mercoledì 21 dicembre 2016

L'istituzionale ricerca di una "normalità" spendibile...

Maria Antonietta (1755-1793), regina di Francia, non aveva bisogno di rendersi "normale" rispetto ai suoi sudditi. La sua risposta all'osservazione che il popolo non aveva più pane fu "Ebbene che mangino brioches!". E' vero che ci perse la testa poco tempo dopo, eppure la sua risposta diceva che chi deteneva il potere non aveva bisogno di abbassarsi allo standard popolare ne tantomeno di mostrarsi "normale". Semmai era il potere ad indicare lo standard, le "brioches" per l'appunto. 
Molto è cambiato forse appunto da quelle "brioches" di Maria Antonietta. Chi detiene il potere, il comando, la responsabilità del governo tra Ottocento e Novecento ha continuamente rimodulato la comunicazione in favore dei cittadini. Attenzione: la comunicazione ma non sempre i fatti concreti. Certo, cadute di stile non mancano nel tempo: a Parigi come a Vienna tra 1848 e 1849 la comunicazione veniva veicolata tramite cannonate sulla piazza, metodo ripreso nel 1898 a Milano dal governo italiano. E fermiamoci qui perchè la lista sarebbe lunga. Eppure di pari passo s'affinavano le strategie di comunicazione e la tendenza a provare a presentare la "normalità" di alcuni leader. Con risultati diversi e con effetti a volte disastrosi.

La ricerca della posa...
Chi volesse provare a capire la figura di Hitler non deve fermarsi ai discorsi e alla lettura del "Mein Kampf". Deve per forza di cose ricercare in una decennale costruzione dell'immagine il fil rogue per comprendere l'ascesa del Nazismo in Germania. Foto su foto realizzate in particolare negli anni venti volevano presentare l'uomo forte, l'uomo nuovo per la Germania. E non a caso si scartavano quelle meno incisive. Si pensi al profilo in primissimo piano del volto, rivestito della camicia bruna della SA. Ora, proviamo a aggiungere un berretto militare sopra: si noterebbe subito quanto l'espressione intensa degli occhi ne risulterebbe limitata. Non a casa, questa foto venne scartata in favore della prima.
Lo stesso Mussolini si prestò volentieri a fotografie ma sempre ricercando la posa migliore per identificare l'uomo forte, l'uomo della Provvidenza. E tuttavia, rispetto a Hitler, Mussolini poteva permettersi un avvicinamento maggiore alla "normalità". Se Hitler, solo in seguito al suicidio della nipote Geli Rauban, rilasciò un book fotografico destinato a presentarlo in scatti di normalità domestica, Mussolini fu in grado di presentarsi a torso nudo mentre falciava il grano. L'aspettativa era quella di offrire un immagine di forza dell'Italia a partire dalla propria capacità agricola. Ma di certo Hitler non poteva permettersi una foto del genere, mentre di Stalin forse qualcosa del genere lo si ritroverebbe nei disegni dei manifesti di propaganda.

Un bell'aspetto...
L'irrompere della televisione nelle case porta ad un nuovo cambiamento delle strategie di comunicazione. Lo spartiacque avviene il 26 settembre 1960 con il dibattito televisivo tra Kennedy e Nixon nel corso della campagna elettore presidenziale degli Stati Uniti d'America. Se la semplice comunicazione verbale era tutto fino a quel momento, il confronto tra la giovanilità di Kennedy e l'impaccio di Nixon portò evidentemente ad una risoluzione negli elettori circa chi votare. Con buona pace di programmi e promesse varie ed eventuali.
Va da sè dunque che la scioltezza di parola, un linguaggio immediato e condivisibile, un aria "giovane" e prestante possa offrire un traino importante. Reagan nel 1980 utilizzò appieno queste sue caratteristiche avendo buon gioco su un Carter in evidente difficoltà anche per le problematiche di politiche estera, Iran in testa. Clinton nel 1992 dette scacco a Bush grazie ad un ottima comunicazione. Nel 1996 fece il bis di fronte ad un candidato repubblicano onesto ma di scarso appeal quale era Bob Dole. Di un traino simile ha potuto godere Obama nel 2008 grazie anche ad un sorriso ampio e speranzoso che unito ad un messaggio di grande di grande fiducia ha saputo conquistare l'elettorato americano. 
Ma spostandosi dagli States, non è difficile trovare altre esemplificazioni. Nel 1997 non fu difficile a Tony Blair sfrattare John Major dal numero 10 di Downing Street, conservando poi il premierato in altre due consultazioni elettorali. Ma si potrebbe citare la velocissima parabola di Nick Clegg, esponente del partito liberal-democratico, capace nel 2010 di contendere a sorpresa la poltrona di premier a David Cameron e a Gordon Brown, grazie ad una comunicazione sciolta e a una migliore presenza fisica. Alleatosi con Cameron, ottenne la poltrona di vice-premier. Ma la sua popolarità tracollò repentinamente appena l'elettorato comprese che giovanilità non si sposa sempre con professionalità.

Avanti, marsch!
Diventa curioso notare come il rapporto con le forze armate incida in una certa qual maniera sull'immagine dei politici. Lontani anni luce dalle raffigurazioni di Napoleone tra i veterani dell'Armee la comunicazione è cambiata anche in tal senso.
Margareth Thatcher sposò perfettamente il suo essere la "Iron Lady" quando venne immortalata a bordo di un carro armato. Vestita di bianco, fazzoletto in testa e occhialoni calati in viso la forza di questa foto forse in tre particolari. Il primo è la mano destra che si tiene al carro armato con assoluta sicurezza. Il secondo è lo sguardo del viso, con occhi sicuri e determinati sotto gli occhiali e il sorriso deciso di chi pensa "fatevi pure sotto". Il terzo particolare è la bandiera sulla sinistra: l'Union Jack è ben visibile e sventolante ad indicare una nazione che vuole ritrovare la sua forza e la sua dignità sotto la guida della Thatcher. 
La forza di questa foto si chiarisce meglio in un confronto con un'istantanea simile ma dall'effetto diverso. Nel corso della campagna per le elezioni presidenziali degli Stati Uniti d'America nel 1988, il candidato democratico Michael Dukakis provò a migliorare la sua difficile situazione contro George Bush cercando di imitare la foto della Thatcher. L'effetto che ne derivò fu l'esatto opposto di quello desiderato. Questione di particolari. Nuovamente. Lo sguardo di Dukakis non ripeteva la sicurezza della Thatcher. Il casco in testa appariva fuori luogo, specie con la scritta "Michael Dukakis" apposta sopra: troppo grande, quasi che nessuno lo conoscesse. E mancava la bandiera! Grosso errore, che Dukakis pagò carissimo venendo "asfaltato" da Bush in quasi tutti gli stati dell'Unione.

Un errore simile di comunicazione venne commesso da Enrico Letta durante il suo mandato di presidente del Consiglio. Durante una visita ad una delle missioni militari all'estero, il buon Letta si fece immortalare con un elmetto e giubbotto antiproiettile sopra il doppiopetto d'ordinanza. Sicuramente vi erano da garantire delle misure di sicurezza ma l'effetto visivo fu di grossa goffaggine del povero Letta. Ben poco marziale e ben poco militare. Inoltre non aiutava a rinsaldare l'immagine delle Forze Armate, ciclicamente soggette ad accuse d'impreparazione e obsolescenza nei materiali impiegati. Non a caso, Matteo Renzi come presidente del Consiglio curò maggiormente l'immagine durante le visite alle missioni militari italiane all'estero avendo cura di indossare una mimetica d'ordinanza. Poteva essere pure esagerato, ma di certo non fuori luogo.


Quotidiana "normalità"?
Proprio di Matteo Renzi, appena pochi giorni dopo le dimissioni da presidente del Consiglio, compaiono alcune foto dello stesso al supermercato per le spese. Un tentativo di riprendersi un immagine di normalità nell'ambito di una strategia comunicativa più ampia. Ma forse dovrebbe ricordarsi della Finocchiaro "pizzicata" a far le spese con l'aiuto della scorta e poi sottoposta ad un fuoco di fila di polemiche. Polemiche sulle spese, si addensarono anche agli inizi del mandato di Virginia Raggi come sindaco di Roma, poi superate in avanti da tempi decisamente più sensibili. Resta però il fatto che i supermercati non sono proprio il massimo per dare di sè un immagine di quotidiana "normalità".  
Ma allora dove cercare un pò di "normalità", di quotidianità per apparire vicini e presenti agli elettori? Mi piace ricordare in merito il premier inglese Gordon Brown. Scozzese e laburista, divenuto premier inglese forzando le dimissioni di Tony Blair, Gordon Brown non era effettivamente un campione di presenza scenica. Onestissimo lavoratore, provò a cercare la fiducia dell'elettorato inglese facendosi immortalare in metropolitana mentre andava al lavoro. C'è una certa verità in quella foto, nella postura di Brown, in quel suo calarsi sul giornale e sugli appunti di lavoro. Non ebbe molta fortuna in seguito, ma rimane un istantanea tutto sommato sincera.
Un immagine simile viene offerta da Papa Francesco, ai tempi dell'episcopato in Buenos Aires. E' una foto su un vagone stipato di gente, lontano dalla concezione della City londinese e più aderente alla realtà della capitale argentina. Per certo, è l'immagine che l'allora cardinale Bergoglio ha voluto portare nel suo pontificato: quella di un Papa non solo "tra" la gente ma che fa cose "come" la gente. A partire, dall'andare dall'ottico come quello di portarsi da sè la borsa da viaggio. Tentativo molto chiaro ma difficile, di creare un immagine meno lontana della Chiesa dal popolo cristiano.

Mettersi in "gioco"...
Forse al di là di tanti tentativi di far apparire una "normalità" nel quotidiano, migliori risultati provengono da un aspetto giocoso, capace di prendersi un pò meno sul serio. Non che tutti ci riescano, ma vi sono almeno due esempi capaci di dare un idea del mettersi in ... "gioco"!
La celebrazione dell'apertura dei Giochi Olimpici di Londra 2012 fu un avvenimento bello, giocoso, leggero. Una degna apertura dei Giochi, lontana da ogni affermazione di sè stessi, se si ricorda le aperture dei Giochi in Grecia nel 2004 e in Cina nel 2008. D'altro canto gli inglesi non ne hanno bisogno. Ed ecco allora che tutto in quella apertura diventa semplicemente "British". Ma la sorpresa giunge da lei: la Regina Elisabetta. La sequenza filmata (vedi qui) che mostra Daniel Craig nei panni di James Bond fungere da scorta da Buckingham Palace fino allo Stadio Olimpico per l'inizio dei Giochi fu fenomenale. Diciamocelo: chi più della Regina Elisabetta rappresenta l'Inghilterra? E cosa c'è di più "British" di James Bond? Aggiungiamoci la comparsa dei cuccioli di Elisabetta e già ci sarebbe tanto da dire. Ma non basta: dopo un magnifico sorvolo su Londra, meglio fare un entrata in perfetto Bond-style con un bel lancio in paracadute della Regina sullo Stadio Olimpico. Paracadute con Union Jack ben visibile, mai che ci si sbagliasse.
Altrettanto singolare è stato il promo dei Giochi Olimpici di Tokyo 2020 durante la conclusione dei Giochi di Rio 2016. Bellissimo il video introduttivo (vedi qui), che segue dinamiche e stili tipicamente giapponesi nell'illustrare modernità, tecnologia, avanguardia di Tokyo come Global City.  Ma bellissima la soluzione di lanciare Tokyo 2020 con una sequenza di particolari: 1. il cerchio rosso della bandiera giapponese, il sole levante che diventa sfera lanciata da atleti e personaggi di fumetti; 2. la sfera presa poi in mano dal premier Abe per essere portata a Rio, ossia Governo che rappresenta paese all'estero; 3. partenza in macchina, ma a rallentatore ed in visibile contrasto con l'immagine di modernità e di velocità prima presentata; 4. constatazione della lentezza da parte di Abe e dunque ricorso a qualcosa di molto giapponese quale la trasformazione in SuperMario; 5. attraversamento della terra tramite uno dei tunnel propri di SuperMario (e si noti il giochino della brochure "Rio > Ma-Rio"); 6. comparsa di SuperMario pardon Abe in mezzo allo stadio appena in tempo. 

Esempi e altre aree d'indagine non mancano sicuramente. Resta però il fatto per i governanti di dover sempre porre attenzione alla comunicazione delle proprie idee e ai veicoli deputati alla loro diffusioni. Senza dimenticare che far seguire concretezza a idee e promesse è sempre ben gradito. Le "brioches" di Maria Antonietta insegnano...

Emanuele M. Cattarossi

mercoledì 7 dicembre 2016

Referundum 2016 - "Start" a Cinque Stelle verso le Elezioni...

Era passata la mezzanotte del 5 dicembre ed era finito da poco il discorso di Matteo Renzi nel quale il Presidente del Consiglio, assumendosi la responsabilità della sconfitta del Referendum sulla Riforma della Costituzione, annunciava la fine del suo Governo e le sue prossime dimissioni. Vari esponenti politici avevano già commentato i risultati del Referendum. Salvini per primo non aveva aspettato troppo per commentare la vittoria che rilanciava le sue ambizioni di leadership nel centrodestra.
Si dovrebbe dire che subito dopo la fine del discorso di Renzi si è aperta la campagna elettorale. Ebbene il Movimento 5 Stelle è scattato dai blocchi di partenza con forte determinazione marcando fin d'ora un distacco che difficilmente verrà colmato dagli altri schieramenti.
Il perchè si ritrova nel commento ai risultati del Referendum fatto dal Movimento 5 Stelle subito dopo il discorso di Renzi. L'ambiente per primo: la sala stampa della Camera dei Deputati. Non la sede di un partito, idea dal quale il movimento pentastellato si è sempre smarcato con decisione, ma una sede istituzionale, un luogo del "fare" a servizio dei cittadini. I tempi e i modi poi: nessuno comunica o dice niente prima del tempo, ma si presentano cinque esponenti del Movimento Giulia Grillo, Vito Crimi, Danilo Toninelli, Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio. Probabilmente è tra i due che dobbiamo ritrovare un possibile candidato premier per il futuro: Di Maio parla per ultimo ma Di Battista arriva leggermente in ritardo rispetto agli altri mettendosi in risalto. Particolari del momento ma indicativi. Resta però l'idea di un Movimento che da più voci, cinque in tutto, parla ad una sola voce ed esibisce con una certa solidità e compuntezza un obiettivo comune: andare a elezioni subito.
L'immagine determinata dei cinque pentastellati alla Camera dei Deputati mostra che la strategia "del Carciofo" di cui già scrivevo in un altro post (vedi qui) offre risultati che portano il Movimento ad alzare con sicurezza il tiro. L'incertezze iniziali nella gestione di Roma e lo scandalo palermitano delle firme false sono situazioni che minano una certa fiducia nel Movimento, ma ad un tratto sono anche inevitabili. Il giudizio sul Movimento 5 Stelle sta semmai alla capacità di reazione verso le problematiche emergenti e alle misure prese in merito.
Sta di fatto che, immaginando già iniziata la campagna elettorale, il Movimento 5 Stelle parte in vantaggio rispetto ad un Partito Democratico lacerato e fiaccato dalle problematiche di Governo ma anche ad un Centrodestra ancora incerto tra Berlusconi e Salvini. Solo il tempo può in qualche maniera minare lo slancio pentastellato. Al contrario se il programma di governo venisse presentato in tempi rapidi e modi chiari l'ipoteca di un futuro governo del Movimento 5 Stelle sarebbe decisamente forte.

Emanuele M. Cattarossi 

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Referendum 2016 - Aria di resa dei conti nel Centrodestra...

La vittoria del "No" al Referendum sulla riforma della Costituzione del 4 dicembre 2016, alza il sipario sull'ormai prossima resa dei conti nel Centrodestra. I segnali sono piuttosto inequivocabili. Nelle ultime settimane di campagna elettorale, un redivivo Berlusconi tornava a calcare gli schermi indicando la necessità di votare "No" per poi andare a votare quanto prima possibile. Scenario interessante, in cui il voto per il "No" non rappresentava il frutto di una conoscenza concreta sul testo referendario ma solo il casus belli per far saltare il governo e di conseguenza aprire la via alle elezioni. Strettamente parlando, Berlusconi giocava sullo stesso punto di Renzi indicando il Referendum come un test sul governo. Giochino già riuscito peraltro in occasione delle Regionali 2000 con D'Alema. In filigrana, però Berlusconi punta a ri-leggitimarsi come candidato del Centro-Destra alle elezioni politiche a venire. Le mosse sono visibili: alle amministrative di Roma non appoggiando la Meloni ma Marchini ha causato un mancato ballottaggio per il Centro-Destra e insieme l'occasione di assestare un colpo durissimo al Partito Democratico. Con il senno di poi, Berlusconi ha iniziato lì a minare il duo Salvini-Meloni lanciato alla conquista della leadership. Concentrandosi su Roma e decisamente meno su Milano, dove il Centro-destra presentava una coalizione unita nel sostegno a Stefano Parisi, nuovamente Berlusconi ha potuto far mancare la terra sotto i piedi di Salvini privandolo di un successo importante. 
Non a caso Salvini, la sera del referendum, è stato un fulmine ad attribuirsi la vittoria nel Fronte del "No", a chiedere le dimissioni di Renzi e le elezioni anticipate. La fretta è dovuta dalla necessità di mostrarsi da subito come il volto del candidato del Centrodestra alle prossime Elezioni. Nel centrodestra così già s'intravedono due linee: 
- Salvini premier e Lega forza conduttrice con un programma populista e antieuropeista;
- Berlusconi premier, coalizione di centrodestra più larga possibile, programma basato su promesse di riduzione fiscale.
Al momento, Salvini ha fatto un primo errore chiedendo le primarie del Centrodestra. Da Berlusconi non le otterrà facilmente. Fosse per il buon Silvio manco ci sarebbero. Ma gli equilibri sono mutati rispetto al 2013. Per certo, dimissionando la figura di Stefano Parisi, Berlusconi ha fatto capire che il leader, almeno in Forza Italia, rimane lui. Ci sono poi alcune frecce nel suo arco:
- giocare sui risultati, definiti già disastrosi, dei tre governi, Monti-Letta-Renzi, venuti dopo il suo dal 2011;
- proporsi come figura conciliante, di dialogo e d'esperienza al contrario di Salvini.
Tale strategia, porterebbe anche al recupero di tanti pezzi di centrodestra in diaspora dal 2013: Fitto, l'UDC, Alfano financo Verdini. Operazione che certo non interessa e neanche riuscirebbe a Salvini.
Resta l'incognita del fisico di Berlusconi, molto provato. Non è da poco, visto l'impegno della campagna elettorale.
Salvini dal canto suo può solo rinsaldare l'alleanza con Fratelli d'Italia e forse altri gruppi a destra. Ma il suo messaggio di protesta non è riuscito finora a sfondare: l'antieuropeismo in Italia funziona fino ad un certo punto, ossia fintanto che va a toccare il lato economico e di riflesso fiscale. 
Il Centrodestra pare dunque avviato ad una resa dei conti: per Berlusconi quanto per Salvini si tratta dell'ultima chiamata. Per Berlusconi è l'ultimo treno della vita probabilmente, mentre per Salvini perdere vorrebbe dire rimettere tutta la Lega in discussione. Tuttavia sia per Berlusconi che per Salvini le preoccupazioni non vengono dal centrosinistra. In una corsa a due, il centrodestra prevarrebbe al di là dei sondaggi vista la crescente disaffezione all'azione di governo esercitata da Renzi. Il problema principale proviene dal confronto con il Movimento 5 Stelle, realtà politica ormai consolidata e con l'obiettivo di governo.

Emanuele M. Cattarossi

Referendum 2016 - Le "acque profonde" del Partito Democratico

In giugno, provando a delineare la situazione del Partito Democratico in un post dopo le elezioni amministrative definivo la situazione "nel guado" (vedi qui). All'indomani del Referendum sulla Riforma Costituzionale e sull'esito negativo poi riletto come una chiara sconfitta di Matteo Renzi, per il Partito Democratico il "guado" si è trasformato in "Acque profonde". 
Molto deriva dall'esito delle Elezioni Politiche del 2013 e dalla situazione di grande fluidità che ha portato alla ribalta Matteo Renzi e il suo programma. Da Presidente del Consiglio Renzi ha ottenuto alcuni successi elettorali, o quanto meno mascherato alcuni nodi irrisolti del Partito. Nodi che però ripresentandosi ad ogni tornata elettorale ne hanno minato la credibilità. Il riferimento, talora velato talora espresso, al "Partito della Nazione" non ha aiutato in nessun modo il dialogo con una minoranza del PD che sembra più marginalizzata ha provato a prendersi una rivincita con il Referendum del 4 dicembre. Il risultato del Referendum certifica una vittoria per la minoranza "rottamata" a suo tempo da Renzi. E al tempo stesso spinge il Partito Democratico in acque profonde.
Si è subito notato infatti come il Fronte del "No" assommasse diverse realtà al suo interno. Realtà che a voto acquisito non hanno perso tempo ad attribuirsi la vittoria, Salvini in testa. E d'altro canto lo stesso Renzi non ha perso tempo a prendere atto della sconfitta e a cedere le armi. In mezzo a tutto ciò, il comportamento della minoranza PD per il "No" è stato balbettante. Soddisfazione per il risultato, ma poi il nulla. Anzi, una tendenza "suicida" a pensare che il risultato del Referendum serva soltanto per il ridimensionamento di Renzi. Roberto Speranza si è espresso dicendo di non chiedere le dimissioni di Renzi da segretario PD. Il pur felice D'Alema s'affretta a portare qualche tappo in una nave che affonda quando dice "Si dovrà verificare il senso di responsabilità delle forze politiche e credo che ci sia una maggioranza in Parlamento che non intenda favorire lo scioglimento irresponsabile delle Camere". Non accorgendosi così, che nel Fronte del "No" sostenuto dalla minoranza PD altre due forze politiche, Centro-destra e Movimento Cinque Stelle, si sono da subito schierate per il voto anticipato.
In tale maniera se Renzi ha perso nel tempo l'appeal personale capace di far ottenere al PD la clamorosa affermazione delle Europee 2014, la minoranza PD getta ulteriormente il partito in acque profonde in vista del confronto elettorale per almeno due ragioni:
- ottiene una vittoria che rafforza l'opposizione al governo Renzi ma di riflesso a tutto il PD;
- si fa trovare impreparata a fornire un'alternativa a sinistra, prendendo tempo e vagheggiando un congresso del Partito.
Fatti i debiti raffronti la stessa condotta della campagna elettorale del 2013, in cui l'elettorato rimaneva disorientato da un programma indecifrabile. Se il Partito Democratico continuasse su questa rotta s'inabisserebbe senza una grave debaclè elettorale. Al contrario, la condotta di Renzi già dalla sera del Referendum fa notare una strategia. Renzi ha sbagliato in diverse scelte nei mesi passati, eppure è l'unico nel PD che abbia una capacità di colpo d'occhio d'insieme, non a caso dimostrata nel discorso post Referendum. Dimissioni e probabile cambio di rotta personale nell'azione del Partito Democratico costituiscono mosse d'apertura di una campagna elettorale molto delicata per le sorti del centro-sinistra. Lasciare il governo, puntare sul messaggio del "ripartire dal 40%" indica la volontà da subito di ricompattare l'elettorato davanti ad una sicura, al momento, affermazione del Movimento 5 Stelle.


Emanuele M. Cattarossi