domenica 12 giugno 2016

Ri-pubblicare il Mein Kampf... serviva proprio tanto?

La distribuzione da parte di un quotidiano italiano del Mein Kampf di Adolf Hitler ha sollevato una serie di polemiche in merito alla commercializzazione del volume, al punto da provocare un messaggio diretto del Presidente del Consiglio dei Ministri via twitter per deprecarne l'iniziativa. 
Per iniziare a comprendere l'affaire creato da da questa iniziativa occorre anzitutto  tener presente che le polemiche sorgono secondo alcuni punti:
- il Mein Kampf di Adolf Hitler viene considerato come il testo principale di riferimento dell'ideologia nazista;
- le tematiche trattate individuano chiaramente come nemico della Germania il comunismo e gli ebrei
- i toni anti-ebraici sono considerati come base portante per le decisioni note come "Soluzione finale".
Conseguentemente serve Mein Kampf venne pubblicato nel 1925. Adolf Hitler lo scrisse durante la prigionia a Landsberg am Lech in seguito agli eventi del cosidetto Putsch della Birreria a Monaco di Baviera nel 1923. Intitolato da Hitler come Quattro anni e mezzo di lotta contro menzogna, stupidità e codardia, al libro venne dato un titolo più accessibile quale Mein Kampf ossia La mia battaglia. Il Mein Kampf rimane l'unica opera a firma di Hitler, salvo un seguito redatto nel 1928, ma scoperto solo nel 1958 e pubblicato postumo nel 2003. Ben altra sarà la produzione scritturistica di personaggi contemporanei: cresciuto come giornalista, Mussolini affiderà spesso e volentieri la lettura del momento storico attraverso la carta stampata, al punto che l'edizione delle sue opere raggiunge i 44 volumi d'estensione; Winston Churchill, otterrà nel 1953 il Premio Nobel per la Letteratura per la sua monumentale La seconda Guerra Mondiale (1948-1954), ma non meno importante sono i quattro tomi di Storia dei Popoli di Lingua inglese (1956-1959). La distribuzione del Mein Kampf ebbe un discreto risultato fino al 1933, ma dopo la presa del potere nazista in Germania il testo venne stampato in milioni di copie. Tali copie, dopo la sconfitta della Germania furono in larghissima parte distrutte. I diritti d'autore passarono in larga parte alla Baviera, con una serie di eccezioni spesso fonte di contestazione. La scadenza dei settant'anni per i diritti d'autore nel 2015, ha posto il problema di una possibile ripubblicazione del testo. 
In Italia, traduzioni del Mein Kampf circolarono durante il fascismo a partire dal 1934. Dopo la guerra, vi furono edizioni limitate ad opera di piccole case editrici. Non è difficile ritrovarle specie seguendo il circuito di librerie remainder, anche se forse la versione migliore appartiene alla Kaos Edizioni, non propriamente una casa editrice schierata a destra. La distribuzione come allegato ad un quotidiano venduto su base nazionale ne pone problematiche in merito all'opportunità di tale operazione. La giustificazione addotta appare un classico: "conoscere per capire".
Ora, conoscere o non conoscere il Mein Kampf non cambia il giudizio storico sulla Seconda Guerra Mondiale, sul nazismo e sull'Olocausto. Semmai nel Mein Kampf vengono delineate le linee forti su cui il partito nazista poggerà la sua condotta politica e si scorgerà il tentativo di una strategia politico-militare a tratti ravvisabile nel secondo conflitto mondiale. Con chiarezza s'indicherà nel popolo ebraico il vero nemico che aveva causato la sconfitta tedesca nel primo conflitto mondiale.
Pubblicare il Mein Kampf, o meglio ri-pubblicarlo dandogli una diffusione nazionale, costituisce tuttavia l'ennesimo tassello di un cambio di prospettiva nell'approcciare la figura di Adolf Hitler e del nazismo. Se Ira Levin nel 1976, con il suo I Ragazzi venuti dal Brasile incuteva nel lettore il timore di una possibile "rinascita" di Hitler, nel 2001 Maurizio Cattelan con la sua opera Him raffigura un Hitler in ginocchio e in devota preghiera. Cambio di prospettiva non indifferente se seguiamo la più recente cinematografia sul personaggio: nel 2004, tocca a Bruno Ganz impersonare Hitler nel film La Caduta, marcatamente storico; ma nel 2009 il film Bastardi senza Gloria di Quentin Tarantino arriva a rappresentare un immaginario e riuscito attentato a Hitler; nel 2015, Lui è tornato di David Wnendt offre una prospettiva inedita, surreale a tratti per la caratterizzazione del personaggio. 
Si potrebbe quindi provare ad approcciare nuovamente il Mein Kampf, alla luce di una nuova prospettiva sul personaggio. Tuttavia il Mein Kampf possiede un problema al suo interno, nell'indicare le cause della decadenza della Germania ad opera di un fantomatico complotto ebraico-comunista. Per spiegare il versante "comunista", si può dire che viveva sicuramente in Hitler il ricordo dell'inverno 1918-1919 con la fondazione del Partito Comunista Tedesco e il tentativo "Spartachista" di presa del potere. Allo stesso momento anche lo stabilimento della Repubblica Sovietica Ungherese, aumento le preoccupazioni di un allargamento della Rivoluzione Rossa dalla Russia a tutta l'Europa. Il versante "ebraico" invece proviene dall'uso dei cosiddetti Protocolli dei Savi di Sion: un falso documentario così falso da essere preso costantemente per vero. Pubblicato agli inizi del XX secolo nella Russia Zarista, questi "Protocolli..." indussero una visione assolutamente negativa degli ebrei tesa a suggerire un complotto internazionale per impadronirsi del mondo. Un falso smascherato già agli inizi degli anni venti mentre però Hitler già ne riverberava i contenuti nel Mein Kampf.
Di conseguenza, il Mein Kampf propone una battaglia politica tra nazismo e comunismo basandola però su premesse assolutamente infondate. Appare evidente che nell'approcciarsi alla lettura di un testo così particolare occorre un minimo di preparazione ulteriore sull'argomento. Preparazione che però risulta saltata a piè pari da una distribuzione nazionale, che deroga tutta la necessaria impostazione critica al motto "conoscere per capire". Non proprio la scelta migliore per favorire la "conoscenza" ma sicuramente un abile trovata pubblicitaria legata a logiche di marketing. Con buona pace di un periodo storico sempre più indicato come "Guerra Civile Europea" (1914-1945), portatore di disastri e orrori della peggior specie, su cui la tragedia Olocausto rimane silenzioso accusatore di una follia senza giustificazioni per via di "conoscenza". A volte non serve ripubblicare libri con i giornali, a volte basterebbe studiare di più...

Emanuele M. Cattarossi

martedì 7 giugno 2016

Il #Ciaone e La Nona Regola del Fight Club...

Riavvolgiamo per un momento il nastro...
Il 17 aprile in un tweet subito stigmatizzato, Ernesto Carbone deputato cosentino del PD sbeffeggiava il comitato NoTriv con il messaggio "Prima dicevano quorum. Poi il 40. Poi il 35. Adesso, per loro, l’importante è partecipare #ciaone". Subito polemiche e reprimende da parte del PD, ma il gesto rimaneva. Offensivo, tronfio, arrogante e superbo.
Serviva rispondergli con un pochino più di intelligenza (che ovviamente era mancata a Carbone). E ci pensava su Rai3, nella puntata di Gazebo della sera 17 aprile, un tranquillo Marco Dambrosio in arte arte Makkox o, meglio ancora, il "Genio" Makkox. 
Quattro vignette, due storiche e due cinematografiche. Bellissima la descrizione "Tutorial", intelligentissime le vignette dedicate a Troia e a Maria Antonietta. Quella di Sordi ne "I Vitelloni" è un richiamo arguto, ma l'ultima... la "Nona Regola del Fight Club" ossia "Non dire mai #ciaone agli elettori prima delle amministrative" è fin troppo chiara. 
Evidentemente nessuno l'aveva detto a Carbone, anche se a parziale discolpa in un'intervista sul Corriere pensava che su Twitter si potevano usare solo 160 caratteri (sarebbero 140 ma era chiedere troppo...) e che il messaggio gliel'aveva scritto la figlia (chiaro, non era possibile altrimenti...). Così il #ciaone ha bussato simpaticamente a domicilio.
A Cosenza infatti, Mario Occhiuto raggiunge quasi il 60% delle preferenze con una coalizione di Centrodestra. Con il candidato del centrosinistra, Carlo Guccione, sotto il 20% e il PD sotto il 7%. Può capitare... come può capitare che i ballottaggi fra due settimane vedano un poker di sconfitte per il PD, come già capita che il PD sia diventato invisibile a Napoli... 
Due consigli all'onorevole Carbone, specie in vista di una possibile missione come commissario del PD napoletano: non lasci in giro il cellulare e sfrutti meglio quei 140 caratteri...  #ciaone

Emanuele M. Cattarossi

P. S. L'intervista di Ernesto Carbone sul Corriere la trovate quiqui http://www.corriere.it/politica/16_aprile_18/carbone-ciaone-referendum-quel-tweet-l-ha-inventato-mia-figlia-riscriverei-parola-parola-31ec7d28-054a-11e6-9d1f-916c0ba5b897.shtml

Amministrative 2016 - Bologna, i "fantasmi del 1999"...

Le ultime elezioni comunali a Bologna si sono svolte con un costante richiamo a quelle del 1999, che al ballottaggio portarono alla carica di Sindaco  Giorgio Guazzaloca, sostenuto da una coalizione di centrodestra. Momento scioccante per la sinistra, complice una fatale divisione tra l'allora DS (Democratici di Sinistra) e Rifondazione Comunista. Iniziò forse da lì la fatale marcia del centrosinistra verso la sconfitta elettorale del 2001. Bologna, da tempo immemore roccaforte rossa, era passata a destra. Le successive tornate elettorali per il centrosinistra hanno avuto dapprima il senso del riscatto e in seguito, sono rimaste pervase da un senso di inquietudine per una sconfitta rimasta memorabile. "Fantasmi" che restano in agguato...

Federico Martelloni - I "Fantasmi del 1999" iniziano da qui. La rottura tra la giunta Merola e SEL alla fine del 2015, aveva iniziato ad agitare il ricordo del 1999, quando la rottura fra DS e Rifondazione consegnò Bologna al centrodestra. Tecnicamente, Martelloni e la sua Coalizione Civica ottengono 12200 voti per un 7%. La Sinistra da sola non basta, ma a Bologna fa sentire maggiormente il suo peso più che non a Roma e, in misura minore, Milano.

Manes Bernardini - Concorrente principale di Virginio Merola nel 2011, oltre che primo candidato della Lega alla poltrona di sindaco di Bologna, Manes Bernardini lasciò la Lega nell'ottobre 2014. Tre anni ma una vita per la Lega: via Bossi, dentro Maroni, le scope e poi Salvini. Proprio la svolta di Salvini stile Front National, fecero decidere Bernardini per l'addio. "Non è più la mia Lega", ma decisamente Bologna è ancora la sua città. Ottiene un 10,43% con 18181 voti. Un pacchetto di voti importante per il ballottaggio, ma difficile da ipotizzare dove s'indirizzerà

Massimo Bugani - Nel 2010-2011, il Movimento 5 Stelle iniziò in Emilia e in Piemonte ad inserire rappresentanti nei consigli regionali e comunali. Un buon inizio che poi si è propagato progressivamente al resto d'Italia sia pure con risultati diseguali. Tuttavia in Emilia la penetrazione pentastellata si è fatta più lenta, forse bloccata. La candidatura di Bugani rappresenta un utile confronto: 19969 voti e 9,50% nel 2011; 28912 voti e 16,59% nel 2016. Un incremento certo, ma in un regione in cui il Movimento 5 Stelle è presente da più tempo non era plausibile aspettarsi di più? Il segno "più" per Bugani non è allo stesso livello dei candidati di Milano e Napoli, ossia quelli che non vanno al ballottaggio. Di conseguenza, la strategia pentastellata in Emilia segna il passo. Resta da chiedersi se non sia qualcosa che possa ripetersi su scala nazionale.

Lucia Borgonzoni - Per la seconda volta nell'elezioni comunali di Bologna è la Lega Nord ad indicare il candidato sindaco per il centrodestra. Ma tra il 2011 e il 2016 occorre notare un completo cambio di strategie e di uomini nella conduzione della Lega. A Bologna la coalizione di centrodestra si ricompone ma avverte gli stessi scricchiolii di Milano. In cifre: Manes Bernardini ottenne 63799 voti con un 30,35%, pur battuto da Merola al primo turno; la Bergonzoni va al ballottaggio con 38806 voti per 22,27%. Facile notare che sono i voti che Bernardini ha ottenuto in questa tornata a mancare alla Borgonzoni, ma difficile dire se quest'ultima riuscirà a farli suoi al ballottaggio. Oltre al fatto che l'effetto 1999 potrebbe ricompattare l'elettorato di sinistra per evitare una nuova debacle bolognese.

Virginio Merola - Con rispetto per gli avversari, il risultato bolognese dipende in buona parte dal candidato dem. I pentastellati paiono stentare a Bologna e la Borgonzoni sconta la candidatura di Bernardini. E tuttavia è il risultato di Merola a tenere tutto in gioco agitando i "Fantasmi del 1999". La rottura con SEL a fine 2015 ha provocato il primo smottamento. Ma non è tutto qui: Merola nel 2011 prese 106070 voti venendo eletto al primo turno con 50,47%; ora nel 2016 ottiene 68749 voti si ferma al 39,46%. Dei circa trentottomila voti mancanti, ne ritrova un terzo nella candidatura di Martelloni, sempre che l'effetto 1999 si faccia sentire. Ma gli altri paiono spariti. "Fantasmi" si agitano su Bologna per il centrosinistra.

Emanuele M. Cattarossi

Amministrative 2016 - Torino, davvero?

Può darsi che, senza togliere nulla alle consultazioni nelle altre città italiane, il dato di Torino sia stato quello che forse maggiormente ha lasciato sorpresi. Un segnale importante nel panorama politico italiano.

Osvaldo Napoli - Più che a Roma con la candidatura di prima di Bertolaso e poi con la convergenza su Marchini, è la pertinace ostinazione di Forza Italia nell'insistere sulla candidatura di Osvaldo Napoli a dare un immagine della disgregazione in atto del centro destra. Non che una convergenza azzurra su Morano avrebbe fatto la differenza, ma il centrodestra a Torino appare deflagrato viste anche le candidatura di Rosso. E i numeri fotografano impietosamente il momento: 20349 voti per il 5,31% con Forza Italia che raccoglie 16688 voti con 4,65%; nel 2011 Michele Coppola si difese con 122982 voti e il 27,30%, mentre il Popolo delle Libertà  otteneva 73197 voti e il 18,29%. Se Napoli e Milano mascherano le difficoltà del centrodestra, a Torino il crollo è verticale

Alberto Morano - Si riapplica il discorso per Osvaldo Napoli, ma nella candidatura di Morano si nota il tentativo a livello nazionale di dar corso ad una nuova prospettiva per il centrodestra. Tuttavia rispetto al 2011 la Lega ottiene 20720 voti e 5,77% rispetto ai precedenti 27451 voti e 6,86%. Più difficile quantificare Fratelli d'Italia, ma l'alleanza Salvini-Meloni pur dominante nel quadro di centrodestra non è ancora vincente da sola sul piano nazionale

Chiara Appendino - In inglese diremmo "Really?" ossia "Davvero?". Ed effettivamente alle prime proiezioni di voto, vedere l'Appendino molto vicina a Fassino nei voti ha colpito più del sorpasso iniziale della Meloni su Giachetti a Roma. Poi gli scrutini hanno fatto decollare Fassino oltre il 40% e ridimensionato un po l'Appendino verso il 30%. E tuttavia Vittorio Bertola nel 2011 raccolse il 4,97% con 22403 voti mentre l'Appendino piazza 30,92% con 118273 voti. Voto di protesta? Decisamente no, il voto torinese è sintomo di un grosso lavoro del Movimento 5 Stelle in città e i risultati sono forse più eclatanti di quelli di Roma in raffronto. Prova ne è che di poco il Movimento 5 Stelle supera in città nei voti, anche se di poco, il PD (29,96% con 29,78%)

Piero Fassino - Quando arrivano le prime proiezioni di voto la distanza relativamente breve tra Fassino e l'Appendino strappa commenti di sorpresa a  giornalisti e conduttori televisivi. Gelo nel PD ed euforia nel Movimento 5 Stelle. Lo svolgimento degli scrutini raffredda gli entusiasmi dei pentastellati e porta un brodino ai dem. Ma la sostanza rimane: nel 2011 Fassino aveva vinto al primo turno, ora è costretto al ballottaggio. I dati ancora più ingenerosi: nel 2011, 255242 voti avevano garantito la vittoria al primo turno con il 56,66%; nel 2016, 160023 voti garantiscono il 41,83%. Più di novantamila voti smarriti. Smarrimenti che poi presentano il conto anche al PD: dal 2011, 138103 voti e 34,50% di voti si riducono nel 2016 a 106832 voti con 29,78%. Con il Movimento 5 Stelle avanti con il 29,96%. Recuperare gli smarriti per il ballottaggio sarà decisivo per Fassino, complice un possibile orientamento dell'elettore di centrodestra a favore dell'Appendino.

Emanuele M. Cattarossi

Amministrative 2016 - Napoli: "il grande Gioco"

Giornalisti e commentatori televisivi si sono spesi nei commenti per indicare, a partire da questa tornata di elezioni amministrative, una prospettiva tripolare per il quadro politico italiano. Andrebbe forse suggerito che l'emergenza del quadro tripolare risulta evidente fin dal 2013, tuttavia occorre prestare l'attenzione sul risultato singolare di Napoli. Risultato per cui forse ritorna utile prendere  in prestito l'espressione "Il grande Gioco" (utilizzato nell'ottocento per indicare il complesso conflitto diplomatico tra Inghilterra e Impero Russo per il controllo del Medio Oriente e Asia Centrale)...

Matteo Brambilla - Nel "grande gioco" partenopeo, la strategia Pentastellata sembra ricalcare nei risultati quella Milanese. Roberto Fico nel 2011 raccolse l'1,38% e 6441 voti (1,76% e 7203 come Movimento 5 Stelle); Matteo Brambilla 9,63% e 38863 voti (9,66% e 36359 come Movimento 5 Stelle). Un voto sestuplicato rispetto a cinque anni prima (molto più del pur abbondante raddoppio milanese per intenderci): la strategia Pentastellata rimarca anche a Napoli un espansione lenta ma inesorabile.

Valeria Valente - Pare strano, ma il PD da segno di non saper più capire il "grande gioco" partenopeo di cui pure aveva a lungo mantenuto il comando con le giunte Bassolino e Iervolino ossia dal 1993 al 2011. Non che a Napoli non vi sia una giunta di destra, ma certamente il PD vi è diventato marginale. Nel 2011, Mario Morcone con un cartello PD-SEL incappò in una sconfitta elettore che spianò la via a De Magistris; nel 2016 Virginia Valente per sostenuta nominalmente da un cartello elettore lungo un lenzuolo rimane fuori dal ballottaggio. Un paio di dati: Morcone nel 2011 fece 19,15% con 89280 voti mentre la Valente pur con percentuali migliori, 21,13% si ferma a 85225 voti. E il PD crollato all'11% dal 16 del 2011. Ovvio il commissariamento del partito a Napoli.

Gianni Lettieri - Per il candidato del centrodestra si applicano le parole di Battisti: "...ancora tu, non dovevamo vederci più?". E invece, di nuovo Lettieri per il centrodestra. Il candidato del 2011, in testa al primo turno, rimasto al palo nelle percentuali e bruciato in rimonta da De Magistris ci riprova. E strappa il ballottaggio, estromettendo il centrosinistra. Chapeau,
Ma le buone notizie finiscono li: al 38,52% con 179575 voti del 2011 si contrappone impietoso il 24,04% con 96961 voti. Segno che se la presenza dem è divenuta ininfluente a Napoli, anche l'elettorato del centrodestra è in preda ad uno sfaldamento vistoso, con più di ottantamila voti in meno. Ossia, nel "grande Gioco" partenopeo Lettieri vince sulla Valente in una sfida a ribasso.

Luigi De Magistris - Se il "grande Gioco" partenopeo risulta tale rispetto al panorama politico italiano lo si deve a lui. Se Lettieri e la Valente si sfidano a ribasso, le sue quotazioni sono in deciso rialzo. Nel 2011, la coalizione "arancione" che lo sostenne raccolse il 27,52% con 128303, conquistando il ballottaggio estromettendone il candidato dem. Da lì a due settimane arrivò la clamorosa affermazione nella vittoria per il Comune di Napoli. Cinque anni dopo, De Magistris parte con il 42,82% e 172710 voti, ossia quarantaquattromila voti in più mentre Lettieri ne ha ottantamila in meno rispetto al 2011. Non solo, la Lista Civica De Magistris sindaco varata in questa occasione ottiene 51896 voti e 13,79%. Su queste basi sarà la rappresentanza maggiore in consiglio comunale. Segno che De Magistris il "grande gioco" partenopeo l'ha saputo interpretare nella migliore delle maniere.

Emanuele M. Cattarossi 

Amministrative 2016 - "Decifrare " Milano

La scelta di Pisapia di non ricandidarsi ha sicuramente sovvertito le aspettative. Con Pisapia in campo Milano sarebbe rimasta senza dubbio al centrosinistra. E invece...
Invece proprio dalla città che nel 2011 aveva costituito il campanello d'allarme del prossimo crollo del Governo Berlusconi IV, il centrodestra recupera compattezza sfidando ad armi pari un centrosinistra in affanno. Un voto da "decifrare"...

Basilio Rizzo Vincenzo - Anche a Milano, Sinistra Italiana si presenta da sola. Il risultato di Sala, al primo posto, gli toglie la possibilità di sottolineare maggiormente il recupero del centrodestra e di conseguenza, l'importanza di un'alleanza con SI. Il testa a testa tra Parisi e Sala, vinto per un incollatura da quest'ultimo, può avere alimentato questo pensiero. Sta di fatto tuttavia che i voti di SI a Milano contano in maniera maggiore di quelli ottenuti a Roma. Sala lo sa e se vuole vincere non può lasciarli per strada.

Gianluca Corrado - Dati alla mano: nel 2011 con Mattia Calise il Movimento 5 Stelle fece il 3,23% con 21228 voti; nel 2016 ottiene il 10,06% con 54099. Un più che significativo raddoppio, anche se probabilmente la piazza meneghina rimane distante dal messaggio Pentastellato. Avanza sicuramente e il segno più non è oggetto di cosmesi. Tuttavia la candidatura poi ritirata di Patrizia Bedori hanno costretto ad un cambio in corsa che non ha decisamente aiutato la campagna elettorale.

Stefano Parisi - Costringe alle corde Sala e a tratti mette il viso avanti all'avversario nello spoglio. Tuttavia rispetto alla Moratti nel 2011 pur con percentuali simili (40,77% Parisi, 41,59 % la Moratti) sconta un erosione di voti (219218 Parisi contro 273401 della Moratti) di circa cinquantamila preferenze. Segno che la ritrovata compattezza del centrodestra a Milano rispecchia di più nel confronto con il candidato del centrosinistra, ma avverte comunque gli scricchiolii dell'alleanza occasionale e non progettuale. Il ballottaggio è si un successo, ma solo il secondo turno può dire quanto l'esperimento di un ritrovato centrodestra possa essere ri-esportato su base nazionale

Giuseppe Sala - Sconta molta diffidenza la scelta del candidato dem ex-ad di Expo 2015. Il confronto con Pisapia è chiaramente impietoso ma da comunque la misura di quanto le candidature siano il vero tallone d'Achille del Partito Democratico da due anni a questa parte. Se infatti nell'incredibile vittoria del 2011, Pisapia al primo turno faceva 48,05% con 315862 voti, Sala si deve fermare a 41,69% con 224156 voti. Ovvero circa novantamila voti in meno. Tempi, situazioni, contesti e candidati differenti tuttavia, anche rispetto al sorridente e disponibile Parisi durante lo spoglio, Sala rimane un candidato imposto dall'alto e meno radicato come cittadino di Pisapia. Al ballottaggio occorrerà recuperare voti, far emergere un maggiore appeal non sarebbe sbagliato.

Emanuele M. Cattarossi

Amministrative 2016 - Roma a "confronto"


Risultati e candidati a "confronto", le elezioni amministrative a Roma costituivano il banco di prova più importante della tornata elettore. L'improvvisa chiusura dell'amministrazione "marziana" di Mariano apriva scenari inaspettati per il panorama politico italiano.

Stefano Fassina - Se Sinistra Italiana voleva lanciare un messaggio a Renzi, a Roma è andata male. . Paradossalmente, l'unica vittoria possibile per SI era sperare nella sconfitta di Giachetti rivendicando così per il futuro un ruolo maggiore nelle strategie capitoline. Così non è stato in quanto Giachetti ha raggiunto da solo il ballottaggio, annullando di fatto il 4,4% di Fassina. Voti che potrebbero rientrare nel ballottaggio ma con pretese diverse da quelle attese da SI. Voti che al tempo stesso non bastano al candidato dem per chiudere il gap sulla Raggi. Ma questa è un altra storia, mentre a Roma SI rimane al palo. Da soli non si va da nessuna parte.

Alfio Marchini - Prova d'appello e insieme chance irripetibile. Dopo il 9,4% del 2013, le amministrative di quest'anno potevano essere la consacrazione di Marchini. Potevano...
Il volto di Marchini durante la notte dello spoglio ne faceva capire l'intima delusione. Scorgendo in filigrana le cifre si nota il baco della sconfitta: certo 10,97% di oggi contro 9,4% del 2013, delusione ma un piccolo incremento c'è stato; certo 141250 voti del 2016 contro i 114169 del 2013, delusione ma piccolo incremento. Tuttavia 55028 voti alla lista Alfio Marchini sindaco oggi contro i 76203 del 2013. Volendo ragionare, il sostegno di Forza Italia ha puntellato una candidatura forse destinata ad un tracollo.

Giorgia Meloni - Passati gli exit pool, le prime proiezioni la davano in vantaggio su Giachetti. Euforia legittima dello staff e dei sostenitori per l'eventualità di un ballottaggio tra donne. Una speranza viva di costringere Berlusconi alle corde arrivando al ballottaggio. Nel corso della notte, Giachetti rimonta e resta la delusione. Non è colpa sua, ma della schizofrenia del centrodestra nella partita romana. Coraggiosa a provarci: Bertolaso deve rinunciare e Marchini viene doppiato. Chapeau.

Roberto Giachetti - Forse uscirà sconfitto dal ballottaggio. Ma, approfittando di una serie di madornali errori altrui, al ballottaggio ci arriva. Fa riflettere l'accerchiamento cittadino pentastellato riguardo al centro città dem. Tuttavia a Roma, la narrazione dice già che la situazione era compromessa prima da Mafia Capitale e poi dall'affaire Marino. Ok, ma troppo comodo. Un centro destra unito avrebbe estromesso il centro sinistra dal ballottaggio. Pertanto il risultato di Giachetti è oro in questo momento. Ma ben magra consolazione rispetto ai risultati di tre anni fa. Medita PD, servirà un po di Maalox...

Virginia Raggi - Le cause che i dem accreditano per giustificare la situazione a Roma (Mafia Capitale + Marino), potrebbero essere girati a giustificare la vittoria del Movimento 5 Stelle. Troppo comodo anche qui: vorrebbe dire accreditare un semplice voto di protesta. Occorre invece notare, come fatto anche per Marchini, il cambio di passo dei voti: 149665 con 12,43% nel 2013 per Marcello De Vito; oggi 453806 con 35,25% per Virginia Raggi. Segno di un Movimento 5 Stelle vivo e vitale nel territorio. Attivo e attento, come insegna il dato delle periferie romane. Con una candidata, Virginia Raggi, non paracadutata da scelte di partito ma offerta alla scelta di una base. Concediamo pure un tot di voti di protesta, ma la stragrande maggioranza desidera cambiamento. I problemi semmai arrivano dal 20 giugno...

Emanuele M. Cattarossi