e di Isabella, figlia di re Filippo IV e sorella di Carlo IV. Un nipote insomma. Tecnicamente un pochino più vicino a Carlo IV rispetto a Filippo di Valois. Ma siccome altrettanto tecnicamente i francesi non ne volevano sapere di un sovrano inglese, si misero a rispolverare la Legge Salica, che teneva ben fuori dalla successione il ramo femminile. 
Ne risulta che se i francesi lo chiamano escamotage gli inglesi più pragmaticamente lo indicano come trick e constatano che la Brexit avviene anche per vie femminili. Scoppia così la Guerra dei Cent'Anni, in cui gli Inglesi sono ben decisi a far parte dell'Europa. I Francesci invece... non avevano del tutto le idee chiare. Certo non volevano un re inglese, ma a Crecy nel 1346 e ad Azincourt nel 1416 concedono due sfolgoranti vittorie agli Inglesi, ossia disastrose sconfitte per loro. Che i Francesi non avessero idee chiare se ne accorsero anche Ungheresi e Ottomani a Nicopoli nel 1396: la scriteriata carica della cavalleria francese produsse la rovina dei primi e la vittoria dei secondi.
Gli inglesi ringraziarono inizialmente i francesi per la gentile concessione di quasi metà della Francia e in seguito Shakespeare immortalò Azincourt nel suo Enrico V. Ma poi fu la Giovanna nazionale di Francia ad iniziare da Orleans la campagna pro-Brexit. E gli inglesi corsero tardi ai ripari contro di lei, la Brexit era dietro l'angolo: a Formigny nel 1450 e a Castillion nel 1453 si formalizzò lo sfratto dal continente. Gli Inglesi rimasero in possesso soltanto di Calais e scoprirono in casa loro i disagi di una guerra di successione. Cominciata tra Plantageneti e Valois, una Brexit lunga cent'anni parve risolversi tra York e Lancaster... 

Splendidi isolamenti, alti profitti...
Fatti accomodare gentilmente fuori dal continente europeo, gli inglesi scoprirono nel Cinquecento che starne fuori aveva i suoi vantaggi. Merito di Colombo che convinto di andare in India si trovo di mezzo le Americhe; merito di Vespucci che capì che forse la cartina del mondo andava cambiata un pelo; merito di Magellano che del mondo fu il primo a farne un giro completo. E merito dei sovrani inglesi che dettero lo start alle loro navi manco una gara clandestina in autostrada.
Detto fatto, a fine cinquecento, gli Inglesi battendo l'Invicible Armada iniziarono ad acquisire la superiorità navale sugli oceani. Rintuzzati in seguito Olandesi e Francesi, la Royal Navy assunse tra seicento e settecento un dominio indiscusso sui mari. Con la Guerra dei Sette Anni (1758-1765) gli Inglesi inaugurarono con largo anticipo su altre potenze un impero coloniale mondiale. 
Nel settecento, l'Inghilterra era rientrata in una certa qual maniera ad interessarsi del quadro politico continentale partecipando alle Guerre di Successione Spagnola (1701-1714) e Austriaca (1740-1748) oltre alla citata Guerra dei Sette Anni. Gli antagonisti degli inglesi manco a dirlo erano ancora i francesi. Ri-manco a dirlo nuove questioni dinastiche. Ma la vittoria nel quadro strategico generale di un secolo andò all'Inghilterra. 
La Francia penso di aver ottenuto una rivincita nella guerra d'Indipendenza americana (1775-1783), ma si ritrovò con casse vuote, economia in dissesto e qualche lieve problema d'ordine interno. La soluzione del problema venne individuata prima bombardando la Bastiglia il 14 luglio 1789, poi dichiarando la Repubblica il 21 settembre 1792, quindi decapitando re Luigi XVI il 21 gennaio 1793. Spersa tra movimenti rivoluzionari, spasmi sanculotti, utilizzo ossessivo compulsivo della ghigliottina, Direttori più o meno compiacenti, l'esperienza rivoluzionaria francese ebbe una prima conclusione il 18 brumaio 1799 (9 novembre 1799) con la cortese entrata nell'Assemblea di Napoleone Bonaparte sotto scorta di un centinaio di granatieri. 
Iniziava l'Impero Francese e agli inglesi ci vollero quindici anni ben cinque coalizioni con potenze continentali europee per aver ragione di Napoleone. Alla fine, il 18 giugno 1815 si giunse a Waterloo. Mentre Napoleone iniziava il tragitto che lo doveva condurre a Sant'Elena, la sera di quella giornata l'inglese Wellington e il prussiano Blucher incontrandosi ebbero un momento di deja-vu. Pare che entrambi pensassero: "ma dove l'ho già visto?". Qualcuno provò a suggerire Bouvines, ed entrambi convennero che poteva darsi anche se a risultato invertito. Ritornati ai rispettivi stati maggiori, Wellington commentò "ah, questi tedeschi..." e Blucher "ah, questi inglesi...".
Nel frattempo a Vienna si era riunito il Congresso di tutte le potenze continentali per ridiscutere l'assetto europeo nel dopo-Napoleone. Sentendo puzza di Unione Europea, il ministro degli Esteri Castlereagh giocò abilmente le sue carte scoprendo i vantaggi della Brexit: preservò l'impero coloniale inglese, disse di si a tutti senza convinzione, propose incontri di coordinamento tra le varie potenze europee e se ne torno in Inghilterra riconfermando al paese una comoda posizione di dominio mondiale. Così mentre Russia Austria e Prussia facevano i gendarmi in Europa con la Santa Alleanza, l'Inghilterra sviluppava industria, ferrovie, commerci e tante altre belle cose. Ogni tanto agli inglesi servì impegnarsi militarmente come a Navarino nel 1827 dove in collaborazione con francesi e russi annientò la flotta egiziana, oppure nella Guerra di Crimea (1853-1856) giusto per tenere a bada i Russi.
Poi in Europa vennero prima le rivoluzioni del 1848, poi il secondo impero Francese (1851-1870), quindi l'unificazione tedesca del 1871. "Ah, questi tedeschi..." pare si dicesse nel governo inglese, però senza farsi sentire dalla regina Vittoria (1819-1901) che chiamava come suo nipote Guglielmo II (1859-1941), Kaiser di Germania, in quanto nonna materna. Visti i buoni risultati di tenersi fuori dalle beghe europee, si decise per accentuare la Brexit denominandola "Splendido Isolamento". Ovvero la politica estera venne instradata su binari che evitarono qualunque coinvolgimento nei conflitti europei per puntare allo sviluppo della potenza coloniale e commerciale dell'Impero. 
Non poteva durare a lungo. Ben presto, i tedeschi provarono sfidare gli inglesi per il dominio mondiale. "Ah, questi tedeschi..." si mormorò a Londra prima iniziare i contatti con Parigi e Mosca, riprendendo così la via del continente

Sigle, trattati, scambi e porte girevoli.
Tra gli anni ottanta e novanta, nella scuola italiana non era difficile nel programma di Geografia trattare più o meno brevemente di accordi di mutua cooperazione tra stati europei. Una sfilza di sigle a ben vedere: la CEE, Comunità Economica Europea;il COMECON, Consiglio di mutua assistenza economica; l'AELS, Associazione europea di libero scambio conosciuta però come EFTA European Free Trade Association. Alla CEE, fondato il 1° febbraio 1958 da sei stati (Italia, Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo e Germania Ovest) si contrappose il COMECON, formato dagli stati comunisti dell'Europa Orientale fin dal 1949. In mezzo l'EFTA, fondato con la Convenzione di Stoccolma il 3 maggio 1960 per costituire un alternativa a quei paesi che non volevano o non potevano entrare nella CEE. L'EFTA venne fondata da sette stati: Austria, Danimarca, Norvegia, Portogallo, Svezia, Svizzera e Regno Unito. Gli inglesi, ridimensionati pesantemente dai due conflitti mondiali e dal disfacimento del loro impero coloniale, tornavano così nelle dinamiche continentali. Ma a modo loro tenendosi in un primo momento lontani della triade Francia-Germania-Italia. Nella CEE, il Regno Unito vi entra nel 1973. Il 7 febbraio 1992, fa parte dei dodici stati che firmando il Trattato di Maastricht costituiscono l'Unione Europea. Ma subito dopo gli inglesi, iniziano a notare qualcosa che non funziona. Nell'estate 1992, una forte crisi speculativa mise in grossa difficoltà la Lira italiana e la Sterlina inglese mentre in quel frangente risultò essere la moneta tedesca, il Marco, a beneficiare di una forte rivalutazione. "Ah, questi tedeschi..." fu il commento sentito passeggiando a Trafalgar Square. E di nuovo s'agitò la Brexit. Sta di fatto che nel settembre 1992, Regno Unito e Italia annunciarono l'uscita delle monete nazionali dal Sistema Monetario europeo. L'Italia vi rientrò qualche anno più tardi. Gli inglesi rimasero fermi ad un cortese "No, thank you", ribadito ancora più cortesemente al varo il 1° gennaio 2001 dell'Euro.
Resta così una situazione ibrida: dentro come Unione Europea, fuori come moneta nazionale. Nel frattempo inizia la crisi economica e si assiste in tempi più recenti alla cannibalizzazione della Grecia tra il 2014 e il 2015. E neanche troppo velatamente c'è di nuovo la mano della Germania, guidata da frau Merkel. Sulle bianche scogliere di Dover gli abitanti del luogo osservano dubbiosi l'Europa al di là del canale. "Ah, questi tedeschi..." si sente mormorare, preparandosi al referendum di giovedì 23 giugno...

Emanuele M. Cattarossi 









lunedì 20 giugno 2016

Amministrative 2016 - Centrodestra al capolinea. Quando passa il prossimo?

Forse l'avvisaglia più lampante si era avuta alla fine del 2015, quando Forza Italia traslocava la sua sede da piazza San Lorenzo in Lucina a palazzo Grazioli. La chiusura della sede per impossibilità di mantenerne i costi, veniva immortalata dai passati con un video che riprendeva l'ammainabandiera del vessillo di Forza Italia, agganciato con un ombrello (vedi qui).
Se la chiusura della sede di Forza Italia a Roma poteva essere un segno allora probabilmente non è inesatto dire che con i ballottaggi delle elezioni amministrative 2016 il Centrodestra si possa considerare arrivato al capolinea. Per correttezza consideriamo Centrodestra l'insieme di quelle forze politiche che dal 1994 in avanti si sono costantemente riconosciute in uno schieramento, che salvo smarcamenti di circostanza, vedeva in Silvio Berlusconi il proprio portavoce e candidato.
Il Centrodestra così come lo si conosceva è ormai in declino dal dicembre 2010, quando il governo Berlusconi IV veniva salvato da un inattesa pattuglia di onorevoli "Responsabili" da un voto di sfiducia portato avanti dall'interno del proprio schieramento. Gli avvenimenti dell'agosto 2011, con lo spread fuori controllo, e le dimissioni di Berlusconi nel 2012 hanno iniziato ad accentuare il disgregamento della coalizione, ricompattatasi con forza nel febbraio 2013 per le Elezioni Politiche, perse per un soffio. Da lì la coalizione si è ormai sfilacciata: i guai giudiziari di Berlusconi, la ri-nascita di Forza, lo sfilamento prima di Alfano, poi di Fitto e Verdini, la mutazione della Lega Nord in partito nazionale. Tutti segni di un cambio in atto nella coalizione. Un cambio che però non riusciva a ritrovare slancio per opporsi ad un centrosinistra guidato da Renzi e dal Movimento 5 Stelle, sempre più vero antagonista sulla scena politica. I risultati delle Regionali 2015 con la riconferma del Veneto a guida Centrodestra e l'inaspettata vittoria in Liguria facevano sperare in un cambio di rotta.
Cambio di rotta che però pareva indicare la necessità anche un cambio di leadership, con un passo indietro di Berlusconi nei confronti di Matteo Salvini, leader della Lega Nord, o quantomeno verso un ticket Salvini-Meloni. D'altro canto, negli ultimi due anni il sorpasso nei sondaggi della Lega verso Forza Italia sembrava legittimare questa attesa.
Niente di tutto ciò è avvenuto e tale situazione a condotto alla tornata elettorale amministrativa in ordine sparso, diversificato e dunque perdente. Il Centrodestra, immemore dell'errore nel presentarsi diviso in Sicilia nel 2013 con la conseguenza di perdere una regione storicamente a conduzione centrodestra, ha ripetuto a Roma lo stesso errore presentando due candidati a sindaco (vedi qui). Il risultato è stato di permettere a Giachetti, candidato PD, di andare al ballottaggio dopo un iniziale vantaggio di Giorgia Meloni.
I ballottaggi nelle grandi città hanno riservato nuove delusioni. Già escluso a Roma e Torino, il Centrodestra ha perso di poco a Milano, ma comunque perso. Ha perso a Napoli e questa volta di molto. Ha perso a Bologna, qui con una candidata proveniente dalla Lega. Salvini certo attacca Renzi, indicandolo come sconfitto della tornata elettorale, ma dovrebbe notare che Varese, da anni e anni a guida Lega, passa al PD. Il Centrodestra recupera un po di impeto in altre città quali Trieste, Novara e Grosseto. Nel complesso partiva con 4 giunte uscenti e ne esce con 10, il che è un buon risultato
Ma anche questo dato si basa su vittorie locali e limitate per un poter tornare ad ambire ad un programma nazionale. La trasformazione della Lega in partito nazionale è ancora troppo recente e in essere per poter mostrare risultati tangibili: Salvini stesso non appare più convincente come leader nonostante un periodo di sovraesposizione mediatica. Forza Italia è ormai allo sbando, divorata anche economicamente, mentre i movimenti di Alfano o di Fitto appaiono più che altro semplici cartelli di transizione. Fratelli d'Italia può recuperare nel tempo una sua consistenza ma quanto rilevante non è dato sapere: la stessa Meloni esce ridimensionata dalla candidatura romana. Nel mezzo c'è un Berlusconi, che para ormai logorato pure nel fisico. 
Recentemente la sede di Forza Italia a piazza San Lorenzo in Lucina è stata riaperta. Un segnale di volontà di ripresa forse. Resta tuttavia il fatto che al dato attuale il Centrodestra di berlusconiana memoria appare un ricordo lontano, mentre il presente non offre un domani di governo. Un capolinea insomma, su cui però non sembra essere pronto un mezzo per ripartire.

Emanuele M. Cattarossi

Amministrative 2016 - Il guado del Partito Democratico

"I ballottaggi segnano per i candidati del PD una sconfitta netta senza attenuanti a Torino e Roma contro le candidate del M5S e una vittoria chiara e forte a Milano e Bologna contro i candidati delle Destre. Il quadro nazionale, invece, è molto articolato. Perdiamo alcuni Comuni dove abbiamo governato a lungo e vinciamo in altri Comuni dove da vent’anni la destra era maggioranza. La Lombardia, per esempio, vede per la prima volta tutti i Comuni capoluogo ormai a guida PD. Vinciamo da Varese a Caserta, in zone per noi difficili. Ma resta l’amaro in bocca per alcune sconfitte molto dure, da Novara a Trieste. È dunque evidente il dato frastagliato del voto territoriale, dato che contiene peraltro anche alcune indicazioni nazionali su cui la Direzione nazionale del PD rifletterà il prossimo venerdì 24 giugno, a partire dalle 15." Questo è il comunicato dal Partito Democratico a commento del risultato dei ballottaggi delle elezioni amministrative di domenica 19 giugno (si ritrova qui).
L'analisi, variamente commentata, si presta a qualche annotazione. Anzitutto scinde i risultati dei ballottaggi nei comuni più grandi dal "quadro" nazionale. Tecnicamente bisognerebbe osservare che Roma, Milano, Torino, Bologna e Napoli, dove però al ballottaggio il PD non c'era, non sono fuori dal "quadro nazionale". Anzi, in una nazione di sessanta milioni di abitanti queste cinque città ne sommano più di sei, ossia un dieci per cento non trascurabile.
Scindere però i ballottaggi principali dal "Quadro Nazionale" lenisce con un abile gioco di specchi il grosso scacco subito dal PD in questa tornata amministrativa. Avvisaglie c'erano state alle Regionali del 2015, con la sconfitta in Liguria e la pessima figura rimediata in Veneto. 
Di certo, a Roma non si poteva onestamente far di più. La bomba di "Mafia Capitale" avrebbe spezzato le ossa a chiunque, mentre l'affaire Marino e la tragicomica sequenza che ha portato alle dimissioni del sindaco hanno aggiunto soltanto un bel carico su un piatto già carico. La missione di Giacchetti era quindi decisamente improba, ma la dura sconfitta del PD sarebbe stata orrenda se al primo turno l'avesse spuntata la Meloni (vedi qui). 
E invece Torino il campanello d'allarme che deve dare una sveglia al PD. A Torino si è ripresentato su più ampia scala l'effetto Parma-Ragusa-Livorno. Ossia candidato del Movimento 5 Stelle in ballottaggio con candidato PD, con il primo in svantaggio. Risultato: a Parma, Ragusa, Livorno e ieri Torino grande rimonta pentastellata e PD sconfitto. In questo caso a farne le spese è stato Piero Fassino, non uno da poco. Tale sarà ancora il leit motiv per molte consultazioni fin quando la strategia del PD non cambierà decisamente verso ritornando all'ascolto diretto del territorio e non in vuote occasioni come il No Tax Day.
Detto ciò Milano e Bologna salvano il risultato del PD, con vittorie contro i nemici di un tempo, ossia il Centrodestra. Segno che il PD non ha niente da temere da quel lato, che anzi si avvia verso la disintegrazione di alcune sue parti. Il vero riferimento è invece il Movimento 5 Stelle.
Se osserviamo il cosiddetto "Quadro Nazionale", si nota la citazione nella nota PD di un paio di vittoria e un paio di sconfitte. Segno questo di una estrema variabilità del "Quadro Nazionale" in cui sempre meno esisteranno zone storiche di voto. Probabilmente, il PD può guardare nel prossimo futuro alla conquista della regione Lombardia, mentre il risultato di Trieste può in prospettiva dare un segnale poco incoraggiante alla conduzione di Debora Serracchiani. Tuttavia la nota non racconta proprio tutto: su 20 giunte uscenti, il PD ne riconferma appena 8; subisce un ritorno nelle amministrazioni più piccole del Centro Destra oltre alle vittorie del Movimento 5 Stelle a Roma e Torino. Non propriamente dati incoraggianti.
Tale situazione lascia il PD in mezzo al guado. I giorni dell'exploit delle Europee 2014  appaiono decisamente un ricordo sbiadito. Esiste chiaramente un gap di comunicazione tra PD e cittadini e le notizie sul pasticcio degli 80 euro non aiutano. Tale gap favorisce di conseguenza il Movimento 5 Stelle percepito molto più attento e presente. Inoltre la ormai più che venticinquennale mutazione del centro sinistra (PCI poi PDS poi DS poi, insieme ai Democrati ex Margherita, PD) ha ormai confuso l'elettorato storico e non ha più un messaggio da proporre alle nuove generazioni. Più che un partito, il PD assomiglia ormai ad un contenitore d'immagine quale fu, in certo senso, la Democrazia Cristiana nella sua ultima fase e, ben più nettamente, Forza Italia al suo avvento. 

Emanuele M. Cattarossi

Amministrative 2016 - La strategia pentastellata del carciofo

"L’ Italia è come un carciofo, bisogna mangiarne una foglia per volta”. L'espressione, variamente attribuita a Vittorio Amedeo II di Savoia oppure a Vittorio Emanuele II o al conte di Cavour pare ben riapplicarsi ai risultati raggiunti dal Movimento 5 Stelle nei ballottaggi per le elezioni amministrative 2016. I risultati consegnano al Movimento 5 Stelle la conduzione di due importanti città italiane quali Roma e Torino: due foglie non da poco. 
Tale risultato contiene notevoli motivi d'interesse. Anzitutto Roma e Torino appartengono, insieme a Milano e Napoli, al ristretto numero di città che fino agli anni ottanta erano sopra il milione di abitanti. La "relativamente" recente comparsa del Movimento 5 Stelle sul piano politico italiano, relativa se si pensa che le prime tornate amministrative a cui partecipa risalgono al 2010, aveva portato finora i pentastellati ad ottenere l'amministrazione di alcune realtà cittadine con alcune importanti vittorie in capoluoghi di provincia quali Parma, Ragusa e Livorno per citare i più significativi. Vittorie importanti che però dopo il ballottaggio del 19 giugno vengono superate dalla conquista di due importanti capoluoghi regionali e, nel caso di Roma, della capitale stessa. 
Non stupisce pertanto l'attenzione privilegiata dalla stampa internazionale sulla capitale e su Virginia Raggi, prima donna sindaco di Roma. La candidata pentastellata si era ritrovata in vantaggio al primo turno sfruttando ovviamente la fatale combinazione di eventi quali "Mafia Capitale" e le dimissioni forzate di Ignazio Marino da sindaco di Roma. Fatale combinazione per il Partito Democratico, capace di salvare in qualche modo la faccia al primo turno portando in ballottaggio Roberto Giachetti cedendo poi al secondo, con una partita chiusa già ad osservare i primi exit-poll diramati.
Il voto a Virginia Raggi non è però un voto di protesta come spesso indicato per quanti votino il Movimento 5 Stelle. Vuol essere piuttosto un voto di cambio e di progetto. La capitale italiana nonostante le venga spesso appiccicato una sorta d'indolenza congenita alla "Ma che c'è frega ma che ce 'mporta", merita maggiore attenzione da parte della sua amministrazione. I voti alla Raggi dimostrano la volontà di una parte della cittadinanza di recuperare una dignità troppo spesso calpestata. Sarebbe bastato poco anche alle amministrazioni precedenti, sarebbe bastato una semplice attenzione in più alle condizioni delle strade, alle onnipresenti buche per cominciare. Negato però anche quel poco, i cittadini romani hanno voltato pagina. L'effetto, visibile anche dai risultati dei municipi, indica la voglia di un cambio di rotta. 
Tuttavia, nonostante Roma e la figura della Raggi occupino le prime pagine, è il risultato torinese la vittoria più grande per il Movimento 5 Stelle. Già il primo turno aveva dell'incredibile (vedi qui) A Torino, Chiara Appendino sfidava il candidato sindaco uscente Piero Fassino su ben altre basi rispetto a quelle romane. L'amministrazione Fassino non aveva dato andito a scandali, ne si era trovata alla prese con la schizofrenica gestione che Marino avevo impostato a Roma. Tantomeno a Torino si era verificata una bomba quale "Mafia Capitale". Semmai Torino indica più chiaramente il disagio e la disaffezione cittadina nei confronti della cosiddetta "vecchia politica". Dopo circa un quarto di secolo a direzione PCI poi PDS poi DS poi PD, sostenuta dall'appoggio del motore industriale che fa capo alla FIAT, Torino si è scoperta debole, periferica. La trasformazione della FIAT (Fabbrica Italiana Automobile Torino) in FCA (Fiat Crysler Automobile) e la conseguente delocalizzazione industriale ha posto gravi dubbi nella popolazione, che si è scoperta abbandonata dalle istituzioni. Qui il messaggio pentastellato è entrato sempre più con maggiore forza nel tessuto cittadino, portando ad una vittoria solo a tratti inattesa. 
All'indomani del risultato delle Elezioni Europee 2014, Beppe Grillo prendendo un Maloox aveva mutuato il suo "Vinciamo Noi" in un "Vabbe, Vinciamo Poi...". Un "Vinciamo Poi" che alla prova del tempo assomiglia molto alla strategia del Carciofo sabaudo: una foglia alla volta...

Emanuele M. Cattarossi

L'onesta partita... Italia-Svezia e una falciatrice impazzita..


Dopo due cosiddette giornate del turno eliminatorio dei Campionati Europei, il lettore che distrattamente avesse dato un occhio all'onnipresente organigramma di svolgimento dell'evento si sarebbe accorto di un particolare decisamente curioso: nell'imbuto che dagli ottavi, tramite pazzoidi accoppiamenti in nome della copertura televisiva, portavano fino alla finale spiccava un solo nome certo e definito, ossia "Italia".

Robe da cadere dalla sedia. No, purtroppo no: non ci siamo abituati. Succede così raramente, agli Europei ricordo la progressione del 2000; ai Mondiali possiamo indicare Italia 1990, e più indietro Argentina 1978. Neanche nel 2006 andò così bene, meno che mai a USA 1994 (un partitone epico contro... la Norvegia), e tacciamo le ultime partecipazioni mondiali. Agli Europei nel 2008 cominciammo purgati a dovere dall'Olanda, beffati dalla Romania prima di rifarci sulla Francia. L'Italia è così: mai banale, sempre con un piede o mezzo piede nella fosse, sempre un filo di apprensione. Al che ci si chiede chi siano questi della Nazionale di Conte: tedeschi travestiti? Francesi con passaporto falso? Argentini sotto mentite spoglie?
E invece no sono proprio italiani. La prima partita contro il Belgio aveva lasciato un sorriso dolce per avere dato una sonora lezione alla prosopopea venuta dalle Fiandre. Serenamente presi e rispediti dietro la lavagna. La seconda partita contro la Svezia invece a presentato un tema decisamente diverso.
Poco da fare: gli Svedesi non sono Belgi, ergo non sono fessi. La Svezia calcisticamente possiede un blasone leggermente più ricco di quello belga, ma come individualità l'unico talento indiscusso è Ibrahimovic. Intorno a questo rapace dell'area una squadra di onesti giocatori, ma per l'appunto onesti e non di più. Onesti quanto l'Italia, che però qualche talento in più ce l'ha.
La partita di conseguenza si sviluppa su binari neanche troppo inaspettati. L'Italia, dopo la vittoria con il Belgio, può chiudere la qualificazione con una vittoria. La Svezia, dopo il pareggio con l'Irlanda, ha bisogno di una vittoria per coltivare speranze di passaggio del turno. Le due oneste compagini avevano dunque due possibilità di gioco. La prima, nell'affrontare a viso aperto la partita e l'avversario, velocità e passaggi, corsa e determinazione. Caratteristiche del Belgio (e infatti s'è visto...), della Spagna, dell'Olanda (manco qualificata...), del Portogallo (che rischia l'eliminazione), se si vuole anche di Germania e Francia... E di conseguenza le oneste compagini di Italia e Svezia decidono di fare il contrario. Ne nasce una partita difficile, arroccata sulle rispettive difese, puntata agli eventi del momento.
In effetti è la partita più congeniale secondo un decalogo calcistico che non fa mai male riprendere: primo non prenderle. Per l'Italia il comandamento è d'obbligo: la difesa è il punto forte della squadra, centrocampo e attacco devono maturare. Per la Svezia è un impostazione prefissata: avere Ibrahimovic davanti permette di pensare "diamogli la palla, qualcosa vien fuori, come quel colpo tacco in Portogallo nel 2004", aver visto Italia-Belgio porta naturalmente a cercare di intasare gli spazi neanche gli svincoli dell'autostrada per Rimini nei weekend estivi.
Nasce così una partita che non è difficile da commentare, perchè per un tempo non succede niente di niente. Oddio, i commentatori sciorinano continue possibilità di gioco per chi è campo; chi è in campo si rende più concretamente conto che non si capisce per dove si passa. L'immagine di questo gioco è Florenzi, schierato sulla sinistra da Conte in luogo di Darmian. Florenzi è onesto, ci prova a dare un pò di corsa, della serie "chissà se prendendoli in controtempo". In realtà niente, gli onesti svedesi hanno preparato la partita con le istruzioni dell'Ikea, e non si scappa. Di conseguenza, il taccuino rimane vuoto a parte qualche indicazione sul cielo sereno.
Il secondo tempo inizia con nuove motivazioni, che durano il tempo di battere il calcio d'inizio. E già ci si immagina lo spettatore che freme, allo stadio o alla TV. Il motivo è chiaro: queste partite così bloccate vedono una o due occasioni, forse tre o quattro. Sono affidate a guizzi, ad azioni giocate proprio mentre ci si è distratti un momento oppure si è andati a prendere qualcosa al frigo. Per la Svezia, le speranze affidate ad Ibrahimovic sono bloccate dalla difesa azzurra, Chiellini in primis. Ma anche Bonucci e Barzagli fanno buona guardia. E sorge una domanda: ma non è che per caso Buffon usa un guanto giallo e uno viola appunto perchè non ne ha altri con se? Ecco perchè la difesa si danna l'anima, non per non far segnare l'avversario ma per preservare i guanti di Buffon: se li sciupa poi come fa?
Poi qualcosa per la gioia di tutti in qualche maniera succede. Verso il 73' la difesa azzurra compie l'unico svarione lasciando a Ibrahimovic mentre un pallone crossato da sinistra arriva sui suoi piedi. Con Buffon fuori causa, sembra fatta per la Svezia. Invece capita che il piede di Ibrahimovic impattando il pallone lo spedisca in orbita, anzichè in porta. Vista la situazione, qualcuno telefona alla NASA avvertendo di girare i telescopi verso le lune di Saturno per individuare il pallone calciato alto da Ibrahimovic. Fortunatamente per gli azzurri, Ibrahimovic era pure in fuorigioco. Così qui finisce la partita della Svezia, l'unica palla buona alla stelle.
Qui comincia la seconda partita degli azzurri, che paiono rendersi conto di non aver ancora tirato in porta. Così giusto per capire come si fa l'elegante e onesto Parolo su una palla invitante mostra doti d'elevazione degne di nota e manda il pallone ad affrancare la traversa avversaria all'80'. La porta svedese trema a questo tiro, le vibrazioni vengono avvertite fino a Lulea, nel nord che più nord non si può della Svezia. Gli svedesi a questo sperano che gli azzurri abbiamo sprecato la loro di possibilità. L'illusione dura otto minuti, quando Chiellini decide che Ibrahimovic è ormai bollito. Di conseguenza il buon Giorgio si spinge in avanti, visto mai che capiti qualcosa. Ennesimo pallone fuori campo, rimessa con le mani azzurra ad opera di Chiellini. Pallone per Zaza, che lo difende e lo passa non si sa come a Eder. In quel momento la partita scoppia: Eder tranquillo e silente per il fastidio di molti tifosi, parte come una falciatrice impazzita in mezzo al campo. Due difensori svedesi, vengono lasciati sul posto piantati in asso, un terzo vedendo la scena rimane terrorizzato e non azzarda niente più. Altri due giocatori svedesi, prima osservano stupiti la scena poi accennano una corsetta, ma giusto per scena. Così Eder, giunto al punto esplode il destro che va ad insaccarsi. 88' minuto, delitto perfetto degli azzurri. Passaggio del turno garantito.
La vittoria del Belgio contro gli irlandesi, consegna matematicamente anche il primato del girone. Gli onesti svedesi, mentre Ibrahimovic cerca in cielo quell'unico pallone buono, rimangono con un pugno di mosche ed è difficile prevedere una riscossa all'ultima partita. Per gli azzurri classiche critiche al gioco espresso in campo. Ma va detto che nel calcio esistono anche queste partite, non soltanto il tiki-taka spagnolo o la truculenza tedesca. Intanto però gli azzurri possono tirare il fiato nell'ultima partita mentre tutte le altre compagini sono chiamate ad un ulteriore sforzo per assicurarsi il piazzamento migliore se non già un insperato passaggio del turno. Sotto determinati aspetti un piccolo vantaggio. Potrebbe anche rivelarsi decisivo...

Emanuele M. Cattarossi