domenica 26 maggio 2019

Campionato di Serie A (2018-2019) - Appunti veloci

Qualche impressione sul campionato di Serie A 2018-2019

Juventus. Voto 8-
Il 10 e lode sarebbe uscito con la realizzazione del Triplete. La lode scompare dopo l'eliminazione dalla Coppa Italia per mano dell'Atalanta. Un punto lo perde per l'eliminazione ai quarti di Champions. Mezzo punto viene scalato di conseguenza perchè aver fatto il colpo di mercato con Ronaldo per poi non riuscire a capitalizzare un migliore risultato in Champions crea un grosso demerito. Altro mezzo punto per la pantomima circa la risoluzione del contratto con Allegri: andava detto subito senza troppi giri di parole.
La stagione è positiva, ma molto meno degli anni passati. Appare quasi incolore nonostante Scudetto e Supercoppa. Il meno finale dipende dalla mancanza di stimoli che pervade la squadra nel finale di campionato: un mese con una formazione senza stimoli che onora molto male l'ultimo mese di gioco.

Napoli. Voto 7
Rimane presto indietro rispetto alla Juventus e anche con Ancellotti non pare aver superato alcune amnesie nell'approcciare partite "sporche", di quelle che vanno vinte anche con un 1-0. Gestisce molto male il caso Allan nel mercato di gennaio. Di conseguenza i punti persi si fanno sentire. Si fa eliminare dalla Champions League, nonostante l'acuto della partita con il Liverpool. In Europa League si ferma ai Quarti senza colpo ferire. In Coppa Italia esce senza approfittare dell'eliminazione della Juventus

Atalanta. Voto 7,5
Ottiene un risultato straordinario con la prima qualificazione in Champions League. Butta fuori la Juventus dalla Coppa Italia e nella seconda parte di campionato diventa praticamente irresistibile, grazie al migliore reparto d'attacco del campionato. Scompare però molto presto dall'Europa League nei preliminari e perde la finale di Coppa Italia.

Inter. Voto 7+
Riconferma la posizione dell'anno passato. Ci si aspettava molto di più da questa formazione ma lascia molti punti per strada. In Champions League pare essere sul punto di passare alla fase finale, ma il Tottenham la brucia all'ultimo turno dei gironi. Sparisce con una partita anonima dall'Europa League. Ugualmente viene fatta fuori dalla Coppa Italia.
Patisce a lungo il caso Icardi e subisce anche il sorpasso del Milan in campionato. Ma è proprio al derby a mostrare le capacità inespresse della formazione. Un Inter molto meno "pazza" rispetto al passato.

Milan. Voto 7,5
Meritava di più. Il campionato fino a gennaio a del disastroso. L'eliminazione in Europa League avviene dopo partite avvilenti. Perde la Supercoppa Italiana ma di fronte ha la Juventus con Ronaldo. Si riprende con gli arrivi di Piatek e Paqueta e inizia una buona serie positiva, spezzata nel derby con l'Inter. Patisce poi l'arrembante finale di campionato dell'Atalanta, rimane ad un punto dalla Champions.
Eppure, dopo due settimi posti, la squadra migliora e torna ancora in Europa

Roma. Voto 5
Un campionato molto deludente. Non disastroso ma era lecito attendersi di più. Va in Europa League ma dovrà passare per i preliminari. L'eliminazione in Champions è cocente, ma la squadra rischia grosso anche ai gironi e contro un Real Madrid in disarmo riceve una sonora lezione. Scopre Zaniolo ma non basta. Grottesca la gestione dell'addio di De Rossi, tragicomica la conclusione del rapporto con Monchi.

Torino. Voto 6,5
Un buon campionato, squadra solida, ma è mancato al momento opportuno il necessario cambio di passo per giocarsi le possibilità di una qualificazione in Europa.

Lazio. Voto 7+
La vittoria in Coppa Italia aggiunge valore ad una stagione che la vede a lungo in lotta per un piazzamento in Europa. Sparisce troppo presto dall'Europa League e subisce una flessione vistosa nella parte finale del campionato.

Sampdoria. Voto 7
Una squadra interessante, capace di buone prestazione con l'aggiunta di un Quagliarella in grande forma e spolvero. Ad un tratto sembra essere in grado di lottare per un posto in Europa ma la sensazione è breve.

Bologna. Voto 6,5
Una stagione a due volti. Con Inzaghi parte a stento e si mantiene sulla linea di galleggiamento, ma poi inizia ad affondare, priva di stimoli. Subentrato Mihailovic dopo alcune giornate inizia a piazzare punti pesanti che agganciano la salvezza. Rimane da capire quale sia il vero valore della squadra

Sassuolo. Voto 7
Obiettivo salvezza raggiunto con agio. La squadra dimostra grandi qualità, ma appare chiaro che alcuni dei suoi pezzi pregiati sono pronti a un salto di qualità in altri club.

Udinese. Voto 7-
Salvezza raggiunta e venticinque anni di permanenza in serie A. Buono il risultato ma perchè non affidare da subito la squadra a Tudor? Peccato per la certa partenza di De Paul, ma Musso e Pussetto si dimostrano acquisti azzeccati.

Spal. Voto 7
Lo scudetto per i ferraresi è la salvezza. La squadra raggiunge l'obiettivo con determinazione.

Parma. Voto 8
Mancava da alcuni anni nel campionato maggiore dopo essersi inabissata nelle spire di un tremendo fallimento. Con un grande campionato onora una grande storia. Raggiunge la salvezza con anticipo mostrando una buona solidità di squadra.

Cagliari. Voto 6,5
Squadra di lotta, combatte per la salvezza e la centra con anticipo. Missione compiuta.

Fiorentina. Voto 4,5
Un campionato a lungo in chiaro scuro, molti punti persi in pareggi. Eppure la squadra dispone di buoni giocatori e di attaccanti di pregio come Chiesa e Simeone a cui si aggiunge Muriel.
Il meccanismo, non perfetto, si ritrova in posizione ideale per provare ad agganciare l'Europa. Ma la gestione del caso Pioli manda in confusione la squadra che s'inabissa in campionato. Montella, subentrato a Pioli, vi assiste impotente fino alla conclusione di fine campionato, quando si salva per un punto.

Genoa. Voto 6
Salvezza raggiunta, nonostante una società in disarmo. Patisce la vendita di Piatek nel mercato di gennaio, non sostituendolo adeguatamente. Ma non molla mai, neanche quando alla penultima giornata si ritrova al terz'ultimo posto. Con determinazione, strappa a Firenze il punto decisivo. Soddisfazione per Prandelli dopo anni di magri risultati.

Empoli. Voto 6
Combatte con determinazione per la salvezza e nel finale di campionato sembra ad un passo dal raggiungerla. Patisce la matematica e il rapporto negli scontri diretti. Retrocede dopo un anno, ma esce a testa alta.

Frosinone. Voto 5
La seconda stagione in serie A finisce pressapoco come la prima con la retrocessione. La squadra resta a lungo con una speranza di salvarsi ma pare poco attrezzata per il campionato maggiore. Si toglie qualche soddisfazione, ma non basta per un salto di qualità

Chievo. Voto 5
Parte con handicap con 3 punti di penalizzazione e lo paga a lungo. Non riesce a sterzare in campionato e vede crearsi una situazione paradossale con Ventura. Progressivamente, onora il campionato ma si inabissa fatalmente.

Emanuele M. Cattarossi

mercoledì 6 marzo 2019

Buio in Lusitania. Porto - Roma

Porto - Roma 3-1 - Ottavo di finale Champions League. Ritorno

L'osservatore che si fosse trovato a seguire l'intero corso della partita avrebbe sicuramente tradito più momenti di nervosismo alternato ad altri di noia nel seguire Porto-Roma.
La partita è stata quello che è stata. Pochi lampi, pochissime azioni degne di nota. Tanta paura della Roma, tanta tensione del Porto. Entrambe le squadre avevano molto da perdere in questo ottavo.
La Roma è uscita bastonata dallo scontro con la Lazio, il Porto si è visto sopravanzare in testa alla classifica del campionato lusitano dal Benfica. Entrambe le squadre devono ovviamente cercare il passaggio del turno per mitigare le rispettive delusioni.
Detto questo, la Roma sfrutta il vantaggio della vittoria nella partita d'andata mentre il Porto può contare su un gol segnato in trasferta. Entrambe le squadre partono con grande fisicità. Il Porto, sostenuto dal tifo di casa punta la porta della Roma. Quest'ultima si presenta con un modulo 3-4-3 che diventa 5-4-1 in difesa. Attende pertanto il Porto, sperando poi nelle ripartenze.
Le speranze della Roma vengono frustate però da subito da un campo di gioco pesante e da un Porto che con Soares e Marega inizia ad affondare colpi. Sia chiaro, niente di che. Ma basta un errore di Manolas che perde palla a centrocampo per aprire una voragine sulla destra della Roma. Voragine che inghiotte la difesa romanista e consente al 28' il più comodo dei gol a Soares.
Il risultato sposta l'inerzia della partita in favore del Porto. La Roma inizia con difficoltà a provare a portarsi nella metà campo del Porto, affidandosi per lo più ai piedi di Perotti. E le azioni della Roma si ritrovano tutte qui, visto che difficilmente la squadra riesce a piazzare più di tre passaggi corretti. In tale situazione la Roma risale faticosamente la corrente, sempre insidiata dal Porto. Sono però i buoni piedi di Perotti a concedere alla Roma un prezioso rigore al 35' che De Rossi trasforma. 
L'inerzia si sposta nuovamente in favore della Roma che però sul finire del primo tempo perde De Rossi per infortunio, sostituito da Pellegrini. La situazione è comunque favorevole alla Roma che tuttavia nel secondo tempo subisce un momento di colossale sbandamento difensivo. Il Porto così preme sulla porta romanista: Soares spinge troppo di testa al 49', Marega al 50' perde un occasione da gol che però non sbaglia al 52'. Il Porto va sul 2-1 e l'esito della partita risulta in perfetta parità.
Di Francesco corre ai ripari togliendo uno spaesato Karsdorp per Florenzi, quadrando meglio la squadra. Ma è dura arginare Marega, ne sa qualcosa Marcano che, stremato dai crampi, deve essere sostituito da Cristante. Davanti poca cosa, Dzeko è troppo solo e impegnato da un tignosissimo Pepe. Perotti ci prova ma non sfonda e butta al vento un occasione di mettere Zaniolo in condizioni di tiro ottimale all'82'. Dzeko guadagna una punizione all'88' ma la barriera del Porto ribatte il tiro di Kolarov. 
Si va ai supplementari. La Roma cerca di sfiancare il Porto e di guadagnare campo. I minuti passano con una tensione immensa. Poi Pellegrini si fa male e deve essere sostituito da Schick. Schick porta un pò di brio alla Roma che diventa più pericolosa. 
E' il momento decisivo della partita. Dzeko si trova due palle per risolverla al 110' e al 111'. E sulla seconda il pallone è a un passo dall'entrare salvo poi essere spazzato via da Pepe. Sul ribaltamento di fronte, al 115' Florenzi trattiene in area Fernando. Il VAR certifica il rigore che Telles batte e per il Porto è 3-1.
La Roma prova a non demordere, un altro gol le permetterebbe comunque il passaggio del turno. Il Porto si difende come può ma i giocatori della Roma non riescono ad inquadrare efficacemente la porta. Al 122' la Roma per un momento spera in un rigore per fallo su Schick ma l'arbitro non lo concede.  Restano ancora pochi spiccioli di sterile possesso palla prima che la partita finisca certificando il passaggio del Porto.
La Roma viene eliminata, ma il passaggio del turno sarebbe stato davvero un miracolo di questi tempi. Tra la partita con la Lazio e quella con il Porto, la Roma vede girare in pesante passivo la sua stagione. Non è mancato l'impegno dei giocatori ma contro il Porto non si sono visti a lungo più di tre passaggi riusciti. Tre leggerezze difensive regalano altrettanti gol. Il Porto ha avuto il merito di credere di più nella vittoria, spezzando il poco gioco prodotto dalla Roma. Poco gioco segno di una difficile stagione che conduce al buio lusitano per la Roma.

Emanuele Cattarossi  

mercoledì 20 febbraio 2019

Nessun risposta per il pallone - Atletico Madrid-Juventus

Atletico Madrid - Juventus 2-0 - Ottavo di finale di Champions League. Andata

Ci sono momenti in cui appare necessario per una formazione che si dedica alla nobile arte di far rotolare un pallone domandarsi come lo fa rotolare. 
Tale domanda, fin troppo semplificata in sostanza, appare tuttavia atavico dilemma di tutte le formazioni che scendendo in campo incontrano una medesima formazione che si interroga, guarda caso, sul medesimo dilemma. 
In tale ricerca, condotta spesso in una dialettica serrata con l'avversario, talvolta a suon di calci, emergono due risposte che alla fine dei canonici novanta minuti portano ad un responso. Responso che talvolta indica una migliore risposta al rotolare della palla rispetto all'altra.
Atletico Madrid e Juventus, nobili compagini europee, si sono affrontate nell'andata degli ottavi di finale della Champions League. Padroni di casa gli spagnoli, nel campo deputato a ospitare la finale della competizione quest'anno.
Una sorta di prova generale insomma, un occasione per offrire una risposta al modo di rotolare la palla.
Il risultato finale mostra un tranquillo due a zero per l'Atletico nei confronti della Juventus. Se ne può dedurre che la risposta dell'Atletico al rotolare la palla sia superiore a quella della Juventus. In realtà il risultato è un poco più impietoso. 
L'Atletico ha fornito una sua risposta rimanendo fedele ad un suo concetto di gioco. Squadra dura e tignosa nelle linee di difesa e centrocampo, pronta a pungere nei suoi attaccanti, specie affidandosi all'estro di Griezman. Tale risposta ha condotto l'Atletico ad affermazioni importanti in Spagna come in Europa ma talvolta gli ha impedito al cospetto di squadre superiore come organico di portare a casa trofei più prestigiosi. Le due finali perse di Champions League lo testimoniano.
La Juventus al contrario non ha offerto risposte nella sua partita. E oggi come oggi, nell'organico la Juventus è superiore all'Atletico Madrid. Ma la squadra è entrata in campo lasciando poi agli spagnoli il compito di menare le danze. Un tiro su punizione di Ronaldo all'ottavo minuto e una sassata di Bernardeschi all'ottantanovesimo minuto su imbeccata da punizione di Ronaldo. In mezzo, poco pochissimo se non un continuo rincorrere gli avversari. Graziata dal VAR sul gol di Morata, capitola in area prima trafitta da Gimenez e poi da Godin. Ma in mezzo c'è tutto un continuo subire e subire l'arrembaggio dell'Atletico che va bene che gioca in casa ma letteralmente sommerge il centrocampo juventino presentandosi puntualmente di fronte alla difesa come niente fosse. Anzi talvolta lasciandola sul posto.
Probabilmente la difficoltà principale della Juve sta nell'aver impostato la partita con un forte spiegamento offensivo e una linea di centrocampo a tre. Ma se tale disposizione subisce da subito il gioco avversario e non impone il proprio, si presta fatalmente ad una partita di grande sofferenza. Ecco allora Pjanic costantemente sommerso, Matuidi sperso e spinto verso la fascia, Betancour ridotto in ombra. Il tutto con ampi spazi generosamente offerti all'avversario. Ovviamente, la difesa mette come può una pezza, Szczesny si fa trovare più di una volta pronto.
Nonostante tutto nel primo tempo la Juventus regge. La situazione chiederebbe un cambio di modulo per stabilizzare la mediana ma avendo passato indenne il primo tempo, Allegri forse pensa che l'Atletico non possa tenere a lungo un ritmo forsennato. Falsa sicurezza, perchè Simeone appena nota un abbassamento di ritmo di suoi compie in neanche dieci minuti tre sostituzioni. Così l'Atletico riparte alla carica e schiaccia decisamente la Juventus. Allegri reagisce troppo tardi coi cambi: Bergamaschi e Cancelo entrano a frittata già servita. 
L'Atletico Madrid ha meritato la vittoria, sfruttando a suo favore l'amnesia iniziale della Juventus nell'approccio alla gara e mantenendo costante il controllo del gioco. Non è certo superiore alla Juventus come detto ma a meritato. La Juventus ha meritato la sconfitta per non essere riuscita mai a rompere l'inerzia della partita fatalmente orientata in favore dell'Atletico. La gara di ritorno offre alla Juventus ogni possibilità di ribaltare il risultato. 
Eppure la partita fa pensare. Priva da tempo di un confronto importante in campionato, la Juventus va in difficoltà sul piano europeo dove gli squilibri diminuiscono. Arriviamo così all'incredibile: comprare Ronaldo in estate per uscire agli ottavi di Champions League. Se vuole evitare tale scenario la Juventus al più presto deve offrire una risposta al come far rotolare il pallone.

Emanuele M. Cattarossi

lunedì 6 novembre 2017

Mentana 1867, una memoria "scomoda"


Lyonel Noel Royer (1852-1926), The battle near Mentana
Lo scorso 3 novembre ricorreva il 150° anniversario della Battaglia di Mentana (1867), episodio conclusivo della cosiddetta Campagna dell’Agro Romano, estremo tentativo di Garibaldi di conquistare Roma. La spedizione garibaldini venne fermata dall’esercito pontificio guidato dal generale Hermann Kanzler nel corso di un serrato combattimento che vide anche il concorso pur se limitato di truppe francesi inviate da Napoleone III a difesa di Roma e di papa Pio IX.
Nella percezione odierna, la battaglia di Mentana risulta ridimensionata dagli avvenimenti che appena tre anni portarono alla conquista di Roma il 20 settembre 1870 da parte delle truppe del Regio Esercito. Tuttavia all’indomani della battaglia di Mentana parve a molti che non ci fossero più margini per ottenere l’annessione dell’ultimo lembo dello Stato Pontificio al Regno d’Italia e, conseguentemente, la proclamazione di Roma quale capitale dello stato.
La battaglia di Mentana risultò inoltre una memoria scomoda nel difficile iter di costruzione di una tradizione dell’Unità d’Italia. Non a caso questo fatto d’armi costituisce, dopo le sconfitte del Regio Esercito nel 1866 a Custoza e a Lissa con conseguente tramonto dell’aspirazione regia all’unificazione, la sconfitta definitiva dell’ideale democratico che in quegli anni aveva trovato in Giuseppe Garibaldi, l’esponente più in vista e il condottiero più illustre. Inoltre per Garibaldi lo scontro di Mentana costituisce la prima chiara sconfitta da lui subita sul campo, arrivata peraltro in un momento in cui il suo prestigio era enorme tanto per il ricordo della spedizione dei Mille e la conquista del Regno delle Due Sicilie nel 1860 quanto per aver portato nel 1866 l’unica vittoria sul campo in quel di Bezzecca per le armi italiane nella Terza Guerra d’Indipendenza.
Fa notare opportunamente Mario Scardigli nel suo Le Grandi Battaglie del Risorgimento (BUR 2010, pp. 414-415) come “Di tutto questo grigiore, di questo malinconico crepuscolo, nella storia tradizionale del Risorgimento rimase ben poco. La verità dei fatti venne ampiamente rimaneggiata e abbellita. Così nel racconto destinato ai testi scolastici Garibaldi guidava i suoi eroici volontari nel Lazio e otteneva alcune vittori, per poi cedere solo di fronte alla superiorità tecnologica dei moderni fucili francesi, i famosi Chassepot. Si salvava la reputazione del Generale, il papa e i suoi crociati rimanevano molto defilati, quasi invisibili, il governo italiano non entrava mai in nessuna parte della vicenda e tutti erano contenti”. Vale la pena notare che lo stesso Alberto Mario Banti in un testo importante come manuale di base quale il suo L’età contemporanea. Dalle rivoluzioni settecentesche all’imperialismo (Laterza 2009, p. 290) riassuma l’evento in questi termini “Nel 1867 il secondo tentativo garibaldino viene bloccato a Mentana nei pressi di Roma, da un corpo di spedizione francese, stanziato a Roma a protezione di ciò che restava dello Stato Pontificio…” dando ragione allo Scardigli sulla limitata comprensione dell’evento nel suo insieme.
S. Magro, Battaglia di Mentana, acquerello
La verità storica sugli eventi del 1867 appare diversa e di certo il tentativo di Garibaldi non si ferma ai fatti di Mentana e a quelli precedenti dello scontro di Monterotondo, talvolta ricordati per indicare una vittoria di Garibaldi prima della sconfitta successiva. Semmai questi fatti d’arme s’inquadrano in una campagna più articolata, nota sotto il nome di “Campagna dell’Agro Romano”, iniziata tra la fine di settembre e conclusasi il 3 novembre 1867 con lo scontro di Mentana. È merito di Pietro Pieri nel suo Storia Militare del Risorgimento (1962) aver ricostruito più nel dettaglio gli eventi anche sulla base di un’attenta ricerca bibliografica. Tuttavia la cattura di Garibaldi a Orvieto e la sua rocambolesca fuga da Caprera nei giorni dal 23 settembre al 16 ottobre ha posto spesso in secondo piano le operazioni preliminari della campagna di cui offre un resoconto il Pieri e, più recentemente, Alfio Caruso nel suo Con l’Italia mai! La storia mai raccontata dei Mille del Papa (Longanesi 2015). Una rilettura più attenta degli eventi mostra inevitabilmente un ruolo maggiore dell’esercito pontificio e l’accorta condotta strategica del suo comandante, generale Hermann Kanzler, autore peraltro di un Rapporto alla Santità di Nostro Signore Papa Pio IX felicemente regnante del Generale Kanzler pro-ministro delle armi sulla invasione della Stato Pontificio nell’autunno 1867 (Roma, Civiltà Cattolica 1868), utilissimo per una ricostruzione degli eventi.
Militare poco ricordato, se non in occasione dei fatti d’arme della presa di Roma del 1870, il Kanzler aveva preso parte alla prima guerra d’Indipendenza nel corpo di spedizione pontificio durante il 1848. Nel 1860 si era distinto nella vana difesa dei territori dello Stato Pontificio dalla penetrazione delle forze piemontesi. Comandante in capo delle forze pontificie e ministro delle armi dal 1865 dispiegò ampiamente le sue energie per la ricostruzione dell’esercito quasi annientato dalla sfortunata campagna del 1860. Nel 1867, di fronte alla spedizione garibaldina, il Kanzler ebbe anzitutto il merito di rintuzzare gli attacchi preliminari delle tre colonne preposte da Garibaldi per l’invasione del Lazio: colonna Acerbi su Viterbo, colonna Nicotera su Frosinone, colonna centrale comandata da Menotti Garibaldi su Roma. In seconda battuta il Kanzler seppe tenere a bada qualsiasi tentativo insurrezionale in Roma nell’ottobre 1867, privando così Garibaldi di uno dei prerequisiti per il successo finale. In terza battuta al Kanzler va ascritto il merito di aver respinto definitivamente Garibaldi nello scontro di Mentana.
Occorre notare come, a differenza del generale austriaco Urban nel 1859 nella zona di Varese e del generale borbonico Lanza nel 1860 a Palermo, Kanzler non si lasciò fuorviare dalle manovre di Garibaldi ma attraverso un attento presidio del territorio e un tempestivo sistema d’informazioni ebbe sempre ben chiara la posizione e le mosse del suo avversario.
Altro aspetto fu la capacità di Kanzler di tenere a freno i suoi ufficiali sottoposti più intraprendenti come De Charette dopo gli scontri del 18 ottobre a Monte Libretti contro le forze di Menotti Garibaldi. Non è un aspetto di poco conto se si considera come nel 1860 la superiorità numerica dell’esercito borbonico su quello garibaldino nella battaglia del Volturno, 50000 contro 20000, venne vanificato dal comportamento del generale Von Mechel che agì in ampia indipendenza dal comando del suo superiore generale Ritucci.
La "Croce di Mentana", onoreficenza concessa da Pio IX
ai combattenti dell'esercito pontificio dopo la
battaglia di Mentana
La solidità della condotta strategica del Kanzler contribuì senz’altro a mettere rapidamente in evidenza le carenze organizzative delle forze radunate da Garibaldi, inizialmente piene di slancio ma prive di artiglieria, con armamenti decisamente inadeguati e forze di cavalleria ridotte al lumicino. Occorre notare come le forze opposte partirono alla pari, circa 13000 per parte anche se la ricostruzione offre numeri più fedeli per la consistenza dell’esercito pontificio. Tuttavia al momento decisivo a Mentana la spedizione garibaldina aveva già contato la defezione di almeno metà dell’intero contingente, mentre Kanzler fin dal 28 ottobre poteva contare sull’appoggio del contingente francese. Nelle sue Memorie Garibaldi ricorderà con rammarico le defezioni, ammettendo che i volontari del 1867 non si comportarono bene quanto quelli da lui comandati in altre campagne. Resta tuttavia il fatto che Garibaldi sottovalutò ampiamente le capacità dell’esercito pontificio. Lo stesso combattimento di Mentana fu serrato e a lungo incerto. Ad un tratto le forze garibaldine furono sul punto di credere di essere ad un passo dalla vittoria. Ma nel momento decisivo si fece sentire la superiorità numerica degli avversari e il rapido esaurimento delle forze garibaldine. Garibaldi nelle sue Memorie punta il dito contro la notizia, da lui ritenuta falsa, dell’arrivo di truppe francesi che avrebbero sgomentato i volontari.
La rivalutazione del ruolo dell’esercito pontificio nella campagna e le incertezze della condotta garibaldina ridimensionano e riconfigurano il ruolo del corpo di spedizione francese. Occorre ricordare come le forze francesi che stazionavano a difesa di Roma erano state ritirate nel 1866 in seguito all’applicazione dei protocolli della cosiddetta Convenzione di Settembre del 1864. Solo dopo tre rinvii, il corpo di spedizione, 22000 uomini comandati dal generale de Failly prendono terra a Civitavecchia il 29 ottobre. Non basta, il Kanzler trova il de Failly restio ad impegnarsi contro i garibaldini. Dopo alcune trattative soltanto la brigata del generale de Polhes viene ridispiegata su Roma. Né basta ancora, solo dopo lunghe trattative il Kanzler ottiene dal de Polhes due battaglioni da portare nell’azione decisiva a Mentana. Due battaglioni mantenuti a lungo in riserva e solo alla fine della giornata il Kanzler riesce a convincere il de Polhes ad intervenire. Le tergiversazioni francesi mostrano la volontà di garantire da un lato il papa nella difesa del suo territorio ma d’altro canto anche di cercare di salvaguardare la Convenzione di Settembre e di riflesso i rapporti con lo stato italiano. Occorre infatti notare come dal 1866, dopo aver sconfitto gli austriaci a Sadowa la Prussia si erge sempre più minacciosamente come antagonista della Francia nella supremazia europea. Antagonismo che trova nella guerra franco-prussiana del 1870 la sua conclusione. Di conseguenza i rapporti col Regno d’Italia, alleato nel 1859 con la Francia e nel 1866 con la Prussia, risultavano delicati e al tempo stesso preziosi da mantenere.
A questo punto si inserisce la celebre frase che il generale de Failly fece pervenire in Francia riguardo alle meraviglie compiute dai fucili Chassepot. Lo Chassepot francese, come già il modello Dreyse tedesco, rappresentano un importante evoluzione del fucile e del suo utilizzo. Questi due modelli rappresentano il superamento del fucile ad avancarica, cioè con carica dal lato della bocca, con il metodo a retrocarica, cioè con inserimento dalla culatta ossia la parte posteriore dell’arma. Tale metodo permette una maggiore celerità di carica e, conseguentemente, di tiro nell’ordine di 12 colpi al minuto contro il solo colpo al minuto dei “catenacci” in uso ai garibaldini. Se poi si aggiunge che la portata di tiro dello Chassepot raggiungeva i 1200-1300 metri si ha un più chiara visione di quali meraviglie poteva compiere contro i volontari garibaldini, addestrati più spesso all’assalto alla baionetta che al tiro. Certo le meraviglie dello Chassepot a Mentana risultano limitate se paragonate ai combattimenti di Gravellotte nel 1870. Inoltre lo Chassepot ebbe sempre diffusione limitata nell’esercito francese, oltre a richiedere notevole pulizia e ordine. Per certo, in mano a truppe ben addestrate l’arma diveniva micidiale.
La giornata di Mentana crea almeno fino la 1870 un irrisolvibile impasse politico. Lo Scardigli nota che dopo le sconfitte dell’esercito del Regno d’Italia nel 1866 e il cosiddetto fallimento del “Risorgimento Regio”, nel 1867 la sconfitta a Mentana segna anche la sconfitta del “Risolgimento democratico”. Probabilmente Garibaldi penso di replicare nel 1867 lo schema già usato in Sicilia nel 1860 in occasione della conquista di Palermo. Lo schema venne a cadere per due ragioni: anzitutto per l’accorta strategia di Kanzler e in secondo luogo per la mancata insurrezione di Roma, condizione imprescindibile per la presa della città da parte dei garibaldini.
Resta pertanto da considerare che tra il 1861 e il 1870 solo una forza considerevole negli effettivi e ben organizzata poteva dare l’assalto a Roma. Ma tra il 1861 e il 1870 solo il Regio Esercito possedeva le caratteristiche necessarie per l’impresa. Un intervento del Regio Esercito avrebbe dovuto pur sempre tener conto di una dura resistenza dell’esercito pontificio e di una inevitabile rottura con la Francia che poteva pure portare con facilità ad un conflitto armato. Tale situazione chiara per tutti tra il 1861 e il 1870, ricevette nel 1867 e dalla battaglia di Mentana la conferma che non era più neanche possibile usare come escamotage Garibaldi e i suoi volontari, sperando magari in un crollo subitaneo dello Stato Pontificio come già accaduto al Regno delle Due Sicilie nel 1860. Si capisce così come solo nel 1870 lo stravolgimento dell’equilibrio europeo con la sconfitta francese contro la Prussia portò alla risoluzione di un dilemma, quello di Roma capitali, altrimenti difficilmente risolvibile. 
Emanuele M. Cattarossi

domenica 12 febbraio 2017

Sanremo 2017 - Appunti veloci...

Appunti veloci sul Festival della Canzone Italiana di Sanremo 2017.

La conduzione. Niente da dire su Carlo Conti, detta i tempi con un rigore da feldwebel tedesco. Ma è incredibile notare come non perde d'occhio mai niente. Anche quando la scala impedisce l'ingresso di Sergio Sylvestre, Carlo entra in azione e risolve al volo l'inghippo.
Niente da dire su Maria De Filippi, sono anni che viene richiesta a Sanremo. Si è fatta corteggiare un pochino, ma alla fine è arrivata. E ora che si è vista, può tornare a condurre su Mediaset. Detto questo, si è cercato di trasformare ogni cosa che la riguardasse in un evento: dal bacio di Robbie Williams alle caramelle al rabarbaro. Rovazzi ha già espresso un parere in proposito. 

"Nuove" proposte. Un passo indietro rispetto all'anno scorso. Vince Lele, un pò scontato. Apprezzamenti per Maldestro, con il premio "Mia Martini". Ma niente di particolare, in fin dei conti. L'anno passato la competizione era stata più godibile. Non a caso quest'anno Stefano Gabbani e Ermal Meta li troviamo tra i big

I primi eliminati. Non a caso, il primo verdetto ufficiale è arrivato dalle coppie entrambe eliminate per prime. Raige - Giorgia Luzi e Nesli - Alice Paba non hanno passato la terza serata il che porta ad un paio di riflessioni. Anzitutto, le coppie a Sanremo funzionano se gli interpreti sono veramente forti e le canzoni robuste: Anna Oxa e Fausto Leali nel 1989 con Ti Lascerò o Amedeo Minghi e Mietta con Vattene Amore nel 1990 per intendersi. Di conseguenza, perchè non lasciare i singoli giocarsela soli? In particolare Alice Paba, vincitrice di The Voice of Italy 2017, mandata allo sbaraglio con una canzone solo parzialmente interpretata.

Il secondo giro di eliminazioni: i "Non Finalisti". Domanda: che vuol dire "Non-Finalisti"? Non era più semplice chiamarli "Eliminati"? Detto questo, sarà interessante vedere dati alla mano le motivazioni dell'esclusione di Ron, Gigi D'Alessio, Giusy Ferreri e Al Bano dalla finale. Qui pesa o la Sala Stampa o il Televoto. Possibile però che tra questi quattro si trovino due vincitori di Sanremo? Brutta l'esclusione di Al Bano, la canzone non era così terribile. Identico discorso per Ron e Giusy Ferreri. Su Gigi D'Alessio si può dire che la sua canzone era proprio "da Gigi D'Alessio". Ma è vero anche il fatto di averlo visto un pò tirato e forse incerto. Nel complesso però, l'eliminazione di questi quattro spiana la strada verso la vittoria ad altri interpreti.

16. Clementino. Ragazzi fuori. La canzone non era brutta, ma probabilmente non è entrata negli orecchi. Buon risultato sui social, con un milione di visualizzazioni su Youtube. Dopo due edizioni di Sanremo avare di gioie Clementino dovrà guardare altrove per ottenere migliori riconoscimenti.

15. Alessio Bernabei. Nel mezzo di un applauso. Ci riprova dopo l'edizione del 2016 con il risultato di un grosso passo indietro. Probabilmente piace al televoto, ma mezzo flop su Youtube.

14. Chiara. Nessun posto è casa mia. Mettiamola così, se Sanremo non avesse dato la classifica ma avesse indicato delle fasce di collocazione il suo posto sarebbe stato tra la 6 e la 10. Un pochino bistrattata, meritava di più.

13. Marco Masini. Spostato di un secondo. La canzone migliora ascolto dopo ascolto, come la sua interpretazione. Paga forse un tratto iniziale troppo lungo prima utilizzare le sue caratteristiche canore. Poco apprezzato su Youtube.

12. Lodovica Comello. Il cielo non mi basta. Spiazza tutti. La canzone non è indimenticabile ma l'esibizione buona. Alle cover reinterpreta Mina, il che è sempre un azzardo, ma ne esce con destrezza.

11. Michele Zarrillo. Mani nelle mani. Per certi aspetti vale il discorso fatto per Chiara. Magari meritava un premio sul testo. L'interpretazione nulla da dire, anche la cover di Se tu non torni era bella. Paga però su Youtube dove la canzone passa quasi sotto silenzio.

10. Samuel. Vedrai. Altra canzone che meritava maggiore attenzione. Agguanta la Top 10, il che è un ottimo risultato.

9. Bianca Atzei. Ora esisti solo tu. Quasi novecentomila visualizzazioni della canzoni su Youtube spiegano la sua posizione in classifica. Apprezzata senz'altro, risulta in grado di entrare in un posto della Top 10. Non fa altri passi perchè chi le sta davanti ha un sostegno maggiore in termini di gradimento.

8. Elodie. Tutta colpa mia. Probabilmente c'erano ben altre aspettative sulla finalista di Amici 2015-2016. La sensazione è di un posto regalato. Performance modesta anche su Youtube.

7. Fabrizio Moro. Portami via. Qui iniziano seriamente i candidati alla vittoria finale. Vedere Fabrizio Moro in settima posizione fa un po specie ma guardando i primi sette non è proprio così fuori posto. Boom su Youtube con più di due milioni e mezzo di visualizzazioni.

6. Sergio Sylvestre. Con te. Prima di salire sul palco all'Ariston era tra i candidati alla vittoria. La prima esibizione però è con il freno a mano e si sente. Migliore nelle serate successive, ma la canzone non cresce. Fa un milione e quattrocentomila visualizzazione su Youtube, il sesto posto è probabilmente frutto del televoto. In prospettiva, piccolo flop per Amici.

5. Paola Turci. Fatti bella per te. Appena la canzone inizia, si capisce subito che non è venuta per farsi una vacanza. La canzone è splendida, la Turci gagliardissima. Rimane un pò snobbata su Youtube e probabilmente un premio minore lo meritava, ma si mette dietro un bel pò di aspiranti big. Così anche il quinto posto è onore.

4. Michele Bravi. Il diario degli errori. L'ultima sera si esibisce per ultimo, dopo mezzanotte in uno spot che definire della morte è poco. Quasi un milione di visualizzazioni su Youtube. Il quarto posto poteva essere di più e forse un premio minore non era sbagliato. Di certo la posizione è frutto di apprezzamento condiviso tra televoto, giuria e sala stampa. E' giovane, c'è tempo per fare meglio. Intanto con lui X-Factor vince il derby con Amici.

3. Ermal Meta. Vietato Morire. Terzo l'anno scorso nelle giovani proposte, terzo quest'anno. Bella canzone, splendida cover di Modugno che gli vale il primo posto della serata, meritato il Premio della Critica. Quasi un milione e mezzo di visualizzazioni su Youtube. Tornerà ancora, la voce è splendida e il giusto riconoscimento non mancherà.

2. Fiorella Mannoia. Che sia benedetta. Magnifica canzone, oltre tre milioni di visualizzazioni su Youtube, premio dalla Sala Stampa e per il testo. Arriva da favorita e mantiene fino in fondo lo status. L'omaggio che le fa Gabbani dopo la proclamazione del vincitore, appena intravisto dalle telecamere indica il grande rispetto da tributare da una grandissima artista. 

1. Francesco Gabbani. Occidentali's Karma. Primo l'anno scorso nelle giovani proposte, primo quest'anno tra i big. La canzone è cresciuta sera dopo sera, merito dell'ottima interazione con l'Orchestra del festival. Poi ha giocato molto il ritmo e la ballabilità del testo. Poi il colpo del Gorilla, che ricordava l'esibizione di Daniele Silvestri con Salirò nel 2002. Inizialmente era difficile collocarlo tra i favoriti alla vittoria finale: le canzoni spensierate difficilmente godono apprezzamento a Sanremo. O al massimo puntano al secondo posto. Però a lungo su Youtube Gabbani era dietro la Mannoia, Moro e Sylvestre, appaiato a Ermal Meta. Durante la serata finale le visualizzazioni lo pongono al terzo posto e a quel punto si capisce che se la poteva giocare. I fan già lo invocavano per l'European Song Contest, ora ci va di volata.

Emanuele M. Cattarossi




mercoledì 21 dicembre 2016

L'istituzionale ricerca di una "normalità" spendibile...

Maria Antonietta (1755-1793), regina di Francia, non aveva bisogno di rendersi "normale" rispetto ai suoi sudditi. La sua risposta all'osservazione che il popolo non aveva più pane fu "Ebbene che mangino brioches!". E' vero che ci perse la testa poco tempo dopo, eppure la sua risposta diceva che chi deteneva il potere non aveva bisogno di abbassarsi allo standard popolare ne tantomeno di mostrarsi "normale". Semmai era il potere ad indicare lo standard, le "brioches" per l'appunto. 
Molto è cambiato forse appunto da quelle "brioches" di Maria Antonietta. Chi detiene il potere, il comando, la responsabilità del governo tra Ottocento e Novecento ha continuamente rimodulato la comunicazione in favore dei cittadini. Attenzione: la comunicazione ma non sempre i fatti concreti. Certo, cadute di stile non mancano nel tempo: a Parigi come a Vienna tra 1848 e 1849 la comunicazione veniva veicolata tramite cannonate sulla piazza, metodo ripreso nel 1898 a Milano dal governo italiano. E fermiamoci qui perchè la lista sarebbe lunga. Eppure di pari passo s'affinavano le strategie di comunicazione e la tendenza a provare a presentare la "normalità" di alcuni leader. Con risultati diversi e con effetti a volte disastrosi.

La ricerca della posa...
Chi volesse provare a capire la figura di Hitler non deve fermarsi ai discorsi e alla lettura del "Mein Kampf". Deve per forza di cose ricercare in una decennale costruzione dell'immagine il fil rogue per comprendere l'ascesa del Nazismo in Germania. Foto su foto realizzate in particolare negli anni venti volevano presentare l'uomo forte, l'uomo nuovo per la Germania. E non a caso si scartavano quelle meno incisive. Si pensi al profilo in primissimo piano del volto, rivestito della camicia bruna della SA. Ora, proviamo a aggiungere un berretto militare sopra: si noterebbe subito quanto l'espressione intensa degli occhi ne risulterebbe limitata. Non a casa, questa foto venne scartata in favore della prima.
Lo stesso Mussolini si prestò volentieri a fotografie ma sempre ricercando la posa migliore per identificare l'uomo forte, l'uomo della Provvidenza. E tuttavia, rispetto a Hitler, Mussolini poteva permettersi un avvicinamento maggiore alla "normalità". Se Hitler, solo in seguito al suicidio della nipote Geli Rauban, rilasciò un book fotografico destinato a presentarlo in scatti di normalità domestica, Mussolini fu in grado di presentarsi a torso nudo mentre falciava il grano. L'aspettativa era quella di offrire un immagine di forza dell'Italia a partire dalla propria capacità agricola. Ma di certo Hitler non poteva permettersi una foto del genere, mentre di Stalin forse qualcosa del genere lo si ritroverebbe nei disegni dei manifesti di propaganda.

Un bell'aspetto...
L'irrompere della televisione nelle case porta ad un nuovo cambiamento delle strategie di comunicazione. Lo spartiacque avviene il 26 settembre 1960 con il dibattito televisivo tra Kennedy e Nixon nel corso della campagna elettore presidenziale degli Stati Uniti d'America. Se la semplice comunicazione verbale era tutto fino a quel momento, il confronto tra la giovanilità di Kennedy e l'impaccio di Nixon portò evidentemente ad una risoluzione negli elettori circa chi votare. Con buona pace di programmi e promesse varie ed eventuali.
Va da sè dunque che la scioltezza di parola, un linguaggio immediato e condivisibile, un aria "giovane" e prestante possa offrire un traino importante. Reagan nel 1980 utilizzò appieno queste sue caratteristiche avendo buon gioco su un Carter in evidente difficoltà anche per le problematiche di politiche estera, Iran in testa. Clinton nel 1992 dette scacco a Bush grazie ad un ottima comunicazione. Nel 1996 fece il bis di fronte ad un candidato repubblicano onesto ma di scarso appeal quale era Bob Dole. Di un traino simile ha potuto godere Obama nel 2008 grazie anche ad un sorriso ampio e speranzoso che unito ad un messaggio di grande di grande fiducia ha saputo conquistare l'elettorato americano. 
Ma spostandosi dagli States, non è difficile trovare altre esemplificazioni. Nel 1997 non fu difficile a Tony Blair sfrattare John Major dal numero 10 di Downing Street, conservando poi il premierato in altre due consultazioni elettorali. Ma si potrebbe citare la velocissima parabola di Nick Clegg, esponente del partito liberal-democratico, capace nel 2010 di contendere a sorpresa la poltrona di premier a David Cameron e a Gordon Brown, grazie ad una comunicazione sciolta e a una migliore presenza fisica. Alleatosi con Cameron, ottenne la poltrona di vice-premier. Ma la sua popolarità tracollò repentinamente appena l'elettorato comprese che giovanilità non si sposa sempre con professionalità.

Avanti, marsch!
Diventa curioso notare come il rapporto con le forze armate incida in una certa qual maniera sull'immagine dei politici. Lontani anni luce dalle raffigurazioni di Napoleone tra i veterani dell'Armee la comunicazione è cambiata anche in tal senso.
Margareth Thatcher sposò perfettamente il suo essere la "Iron Lady" quando venne immortalata a bordo di un carro armato. Vestita di bianco, fazzoletto in testa e occhialoni calati in viso la forza di questa foto forse in tre particolari. Il primo è la mano destra che si tiene al carro armato con assoluta sicurezza. Il secondo è lo sguardo del viso, con occhi sicuri e determinati sotto gli occhiali e il sorriso deciso di chi pensa "fatevi pure sotto". Il terzo particolare è la bandiera sulla sinistra: l'Union Jack è ben visibile e sventolante ad indicare una nazione che vuole ritrovare la sua forza e la sua dignità sotto la guida della Thatcher. 
La forza di questa foto si chiarisce meglio in un confronto con un'istantanea simile ma dall'effetto diverso. Nel corso della campagna per le elezioni presidenziali degli Stati Uniti d'America nel 1988, il candidato democratico Michael Dukakis provò a migliorare la sua difficile situazione contro George Bush cercando di imitare la foto della Thatcher. L'effetto che ne derivò fu l'esatto opposto di quello desiderato. Questione di particolari. Nuovamente. Lo sguardo di Dukakis non ripeteva la sicurezza della Thatcher. Il casco in testa appariva fuori luogo, specie con la scritta "Michael Dukakis" apposta sopra: troppo grande, quasi che nessuno lo conoscesse. E mancava la bandiera! Grosso errore, che Dukakis pagò carissimo venendo "asfaltato" da Bush in quasi tutti gli stati dell'Unione.

Un errore simile di comunicazione venne commesso da Enrico Letta durante il suo mandato di presidente del Consiglio. Durante una visita ad una delle missioni militari all'estero, il buon Letta si fece immortalare con un elmetto e giubbotto antiproiettile sopra il doppiopetto d'ordinanza. Sicuramente vi erano da garantire delle misure di sicurezza ma l'effetto visivo fu di grossa goffaggine del povero Letta. Ben poco marziale e ben poco militare. Inoltre non aiutava a rinsaldare l'immagine delle Forze Armate, ciclicamente soggette ad accuse d'impreparazione e obsolescenza nei materiali impiegati. Non a caso, Matteo Renzi come presidente del Consiglio curò maggiormente l'immagine durante le visite alle missioni militari italiane all'estero avendo cura di indossare una mimetica d'ordinanza. Poteva essere pure esagerato, ma di certo non fuori luogo.


Quotidiana "normalità"?
Proprio di Matteo Renzi, appena pochi giorni dopo le dimissioni da presidente del Consiglio, compaiono alcune foto dello stesso al supermercato per le spese. Un tentativo di riprendersi un immagine di normalità nell'ambito di una strategia comunicativa più ampia. Ma forse dovrebbe ricordarsi della Finocchiaro "pizzicata" a far le spese con l'aiuto della scorta e poi sottoposta ad un fuoco di fila di polemiche. Polemiche sulle spese, si addensarono anche agli inizi del mandato di Virginia Raggi come sindaco di Roma, poi superate in avanti da tempi decisamente più sensibili. Resta però il fatto che i supermercati non sono proprio il massimo per dare di sè un immagine di quotidiana "normalità".  
Ma allora dove cercare un pò di "normalità", di quotidianità per apparire vicini e presenti agli elettori? Mi piace ricordare in merito il premier inglese Gordon Brown. Scozzese e laburista, divenuto premier inglese forzando le dimissioni di Tony Blair, Gordon Brown non era effettivamente un campione di presenza scenica. Onestissimo lavoratore, provò a cercare la fiducia dell'elettorato inglese facendosi immortalare in metropolitana mentre andava al lavoro. C'è una certa verità in quella foto, nella postura di Brown, in quel suo calarsi sul giornale e sugli appunti di lavoro. Non ebbe molta fortuna in seguito, ma rimane un istantanea tutto sommato sincera.
Un immagine simile viene offerta da Papa Francesco, ai tempi dell'episcopato in Buenos Aires. E' una foto su un vagone stipato di gente, lontano dalla concezione della City londinese e più aderente alla realtà della capitale argentina. Per certo, è l'immagine che l'allora cardinale Bergoglio ha voluto portare nel suo pontificato: quella di un Papa non solo "tra" la gente ma che fa cose "come" la gente. A partire, dall'andare dall'ottico come quello di portarsi da sè la borsa da viaggio. Tentativo molto chiaro ma difficile, di creare un immagine meno lontana della Chiesa dal popolo cristiano.

Mettersi in "gioco"...
Forse al di là di tanti tentativi di far apparire una "normalità" nel quotidiano, migliori risultati provengono da un aspetto giocoso, capace di prendersi un pò meno sul serio. Non che tutti ci riescano, ma vi sono almeno due esempi capaci di dare un idea del mettersi in ... "gioco"!
La celebrazione dell'apertura dei Giochi Olimpici di Londra 2012 fu un avvenimento bello, giocoso, leggero. Una degna apertura dei Giochi, lontana da ogni affermazione di sè stessi, se si ricorda le aperture dei Giochi in Grecia nel 2004 e in Cina nel 2008. D'altro canto gli inglesi non ne hanno bisogno. Ed ecco allora che tutto in quella apertura diventa semplicemente "British". Ma la sorpresa giunge da lei: la Regina Elisabetta. La sequenza filmata (vedi qui) che mostra Daniel Craig nei panni di James Bond fungere da scorta da Buckingham Palace fino allo Stadio Olimpico per l'inizio dei Giochi fu fenomenale. Diciamocelo: chi più della Regina Elisabetta rappresenta l'Inghilterra? E cosa c'è di più "British" di James Bond? Aggiungiamoci la comparsa dei cuccioli di Elisabetta e già ci sarebbe tanto da dire. Ma non basta: dopo un magnifico sorvolo su Londra, meglio fare un entrata in perfetto Bond-style con un bel lancio in paracadute della Regina sullo Stadio Olimpico. Paracadute con Union Jack ben visibile, mai che ci si sbagliasse.
Altrettanto singolare è stato il promo dei Giochi Olimpici di Tokyo 2020 durante la conclusione dei Giochi di Rio 2016. Bellissimo il video introduttivo (vedi qui), che segue dinamiche e stili tipicamente giapponesi nell'illustrare modernità, tecnologia, avanguardia di Tokyo come Global City.  Ma bellissima la soluzione di lanciare Tokyo 2020 con una sequenza di particolari: 1. il cerchio rosso della bandiera giapponese, il sole levante che diventa sfera lanciata da atleti e personaggi di fumetti; 2. la sfera presa poi in mano dal premier Abe per essere portata a Rio, ossia Governo che rappresenta paese all'estero; 3. partenza in macchina, ma a rallentatore ed in visibile contrasto con l'immagine di modernità e di velocità prima presentata; 4. constatazione della lentezza da parte di Abe e dunque ricorso a qualcosa di molto giapponese quale la trasformazione in SuperMario; 5. attraversamento della terra tramite uno dei tunnel propri di SuperMario (e si noti il giochino della brochure "Rio > Ma-Rio"); 6. comparsa di SuperMario pardon Abe in mezzo allo stadio appena in tempo. 

Esempi e altre aree d'indagine non mancano sicuramente. Resta però il fatto per i governanti di dover sempre porre attenzione alla comunicazione delle proprie idee e ai veicoli deputati alla loro diffusioni. Senza dimenticare che far seguire concretezza a idee e promesse è sempre ben gradito. Le "brioches" di Maria Antonietta insegnano...

Emanuele M. Cattarossi

mercoledì 7 dicembre 2016

Referundum 2016 - "Start" a Cinque Stelle verso le Elezioni...

Era passata la mezzanotte del 5 dicembre ed era finito da poco il discorso di Matteo Renzi nel quale il Presidente del Consiglio, assumendosi la responsabilità della sconfitta del Referendum sulla Riforma della Costituzione, annunciava la fine del suo Governo e le sue prossime dimissioni. Vari esponenti politici avevano già commentato i risultati del Referendum. Salvini per primo non aveva aspettato troppo per commentare la vittoria che rilanciava le sue ambizioni di leadership nel centrodestra.
Si dovrebbe dire che subito dopo la fine del discorso di Renzi si è aperta la campagna elettorale. Ebbene il Movimento 5 Stelle è scattato dai blocchi di partenza con forte determinazione marcando fin d'ora un distacco che difficilmente verrà colmato dagli altri schieramenti.
Il perchè si ritrova nel commento ai risultati del Referendum fatto dal Movimento 5 Stelle subito dopo il discorso di Renzi. L'ambiente per primo: la sala stampa della Camera dei Deputati. Non la sede di un partito, idea dal quale il movimento pentastellato si è sempre smarcato con decisione, ma una sede istituzionale, un luogo del "fare" a servizio dei cittadini. I tempi e i modi poi: nessuno comunica o dice niente prima del tempo, ma si presentano cinque esponenti del Movimento Giulia Grillo, Vito Crimi, Danilo Toninelli, Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio. Probabilmente è tra i due che dobbiamo ritrovare un possibile candidato premier per il futuro: Di Maio parla per ultimo ma Di Battista arriva leggermente in ritardo rispetto agli altri mettendosi in risalto. Particolari del momento ma indicativi. Resta però l'idea di un Movimento che da più voci, cinque in tutto, parla ad una sola voce ed esibisce con una certa solidità e compuntezza un obiettivo comune: andare a elezioni subito.
L'immagine determinata dei cinque pentastellati alla Camera dei Deputati mostra che la strategia "del Carciofo" di cui già scrivevo in un altro post (vedi qui) offre risultati che portano il Movimento ad alzare con sicurezza il tiro. L'incertezze iniziali nella gestione di Roma e lo scandalo palermitano delle firme false sono situazioni che minano una certa fiducia nel Movimento, ma ad un tratto sono anche inevitabili. Il giudizio sul Movimento 5 Stelle sta semmai alla capacità di reazione verso le problematiche emergenti e alle misure prese in merito.
Sta di fatto che, immaginando già iniziata la campagna elettorale, il Movimento 5 Stelle parte in vantaggio rispetto ad un Partito Democratico lacerato e fiaccato dalle problematiche di Governo ma anche ad un Centrodestra ancora incerto tra Berlusconi e Salvini. Solo il tempo può in qualche maniera minare lo slancio pentastellato. Al contrario se il programma di governo venisse presentato in tempi rapidi e modi chiari l'ipoteca di un futuro governo del Movimento 5 Stelle sarebbe decisamente forte.

Emanuele M. Cattarossi 

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