mercoledì 21 dicembre 2016

L'istituzionale ricerca di una "normalità" spendibile...

Maria Antonietta (1755-1793), regina di Francia, non aveva bisogno di rendersi "normale" rispetto ai suoi sudditi. La sua risposta all'osservazione che il popolo non aveva più pane fu "Ebbene che mangino brioches!". E' vero che ci perse la testa poco tempo dopo, eppure la sua risposta diceva che chi deteneva il potere non aveva bisogno di abbassarsi allo standard popolare ne tantomeno di mostrarsi "normale". Semmai era il potere ad indicare lo standard, le "brioches" per l'appunto. 
Molto è cambiato forse appunto da quelle "brioches" di Maria Antonietta. Chi detiene il potere, il comando, la responsabilità del governo tra Ottocento e Novecento ha continuamente rimodulato la comunicazione in favore dei cittadini. Attenzione: la comunicazione ma non sempre i fatti concreti. Certo, cadute di stile non mancano nel tempo: a Parigi come a Vienna tra 1848 e 1849 la comunicazione veniva veicolata tramite cannonate sulla piazza, metodo ripreso nel 1898 a Milano dal governo italiano. E fermiamoci qui perchè la lista sarebbe lunga. Eppure di pari passo s'affinavano le strategie di comunicazione e la tendenza a provare a presentare la "normalità" di alcuni leader. Con risultati diversi e con effetti a volte disastrosi.

La ricerca della posa...
Chi volesse provare a capire la figura di Hitler non deve fermarsi ai discorsi e alla lettura del "Mein Kampf". Deve per forza di cose ricercare in una decennale costruzione dell'immagine il fil rogue per comprendere l'ascesa del Nazismo in Germania. Foto su foto realizzate in particolare negli anni venti volevano presentare l'uomo forte, l'uomo nuovo per la Germania. E non a caso si scartavano quelle meno incisive. Si pensi al profilo in primissimo piano del volto, rivestito della camicia bruna della SA. Ora, proviamo a aggiungere un berretto militare sopra: si noterebbe subito quanto l'espressione intensa degli occhi ne risulterebbe limitata. Non a casa, questa foto venne scartata in favore della prima.
Lo stesso Mussolini si prestò volentieri a fotografie ma sempre ricercando la posa migliore per identificare l'uomo forte, l'uomo della Provvidenza. E tuttavia, rispetto a Hitler, Mussolini poteva permettersi un avvicinamento maggiore alla "normalità". Se Hitler, solo in seguito al suicidio della nipote Geli Rauban, rilasciò un book fotografico destinato a presentarlo in scatti di normalità domestica, Mussolini fu in grado di presentarsi a torso nudo mentre falciava il grano. L'aspettativa era quella di offrire un immagine di forza dell'Italia a partire dalla propria capacità agricola. Ma di certo Hitler non poteva permettersi una foto del genere, mentre di Stalin forse qualcosa del genere lo si ritroverebbe nei disegni dei manifesti di propaganda.

Un bell'aspetto...
L'irrompere della televisione nelle case porta ad un nuovo cambiamento delle strategie di comunicazione. Lo spartiacque avviene il 26 settembre 1960 con il dibattito televisivo tra Kennedy e Nixon nel corso della campagna elettore presidenziale degli Stati Uniti d'America. Se la semplice comunicazione verbale era tutto fino a quel momento, il confronto tra la giovanilità di Kennedy e l'impaccio di Nixon portò evidentemente ad una risoluzione negli elettori circa chi votare. Con buona pace di programmi e promesse varie ed eventuali.
Va da sè dunque che la scioltezza di parola, un linguaggio immediato e condivisibile, un aria "giovane" e prestante possa offrire un traino importante. Reagan nel 1980 utilizzò appieno queste sue caratteristiche avendo buon gioco su un Carter in evidente difficoltà anche per le problematiche di politiche estera, Iran in testa. Clinton nel 1992 dette scacco a Bush grazie ad un ottima comunicazione. Nel 1996 fece il bis di fronte ad un candidato repubblicano onesto ma di scarso appeal quale era Bob Dole. Di un traino simile ha potuto godere Obama nel 2008 grazie anche ad un sorriso ampio e speranzoso che unito ad un messaggio di grande di grande fiducia ha saputo conquistare l'elettorato americano. 
Ma spostandosi dagli States, non è difficile trovare altre esemplificazioni. Nel 1997 non fu difficile a Tony Blair sfrattare John Major dal numero 10 di Downing Street, conservando poi il premierato in altre due consultazioni elettorali. Ma si potrebbe citare la velocissima parabola di Nick Clegg, esponente del partito liberal-democratico, capace nel 2010 di contendere a sorpresa la poltrona di premier a David Cameron e a Gordon Brown, grazie ad una comunicazione sciolta e a una migliore presenza fisica. Alleatosi con Cameron, ottenne la poltrona di vice-premier. Ma la sua popolarità tracollò repentinamente appena l'elettorato comprese che giovanilità non si sposa sempre con professionalità.

Avanti, marsch!
Diventa curioso notare come il rapporto con le forze armate incida in una certa qual maniera sull'immagine dei politici. Lontani anni luce dalle raffigurazioni di Napoleone tra i veterani dell'Armee la comunicazione è cambiata anche in tal senso.
Margareth Thatcher sposò perfettamente il suo essere la "Iron Lady" quando venne immortalata a bordo di un carro armato. Vestita di bianco, fazzoletto in testa e occhialoni calati in viso la forza di questa foto forse in tre particolari. Il primo è la mano destra che si tiene al carro armato con assoluta sicurezza. Il secondo è lo sguardo del viso, con occhi sicuri e determinati sotto gli occhiali e il sorriso deciso di chi pensa "fatevi pure sotto". Il terzo particolare è la bandiera sulla sinistra: l'Union Jack è ben visibile e sventolante ad indicare una nazione che vuole ritrovare la sua forza e la sua dignità sotto la guida della Thatcher. 
La forza di questa foto si chiarisce meglio in un confronto con un'istantanea simile ma dall'effetto diverso. Nel corso della campagna per le elezioni presidenziali degli Stati Uniti d'America nel 1988, il candidato democratico Michael Dukakis provò a migliorare la sua difficile situazione contro George Bush cercando di imitare la foto della Thatcher. L'effetto che ne derivò fu l'esatto opposto di quello desiderato. Questione di particolari. Nuovamente. Lo sguardo di Dukakis non ripeteva la sicurezza della Thatcher. Il casco in testa appariva fuori luogo, specie con la scritta "Michael Dukakis" apposta sopra: troppo grande, quasi che nessuno lo conoscesse. E mancava la bandiera! Grosso errore, che Dukakis pagò carissimo venendo "asfaltato" da Bush in quasi tutti gli stati dell'Unione.

Un errore simile di comunicazione venne commesso da Enrico Letta durante il suo mandato di presidente del Consiglio. Durante una visita ad una delle missioni militari all'estero, il buon Letta si fece immortalare con un elmetto e giubbotto antiproiettile sopra il doppiopetto d'ordinanza. Sicuramente vi erano da garantire delle misure di sicurezza ma l'effetto visivo fu di grossa goffaggine del povero Letta. Ben poco marziale e ben poco militare. Inoltre non aiutava a rinsaldare l'immagine delle Forze Armate, ciclicamente soggette ad accuse d'impreparazione e obsolescenza nei materiali impiegati. Non a caso, Matteo Renzi come presidente del Consiglio curò maggiormente l'immagine durante le visite alle missioni militari italiane all'estero avendo cura di indossare una mimetica d'ordinanza. Poteva essere pure esagerato, ma di certo non fuori luogo.


Quotidiana "normalità"?
Proprio di Matteo Renzi, appena pochi giorni dopo le dimissioni da presidente del Consiglio, compaiono alcune foto dello stesso al supermercato per le spese. Un tentativo di riprendersi un immagine di normalità nell'ambito di una strategia comunicativa più ampia. Ma forse dovrebbe ricordarsi della Finocchiaro "pizzicata" a far le spese con l'aiuto della scorta e poi sottoposta ad un fuoco di fila di polemiche. Polemiche sulle spese, si addensarono anche agli inizi del mandato di Virginia Raggi come sindaco di Roma, poi superate in avanti da tempi decisamente più sensibili. Resta però il fatto che i supermercati non sono proprio il massimo per dare di sè un immagine di quotidiana "normalità".  
Ma allora dove cercare un pò di "normalità", di quotidianità per apparire vicini e presenti agli elettori? Mi piace ricordare in merito il premier inglese Gordon Brown. Scozzese e laburista, divenuto premier inglese forzando le dimissioni di Tony Blair, Gordon Brown non era effettivamente un campione di presenza scenica. Onestissimo lavoratore, provò a cercare la fiducia dell'elettorato inglese facendosi immortalare in metropolitana mentre andava al lavoro. C'è una certa verità in quella foto, nella postura di Brown, in quel suo calarsi sul giornale e sugli appunti di lavoro. Non ebbe molta fortuna in seguito, ma rimane un istantanea tutto sommato sincera.
Un immagine simile viene offerta da Papa Francesco, ai tempi dell'episcopato in Buenos Aires. E' una foto su un vagone stipato di gente, lontano dalla concezione della City londinese e più aderente alla realtà della capitale argentina. Per certo, è l'immagine che l'allora cardinale Bergoglio ha voluto portare nel suo pontificato: quella di un Papa non solo "tra" la gente ma che fa cose "come" la gente. A partire, dall'andare dall'ottico come quello di portarsi da sè la borsa da viaggio. Tentativo molto chiaro ma difficile, di creare un immagine meno lontana della Chiesa dal popolo cristiano.

Mettersi in "gioco"...
Forse al di là di tanti tentativi di far apparire una "normalità" nel quotidiano, migliori risultati provengono da un aspetto giocoso, capace di prendersi un pò meno sul serio. Non che tutti ci riescano, ma vi sono almeno due esempi capaci di dare un idea del mettersi in ... "gioco"!
La celebrazione dell'apertura dei Giochi Olimpici di Londra 2012 fu un avvenimento bello, giocoso, leggero. Una degna apertura dei Giochi, lontana da ogni affermazione di sè stessi, se si ricorda le aperture dei Giochi in Grecia nel 2004 e in Cina nel 2008. D'altro canto gli inglesi non ne hanno bisogno. Ed ecco allora che tutto in quella apertura diventa semplicemente "British". Ma la sorpresa giunge da lei: la Regina Elisabetta. La sequenza filmata (vedi qui) che mostra Daniel Craig nei panni di James Bond fungere da scorta da Buckingham Palace fino allo Stadio Olimpico per l'inizio dei Giochi fu fenomenale. Diciamocelo: chi più della Regina Elisabetta rappresenta l'Inghilterra? E cosa c'è di più "British" di James Bond? Aggiungiamoci la comparsa dei cuccioli di Elisabetta e già ci sarebbe tanto da dire. Ma non basta: dopo un magnifico sorvolo su Londra, meglio fare un entrata in perfetto Bond-style con un bel lancio in paracadute della Regina sullo Stadio Olimpico. Paracadute con Union Jack ben visibile, mai che ci si sbagliasse.
Altrettanto singolare è stato il promo dei Giochi Olimpici di Tokyo 2020 durante la conclusione dei Giochi di Rio 2016. Bellissimo il video introduttivo (vedi qui), che segue dinamiche e stili tipicamente giapponesi nell'illustrare modernità, tecnologia, avanguardia di Tokyo come Global City.  Ma bellissima la soluzione di lanciare Tokyo 2020 con una sequenza di particolari: 1. il cerchio rosso della bandiera giapponese, il sole levante che diventa sfera lanciata da atleti e personaggi di fumetti; 2. la sfera presa poi in mano dal premier Abe per essere portata a Rio, ossia Governo che rappresenta paese all'estero; 3. partenza in macchina, ma a rallentatore ed in visibile contrasto con l'immagine di modernità e di velocità prima presentata; 4. constatazione della lentezza da parte di Abe e dunque ricorso a qualcosa di molto giapponese quale la trasformazione in SuperMario; 5. attraversamento della terra tramite uno dei tunnel propri di SuperMario (e si noti il giochino della brochure "Rio > Ma-Rio"); 6. comparsa di SuperMario pardon Abe in mezzo allo stadio appena in tempo. 

Esempi e altre aree d'indagine non mancano sicuramente. Resta però il fatto per i governanti di dover sempre porre attenzione alla comunicazione delle proprie idee e ai veicoli deputati alla loro diffusioni. Senza dimenticare che far seguire concretezza a idee e promesse è sempre ben gradito. Le "brioches" di Maria Antonietta insegnano...

Emanuele M. Cattarossi

mercoledì 7 dicembre 2016

Referundum 2016 - "Start" a Cinque Stelle verso le Elezioni...

Era passata la mezzanotte del 5 dicembre ed era finito da poco il discorso di Matteo Renzi nel quale il Presidente del Consiglio, assumendosi la responsabilità della sconfitta del Referendum sulla Riforma della Costituzione, annunciava la fine del suo Governo e le sue prossime dimissioni. Vari esponenti politici avevano già commentato i risultati del Referendum. Salvini per primo non aveva aspettato troppo per commentare la vittoria che rilanciava le sue ambizioni di leadership nel centrodestra.
Si dovrebbe dire che subito dopo la fine del discorso di Renzi si è aperta la campagna elettorale. Ebbene il Movimento 5 Stelle è scattato dai blocchi di partenza con forte determinazione marcando fin d'ora un distacco che difficilmente verrà colmato dagli altri schieramenti.
Il perchè si ritrova nel commento ai risultati del Referendum fatto dal Movimento 5 Stelle subito dopo il discorso di Renzi. L'ambiente per primo: la sala stampa della Camera dei Deputati. Non la sede di un partito, idea dal quale il movimento pentastellato si è sempre smarcato con decisione, ma una sede istituzionale, un luogo del "fare" a servizio dei cittadini. I tempi e i modi poi: nessuno comunica o dice niente prima del tempo, ma si presentano cinque esponenti del Movimento Giulia Grillo, Vito Crimi, Danilo Toninelli, Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio. Probabilmente è tra i due che dobbiamo ritrovare un possibile candidato premier per il futuro: Di Maio parla per ultimo ma Di Battista arriva leggermente in ritardo rispetto agli altri mettendosi in risalto. Particolari del momento ma indicativi. Resta però l'idea di un Movimento che da più voci, cinque in tutto, parla ad una sola voce ed esibisce con una certa solidità e compuntezza un obiettivo comune: andare a elezioni subito.
L'immagine determinata dei cinque pentastellati alla Camera dei Deputati mostra che la strategia "del Carciofo" di cui già scrivevo in un altro post (vedi qui) offre risultati che portano il Movimento ad alzare con sicurezza il tiro. L'incertezze iniziali nella gestione di Roma e lo scandalo palermitano delle firme false sono situazioni che minano una certa fiducia nel Movimento, ma ad un tratto sono anche inevitabili. Il giudizio sul Movimento 5 Stelle sta semmai alla capacità di reazione verso le problematiche emergenti e alle misure prese in merito.
Sta di fatto che, immaginando già iniziata la campagna elettorale, il Movimento 5 Stelle parte in vantaggio rispetto ad un Partito Democratico lacerato e fiaccato dalle problematiche di Governo ma anche ad un Centrodestra ancora incerto tra Berlusconi e Salvini. Solo il tempo può in qualche maniera minare lo slancio pentastellato. Al contrario se il programma di governo venisse presentato in tempi rapidi e modi chiari l'ipoteca di un futuro governo del Movimento 5 Stelle sarebbe decisamente forte.

Emanuele M. Cattarossi 

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Referendum 2016 - Aria di resa dei conti nel Centrodestra...

La vittoria del "No" al Referendum sulla riforma della Costituzione del 4 dicembre 2016, alza il sipario sull'ormai prossima resa dei conti nel Centrodestra. I segnali sono piuttosto inequivocabili. Nelle ultime settimane di campagna elettorale, un redivivo Berlusconi tornava a calcare gli schermi indicando la necessità di votare "No" per poi andare a votare quanto prima possibile. Scenario interessante, in cui il voto per il "No" non rappresentava il frutto di una conoscenza concreta sul testo referendario ma solo il casus belli per far saltare il governo e di conseguenza aprire la via alle elezioni. Strettamente parlando, Berlusconi giocava sullo stesso punto di Renzi indicando il Referendum come un test sul governo. Giochino già riuscito peraltro in occasione delle Regionali 2000 con D'Alema. In filigrana, però Berlusconi punta a ri-leggitimarsi come candidato del Centro-Destra alle elezioni politiche a venire. Le mosse sono visibili: alle amministrative di Roma non appoggiando la Meloni ma Marchini ha causato un mancato ballottaggio per il Centro-Destra e insieme l'occasione di assestare un colpo durissimo al Partito Democratico. Con il senno di poi, Berlusconi ha iniziato lì a minare il duo Salvini-Meloni lanciato alla conquista della leadership. Concentrandosi su Roma e decisamente meno su Milano, dove il Centro-destra presentava una coalizione unita nel sostegno a Stefano Parisi, nuovamente Berlusconi ha potuto far mancare la terra sotto i piedi di Salvini privandolo di un successo importante. 
Non a caso Salvini, la sera del referendum, è stato un fulmine ad attribuirsi la vittoria nel Fronte del "No", a chiedere le dimissioni di Renzi e le elezioni anticipate. La fretta è dovuta dalla necessità di mostrarsi da subito come il volto del candidato del Centrodestra alle prossime Elezioni. Nel centrodestra così già s'intravedono due linee: 
- Salvini premier e Lega forza conduttrice con un programma populista e antieuropeista;
- Berlusconi premier, coalizione di centrodestra più larga possibile, programma basato su promesse di riduzione fiscale.
Al momento, Salvini ha fatto un primo errore chiedendo le primarie del Centrodestra. Da Berlusconi non le otterrà facilmente. Fosse per il buon Silvio manco ci sarebbero. Ma gli equilibri sono mutati rispetto al 2013. Per certo, dimissionando la figura di Stefano Parisi, Berlusconi ha fatto capire che il leader, almeno in Forza Italia, rimane lui. Ci sono poi alcune frecce nel suo arco:
- giocare sui risultati, definiti già disastrosi, dei tre governi, Monti-Letta-Renzi, venuti dopo il suo dal 2011;
- proporsi come figura conciliante, di dialogo e d'esperienza al contrario di Salvini.
Tale strategia, porterebbe anche al recupero di tanti pezzi di centrodestra in diaspora dal 2013: Fitto, l'UDC, Alfano financo Verdini. Operazione che certo non interessa e neanche riuscirebbe a Salvini.
Resta l'incognita del fisico di Berlusconi, molto provato. Non è da poco, visto l'impegno della campagna elettorale.
Salvini dal canto suo può solo rinsaldare l'alleanza con Fratelli d'Italia e forse altri gruppi a destra. Ma il suo messaggio di protesta non è riuscito finora a sfondare: l'antieuropeismo in Italia funziona fino ad un certo punto, ossia fintanto che va a toccare il lato economico e di riflesso fiscale. 
Il Centrodestra pare dunque avviato ad una resa dei conti: per Berlusconi quanto per Salvini si tratta dell'ultima chiamata. Per Berlusconi è l'ultimo treno della vita probabilmente, mentre per Salvini perdere vorrebbe dire rimettere tutta la Lega in discussione. Tuttavia sia per Berlusconi che per Salvini le preoccupazioni non vengono dal centrosinistra. In una corsa a due, il centrodestra prevarrebbe al di là dei sondaggi vista la crescente disaffezione all'azione di governo esercitata da Renzi. Il problema principale proviene dal confronto con il Movimento 5 Stelle, realtà politica ormai consolidata e con l'obiettivo di governo.

Emanuele M. Cattarossi

Referendum 2016 - Le "acque profonde" del Partito Democratico

In giugno, provando a delineare la situazione del Partito Democratico in un post dopo le elezioni amministrative definivo la situazione "nel guado" (vedi qui). All'indomani del Referendum sulla Riforma Costituzionale e sull'esito negativo poi riletto come una chiara sconfitta di Matteo Renzi, per il Partito Democratico il "guado" si è trasformato in "Acque profonde". 
Molto deriva dall'esito delle Elezioni Politiche del 2013 e dalla situazione di grande fluidità che ha portato alla ribalta Matteo Renzi e il suo programma. Da Presidente del Consiglio Renzi ha ottenuto alcuni successi elettorali, o quanto meno mascherato alcuni nodi irrisolti del Partito. Nodi che però ripresentandosi ad ogni tornata elettorale ne hanno minato la credibilità. Il riferimento, talora velato talora espresso, al "Partito della Nazione" non ha aiutato in nessun modo il dialogo con una minoranza del PD che sembra più marginalizzata ha provato a prendersi una rivincita con il Referendum del 4 dicembre. Il risultato del Referendum certifica una vittoria per la minoranza "rottamata" a suo tempo da Renzi. E al tempo stesso spinge il Partito Democratico in acque profonde.
Si è subito notato infatti come il Fronte del "No" assommasse diverse realtà al suo interno. Realtà che a voto acquisito non hanno perso tempo ad attribuirsi la vittoria, Salvini in testa. E d'altro canto lo stesso Renzi non ha perso tempo a prendere atto della sconfitta e a cedere le armi. In mezzo a tutto ciò, il comportamento della minoranza PD per il "No" è stato balbettante. Soddisfazione per il risultato, ma poi il nulla. Anzi, una tendenza "suicida" a pensare che il risultato del Referendum serva soltanto per il ridimensionamento di Renzi. Roberto Speranza si è espresso dicendo di non chiedere le dimissioni di Renzi da segretario PD. Il pur felice D'Alema s'affretta a portare qualche tappo in una nave che affonda quando dice "Si dovrà verificare il senso di responsabilità delle forze politiche e credo che ci sia una maggioranza in Parlamento che non intenda favorire lo scioglimento irresponsabile delle Camere". Non accorgendosi così, che nel Fronte del "No" sostenuto dalla minoranza PD altre due forze politiche, Centro-destra e Movimento Cinque Stelle, si sono da subito schierate per il voto anticipato.
In tale maniera se Renzi ha perso nel tempo l'appeal personale capace di far ottenere al PD la clamorosa affermazione delle Europee 2014, la minoranza PD getta ulteriormente il partito in acque profonde in vista del confronto elettorale per almeno due ragioni:
- ottiene una vittoria che rafforza l'opposizione al governo Renzi ma di riflesso a tutto il PD;
- si fa trovare impreparata a fornire un'alternativa a sinistra, prendendo tempo e vagheggiando un congresso del Partito.
Fatti i debiti raffronti la stessa condotta della campagna elettorale del 2013, in cui l'elettorato rimaneva disorientato da un programma indecifrabile. Se il Partito Democratico continuasse su questa rotta s'inabisserebbe senza una grave debaclè elettorale. Al contrario, la condotta di Renzi già dalla sera del Referendum fa notare una strategia. Renzi ha sbagliato in diverse scelte nei mesi passati, eppure è l'unico nel PD che abbia una capacità di colpo d'occhio d'insieme, non a caso dimostrata nel discorso post Referendum. Dimissioni e probabile cambio di rotta personale nell'azione del Partito Democratico costituiscono mosse d'apertura di una campagna elettorale molto delicata per le sorti del centro-sinistra. Lasciare il governo, puntare sul messaggio del "ripartire dal 40%" indica la volontà da subito di ricompattare l'elettorato davanti ad una sicura, al momento, affermazione del Movimento 5 Stelle.


Emanuele M. Cattarossi

lunedì 29 agosto 2016

Lunghe e libere idee su Il Signore degli Anelli...

Capita di riprendere vecchie idee e mai sopiti interessi. Tolkien e Il Signore degli Anelli è una di queste. Così mi permetto qualche piccola considerazione sulla Battaglia dei Campi del Pellenor (15 marzo 3019 T.E.) e su alcune sue possibili fonti d'ispirazione. Battaglia epica, avvincente per le continue sorprese e capovolgimenti di fronte. Una battaglia dura e rabbiosa, in cui eserciti dell'Ovest e armate di Mordor non risparmiano un fiato. Alla fine, una vittoria per gli eserciti dell'Ovest e una sconfitta per Sauron. Paradossalmente però, stando alle parole del Sovrintendente Denethor "potrete trionfare per un giorno sui campi del Pellenor ma contro l'Oscuro Potere che è sorta non vi è speranza" (cito a memoria, scusate gli errori), i vincitori si ritrovavano con una "Vittoria di Pirro" e i perdenti con un piccolo intoppo nella loro marcia di conquista della Terra di Mezzo. Chi ricorda l'"Ultimo Consiglio" ha ben presente come la riunione mise in luce i limiti della vittoria sul Pellenor. Basti vedere solamente qualche dato circa la "conta" delle forze "esca" da lanciare contro Cirith Gorgor. Prendiamo ad esempio i Rohirrim: questi erano arrivati sul Pellenor con 6000 cavalieri circa, mentre Theoden avrebbe voluto portarne 10000; dopo il Pellenor, Eomer ha in tutto 4000 uomini circa di cui 500 appiedati (Eomer porterà 500 cavalieri e 500 fanti al Cancello Nero mentre il maresciallo Elfhelm resterà a Minas Tirith con 3000 cavalieri).
Per gli altri 6000 uomini portati al Cancello Nero forniti interamente da Gondor basterebbe la battuta del principe Imrahil: un esercito che rappresentava appena l'avanguardia degli eserciti di Gondor al massimo splendore. Un modo molto efficace di dire che Gondor aveva toccato il fondo del barile.
Una vittoria inutile il Pellenor? Non del tutto ma gli effetti erano piuttosto limitati. La distruzione dell'armata di Angmar generò un momento di impasse nella strategia di Sauron e sono proprio questi momenti a spostare le iniziative e i rapporti di forza. Certamente Sauron non perse tempo a radunare altre forze. Il primo attacco era la punta di lancia ma le disponibilità di Mordor in fatto di "orchi, orchetti e orcacci" parevano infinite.
Purtuttavia i risicati vantaggi del Pellenor furono sfruttati dai capitani dell'Ovest: l'Ithilien era svuotato dai nemici e Aragorn l'attraversò con relativa facilità, sia pure aiutato dalla strategia di Sauron che raccolse le sue forze a Cirith Gorgor. L’intento generale era di offrire una possibilità al portatore dell’Anello per attraversare le pianure di Gorgoroth verso Monte Fato.
Ma mi accorgo che divago è faccio un salto indietro. Torniamo alla tragica alba del 15 marzo 3018 T.E.: l'ariete Grond ha fatto il suo dovere e le porte di Gondor sono andate a pezzi. Tecnicamente si potrebbe dire che l'assedio di Gondor finisce qui: con il nemico dentro casa, la resistenza dei Dunedain poteva prolungarsi anche a lungo in un disperato corpo a corpo e casa per casa ma il destino di Minas Tirith era segnato (anche se le mura di difesa di Minas Tirith erano sette, teniamo presente che la prima cerchia era di quella roccia nera che rendeva impenetrabile Orthanc anche agli Ent, che le mura andavano difese da qualcuno e che il morale dei difensori era tutt'altro che allegro). Una cosa simile si era verificata al fosso di Helm (3-4 marzo 3019 T.E.) con lo sfondamento dell'armata della Mano Bianca: i difensori si erano divisi in due gruppi, Theoden e Aragorn nel Trombatorrione, Eomer e Gimli alle Caverne Scintillanti. La carica finale di Theoden costituiva un tentativo fiero, disperato ma anche suicida senza l'intervento di Gandalf, Erkebrand e dei simpatici Ucorni.
Appunto, un assedio può venire risolto in due modi a favore degli assediati. O gli assedianti tolgono il disturbo, causa troppe perdite. Oppure arriva qualcuno da fuori a invitare gentilmente gli assedianti a togliere il disturbo (e in questo, chi conosce Lo Hobbit ricorda come il caro Beorn fosse un maestro insuperabile di bonton e gli orchi lo sapevano bene!).
Ora, l'esercito di Angmar non pareva aver voglia di mollare la presa su Minas Tirith. L'entrata del grande capitano di Mordor nella città sanciva un dato di fatto. L'estrema opposizione di Galdalf ai cancelli fa pensare a quel Res ad triarios redit (il compito sia affidato ai Triari) con cui le legioni romane si giocavano l'ultima carta, quella dei veterani, in battaglie disperate. In questo caso si potrebbe dire Res ad Gandalfem redit (non mi piace Gandalf-em ma non trovo un accusativo adatto) ed in effetti ci si giocava proprio l'ultima carta. Bello, stupendo ultimo duello che con qualche amico appassionato di GiRSA abbiamo provato ad immaginare. Eppure questa grande sfida non ci fu. Tolkien è fatto così: duelli ne vedi pochi (Eowyn - Angmar è piuttosto particolareggiato) e i più particolari solo in parte (vedi Gandalf-Balrog) o te li accenna (Eomer - capitano Uruk-hai). Così questo duello non c'è, resterà appena nell'aria un'amichevole "vecchio pazzo" di Angmar a Gandalf (al contrario Terry Brooks nel suo Le pietre magiche di Shannara non resisterà alla tentazione di un duello tra il druido Allanon e il demone Dagda Mor).
Dunque, con lo sfondamento delle porte di Minas Tirith la battaglia si poteva considerare perduta. Confrontando come altri scrittori fantasy affrontano un tema simile ho notato che Brooks trascinerà la battaglia di Tyrsis ne La Spada di Shannara all'estremo ma senza speranza per gli uomini a meno di un avvenimento esterno. Al contrario, Robert Howard (Cicli di Conan, Celta, Kull di Valusia per intenderci) non gradisce gli assedi ma farà sempre combattere i suoi eserciti in campo aperto. Vero è, passando al cinema, che Ridley Scott nel film Le Crociate immagina la rabbiosa resistenza cristiana alla breccia delle Mura di Gerusalemme in uno degli scontri più rabbiosi del film. Ma lo stesso Baliano lasciava intendere il bisogno di prendere tempo e infliggere più perdite possibili per trattare con Saladino. Ma abbiamo già detto che quella mattina di quel 15 marzo a Minas Tirith un simile pensiero non era da porsi. In quel momento l'unico pensiero era "Vincere o morire" e lo sfondamento delle porte rendeva sempre più probabile il "morire".
Ma, colpo di scena, arrivano i Rohirrim. Richiesti eppure inattesi. Il loro arrivo sposta il baricentro dello scontro dalla città ai campi del Pellenor. Si nota infatti che il principe di Dol Amroth conduce all'esterno l'esercito di Gondor. La carica di Theoden richiama alla memoria diversi scontri celebri della storia:
1) forse qualcuno avrà ricordato la Battaglia dei Campi Catalaunici (giugno 431 d.c.) in cui all'esercito romano guidato dal generale Ezio si unirono contingenti di barbari federati dell'Impero, tra cui i Visigoti guidati dal loro re Teodorico I (da non confondere con l'altro Teodorico re degli Ostrogoti), per combattere contro le orde unne guidate da Attila. Teodorico I morirà in battaglia. Ricordando l'importanza dei Campi Catalaunici per l'Occidente e raffrontando la morte di Theoden sul Pellenor con quella di Teodorico I si notano diverse somiglianze;
2) qualcuno però ricorda pure la battaglia di Marengo (14 giugno 1800) che, dopo un iniziale successo degli austriaci nel mattino, venne ribaltata a favore di Napoleone dall'arrivo provvidenziale di rinforzi francesi guidati dal giovane generale Desaix. Desaix arrivò in tempo per far vincere la battaglia a Napoleone ma anche per morire in quanto colpito durante una carica e per rammaricarsi, ormai agonizzante, di non essere vissuto più a lungo per compiere ancora più splendide imprese;
3) certo a Tolkien non dovevano essere sconosciute le circostanze che portarono alla definitiva sconfitta di Napoleone a Waterloo (o Belle Alliance, 18 giugno 1815), in quella che molti storici definiscono "La Battaglia". Di fronte ai reiterati assalti francesi, Wellington e gli inglesi resistettero strenuamente per tutta la giornata ma solo l'arrivo sul campo dei prussiani di Blucher (e diversi errori dei comandanti francesi) decisero lo scontro. Ecco dunque che "La Battaglia" delle campagne napoleoniche si rispecchia in una certa qual maniera in quella che diviene "La Battaglia" della Guerra dell'Anello.

Certo Tolkien doveva ben sapere che una carica di cavalleria, per quanto furiosa, non risolve in sè uno scontro anche se aiuta di molto.
Qualcuno allora paragona la carica dei Rohirrim a quella degli inglesi a Balaclava (25 ottobre 1854), ma esistono differenze notevoli. A Balaclava, la Light Brigade inglese caricò, ignara, batterie d'artiglieria russa le quali non si fecero troppe domande a sparare coi cannoni sui cavalieri provocando una strage. Sul Pellenor, i Rohirrim giungono inosservati (con tanti ringraziamenti a Ghan-buri-ghan) e inaspettati. Quindi la carica può svilupparsi al massimo della potenza. Il film mostra gli orchi preparare uno sbarramento a fronte della carica di Theoden, mentre il testo lascia trasparire la completa sorpresa dell'esercito nemico di fronte ai nuovi arrivati (si nota la rabbia del comandante di cavalleria dei Sudroni e come lo stesso Angmar lasci le porte di Minas Tirith per fronteggiare i nuovi arrivati). Certo se l'esercito di Mordor avesse avuto sentore dell'arrivo dei Rohirrim forse avrebbe preparato una degna accoglienza. Uno sguardo alle battaglie di Stirling (1297) Crecy (26 agosto 1346), Nicopoli (25 settembre 1396) e Azincourt (25 ottobre 1415) ci insegna come la cavalleria potesse essere battuta da schieramenti con arcieri decisi oppure esaurirsi man mano che procedevano dando all'avversario attimi per approfittarne.
E quest'ultimo è il caso che Eomer si trovò ad affrontare quando viene annunciato l'arrivo delle navi di Umbar. L'Atlante della Terra di Mezzo di Tolkien suggeriva una stima di 45000 soldati per l'esercito di Mordor (ma è una stima di favore, si potrebbe alzare il numero anche a 60000 e più). Dallo schema della battaglia si potrebbe dire che con la morte di Angmar e la folle carica al grido di "Morte" di Eomer il primo scaglione di Morgul fosse stato spazzato via insieme a buona parte degli Esterling e Haradrim. Pertanto la mossa di Gothmog, luogotenente di Morgul, di lanciare la riserva (circa 10000 soldati) sia come un forzare la partita. Ad un certo punto la carica dei Rohirrim si arresta e attorno a Eomer dovevano esserci forse un migliaio di cavalieri della Prima Eored, mentre le altre due erano impegnate in altri scontri. Vedendo la posizione di Eomer, a un miglio dagli approdi di Harlond, viene da pensare che si stesse preparando ad un’ultima carica contro gli uomini di Umbar. Furbo tatticamente Eomer nel cercare di cogliere il nemico nel momento stesso in cui, appena sbarcato, si trova ancora disorganizzato. Fortunato Eomer visto che da quelle navi sbarca a sorpresa Aragorn.

Dunque, rileggendo il testo del Pellenor una domanda che mi sono posto è: per descrivere una battaglia così intricata, con tanti colpi di scena, avvincente, mai banale, e soprattutto così veritiera, Tolkien dov'è andato a trarre ispirazione? Bastano saghe nordiche o germaniche a spiegare il tutto?

Esiste un particolare animale nella Terra di Mezzo che, oltre a suscitare sogni ad occhi aperti nel prode Sam Gamgee, provoca stupore, paura e terrore in chi si trova a doverlo affrontare. Detto animale viene chiamato Mumakil o Olifante. La presenza di questo particolare animale sui campi del Pelennor fa riflettere alquanto.
Torniano allo svolgimento della battaglia sui Campi del Pelennor: Eomer ha lanciato i Rohirrim in una carica folgorante al grido di "morte" ma la stessa sua furia rischiava di metterlo ora in grave difficoltà. I Rohirrim, dopo aver travolto lo schieramento nemico e facendo strage tra i Sudroni, si trovano alle prese con un "piccolo" inghippo: i Mumakil appunto (e chi ha visto il film capisce quanto la parola "piccolo" sia ironica...). Leggo il libro: "...dove si trovavano i Mumakil i cavalli si rifiutavano di andare, impennandosi e deviando così che i grossi mostri restavano imbattibili..." permettendo così ai Sudroni di riorganizzarsi vicino ad essi.
Certo nel film vediamo Eowyn e Meriadoc lanciarsi a testa bassa verso di essi, stendendone alcuni con precisi colpi ai tendini. Tuttavia Tolkien immaginò con grande realismo la difficoltà di chiunque ad attaccare questi bestioni: gli stessi uomini di Faramir ne Le due Torri cercano inutilmente di abbatterne uno a frecce ma questi scappa via e se ne perdono velocemente le tracce.
In effetti, gli Elefanti da Guerra in genere sono sempre stati un cliente difficile sui campi di battaglia dell'antichità. Difficile sia per chi li affronta che per chi li porta. A Eraclea (280 a.c.) e ad Ascoli Satriano (279 a.c.) le legioni romane si trovarono per la prima volta gli elefanti e non sapevano come affrontarli: il risultato fu di due vittorie per Pirro e romani in fuga. A Zama (o Naraggara, ottobre 202 a.c.) Scipione pone davanti al suo schieramento una fila di uomini con tamburi, strumenti a percussione, trombe, i quali avranno il compito di fare un tale rumore da spaventare gli elefanti che Annibale dispone. In battaglia Annibale ordina l’assalto degli elefanti, i quali, giunti in prossimità dello schieramento romano, vengono spaventati dal tremendo rumore e, come impazziti, tornano sui loro passi andando a travolgere proprio le truppe di Cartagine e finendo addirittura addosso alla cavalleria numida. Alcuni elefanti, effettivamente, penetrano tra le file dei romani, ma lo schieramento predisposto da Scipione fa in modo che gli enormi pachidermi attraversino corridoi lasciati aperti. Ma comunque si nota che gli Elefanti non vengano eliminati ma messi fuori causa in un’altra maniera.
Forse allora si può tornare a riflettere su alcune fonti di Tolkien: da dove li ha tirati fuori gli elefanti visto che le battaglie in cui essi compaiono nella storia sono relativamente poche e non sono del periodo medievali?
Fonti forse un pò più larghe di quelle che consideriamo. Infatti, troviamo un interessante riferimento all'uso di elefanti in un libro insospettabile, la Bibbia. Riporto un brano del Primo libro dei Maccabei (capitolo 6, versetti 28-47): Il re (Antioco V Eupatore, re di Siria) si adirò, quando ebbe sentito ciò, e radunò tutti i suoi amici, comandanti dell'esercito e della cavalleria. Anche dagli altri regni e dalle isole del mare gli giunsero truppe mercenarie. Gli effettivi del suo esercito assommavano a centomila fanti, ventimila cavalli e trentadue elefanti addestrati alla guerra. Passarono per l'Idumea e posero il campo contro Bet-Zur; attaccarono per molti giorni e allestirono macchine; ma quelli uscivano, le incendiavano e contrattaccavano con valore.
Giuda allora levò il campo dall'Acra e lo trasferì a Bet-Zaccaria di fronte al campo del re. Ma il re si mosse alle prime luci del mattino e trasferì lo schieramento con impeto lungo la strada di Bet-Zaccaria; le truppe si disposero a battaglia e suonarono le trombe. Posero innanzi agli elefanti succo d'uva e di more per stimolarli al combattimento. Distribuirono le bestie tra le falangi e affiancarono a ciascun elefante mille uomini protetti da corazze a maglia e da elmi di bronzo in testa e cinquecento cavalieri scelti disposti in ordine intorno a ciascuna bestia: questi in ogni caso si tenevano ai lati della bestia e, quando si muoveva, si spostavano insieme senza allontanarsi da essa. Sopra ogni elefante vi erano solide torrette di legno, protette dagli attacchi, legate con cinghie, e su ogni torretta stavano quattro soldati, che di là bersagliavano, e un conducente indiano.
Il resto della cavalleria si dispose di qua e di là sui due fianchi dello schieramento, per terrorizzare i nemici e proteggere le falangi. Quando il sole brillava sugli scudi d'oro e di bronzo, ne risplendevano per quei riflessi i monti e brillavano come fiaccole ardenti. Un distaccamento delle truppe del re si dispose sulle cime dei monti, un altro nella pianura e avanzavano sicuri e ordinati. Tremavano quanti sentivano il frastuono di quella moltitudine e la marcia di tanta gente e il cozzo delle armi: era veramente un esercito immenso e forte.
Giuda con le sue truppe si avvicinò per attaccare lo schieramento e caddero nel campo del re seicento uomini.
Eleàzaro, chiamato Auaran, vide uno degli elefanti, protetto di corazze regie, sopravanzare tutte le altre bestie e pensò che sopra ci fosse il re; volle allora sacrificarsi per la salvezza del suo popolo e procurarsi nome eterno. Corse dunque là con coraggio attraverso la falange e colpiva a morte a destra e a sinistra, mentre i nemici si dividevano davanti a lui, ritirandosi sui due lati. Egli s'introdusse sotto l'elefante, lo infilò con la spada e lo uccise; quello cadde sopra di lui ed Eleàzaro morì. Ma vedendo la potenza delle forze del re e l'impeto delle milizie, i Giudei si ritirarono.
Un passo simile nel contenuto lo trovate nel Secondo Libro dei Maccabei (capitolo 13, 1-26) che non riporto al momento. Spero di aver chiarito un poco il mio pensiero. Ovvero che nella composizione di determinati avvenimenti narrati nel Signore degli Anelli, l'autore si basi su conoscenze storiche e letterarie a largo raggio...

Altre considerazioni merita l’utilizzo della cavalleria ne Il Signore degli Anelli. Una veloce ripassata del Della Guerra di Clausewitz aiuta a notare alcuni particolari.
Le seimila lance che Re Theoden porta da Dunclivio ai Campi del Pelennor sono indubbiamente un aiuto insperato per i difensori di Minas Tirith ma anche un esercito inusuale che trova pochi riscontri nella storia.
Ho detto "inusuale" perchè composto interamente di cavalieri, quindi niente fanteria. D'altronde, viste l'andamento della guerra e il bisogno disperato di Gondor di rinforzi immediati il corpo di cavalleria dei Rohirrim costituiva la prima scelta. Non che i Rohirrim non sapessero combattere a piedi alla bisogna: al Trombatorrione non avevano battuto ciglio e nell'esercito che Aragorn guida verso i Cancelli di Mordor, ben 500 uomini di Rohan sono sì appiedati ma anche spadaccini formidabili. Ma per salvare Gondor in quei giorni di mezzo marzo occorreva celerità: da una scorsa all'atlante della Terra di Mezzo si ricava che da Dunclivio a Minas Tirith ci sono circa 335 miglia. La celerità a Theoden potevano darla solo i cavalli e i Rohirrim cavalcarono dal 10 alla mattina del 15 marzo 3019 T.E. arrivando appena in tempo.

Dicevamo di un esercito inusuale. Inusuale ma non impossibile, almeno in teoria. Fino alla fine dell'Ottocento gli eserciti si basavano su un complesso coordinato delle varie armi. In antico, le armi erano due: fanti e cavalieri. Con l'avvento della polvere da sparo si aggiunse una terza arma: l'artiglieria. Sbagliano quanti ricercano eserciti di sola cavalleria (o con cavalleria maggiore della fanteria) nel medioevo: basterebbe pensare alle masse a piedi degli esercit crociati o degli eserciti degli imperatori germanici in Italia. Semmai bisogna dire che nel Medioevo, l'importanza della cavalleria allora era superiore alle fanterie.
Un esercito di sola cavalleria però non è impensabile. Agirebbe in pianure e spazi aperti, prediligerebbe i movimenti a largo raggio. Addirittura potrebbe godere di grande tranquillità e comodità rispetto al nemico, senza consentirle pure a lui. Potrebbe utilizzare audaci aggiramenti e facili diversioni perchè domina lo spazio. Su questi principi si dovrebbe basare la scelta dei Capitani dell'Ovest di lasciare il contingente principale dei Rohirrim (3000 cavalieri) a difesa di Gondor mentre l'esercito di Re Elassar portava la sfida finale sulla porta di casa di Sauron. In caso di sconfitta, i Rohirrim, pur disperati, avrebbero potuto far pagare caro ogni centimetro di terreno agli invasori...

Certo un esercito di sola cavalleria possiede delle sue limitazioni. Anzitutto alla lunga diviene difficile da mantenersi specie per quanto riguarda il vettovagliamento e la sostituzione dei cavalli uccisi in battaglia. In secondo luogo, un esercito di sola cavalleria avrebbe uno "sforzo intensivo" molto scarso. Mi spiego meglio: l'esercito di Mordor (fanterie su fanterie) attacca battaglia il 12 marzo da Osgiliath e continua la sua offensiva fino al 15 marzo quando viene distrutto. Quindi 4 giorni di attacco continuato. I Rohirrim arrivano sul campo di battaglia all'alba del 15 marzo, caricano e travolgono tutto quello che trovano ma a metà mattina le forze di Mordor stanno riprendendo il sopravvento ed Eomer si ritrova accerchiato su un colle salvo poi essere salvato dall'arrivo di Aragorn. Quindi i Rohirrim possono aver tenuto una carica selvaggia per 3-4 ore non di più (...e poveri cavalli). Questo raffronto dovrebbe spiegare cosa si intende per "sforzo intensivo".

Fondamentalmente il compito della cavalleria sarebbe quello di rompere lo schieramento nemico, costringendo gli avversari a piedi a rinserrare le fila cioè facendo "quadrato". Chiaro che la cavalleria contro una formazione a piedi disposta a "quadrato" è destinata ad infrangersi invano, se i fanti stringono la formazione a dovere. Ma, costringendo le fanterie nemiche a rinserrare i ranghi a difesa, la cavalleria attaccante offre il tempo alle sue fanterie di serrare la distanza con il nemico arrivando così al corpo a corpo. Non a caso, vedendo il positivo svilupparsi della carica dei Rohirrim, il principe Imrahil conduce fuori dalle mura l'esercito di Gondor serrando da presso le forze di Mordor. Il mancato congiungimento delle forze di Rohan con quelle di Gondor, la riorganizzazione delle forze degli Haradrim e l'arrivo delle riserve di Gothmog, stavano per provocare il disastro dell'ovest sul Pelennor. Come detto solo l'arrivo di Aragorn salvò la situazione. Eomer e la sua eored rischiavano infatti di fare la stessa fine della cavalleria dell'Ordine Teutonico a Grunwald-Tannenberg (15 luglio 1415), presa in trappola, accerchiata e fatta a pezzi da un intelligente manovra dell'esercito polacco di re Ladislao.

In ultimo, la cavalleria è l'arma del movimento e delle grandi decisioni. I Rohirrim nella loro cavalcata su Gondor e nella battaglia del Pelennor dimostrano ampiamente questi due fattori. E tuttavia la cavalleria è anche l'arma di cui si può fare maggiormente a meno. Due esempi in proposito:
1) l'esercito di Mordor che porta l'assedio a Minas Tirith. Non vi ritrovate cavalleria, salvo un'aliquota di cavalieri Sudroni che viene sbaragliata da Theoden con facilità disarmante. Certo gli orchi avrebbero potuto portarsi vicino un’aliquota di mannari ma può darsi che le perdite subite da questi nella battaglia dei Cinque eserciti non ne lasciassero un gran numero.
2) l'esercito dell'Ovest che marcia verso Cirith Gorgor: 6000 fanti e 1000 cavalieri. Ai cavalieri ne dobbiamo togliere poi un buon numero tenendo conto di quelli lasciati al Crocevia dell'Ithilien. D'altro canto, c'era ben poco da manovrare di fronte all'esercito che sciamò fuori dal Cancello Nero...

Certo la mancanza della cavalleria nell'esercito di Mordor che avanzava su Minas Tirith fu notata sia da Gandalf e da Denethor. I due così prepararono la sortita dei Cavalieri di Dol Amroth guidati dal principe Imrahil il giorno 13 marzo. Detta sortita salvò Faramir e le truppe di Gondor in ripiegamento dal Rammas, anche se fu velocemente richiamata all'interno delle mura di Minas Tirith. Un esempio intelligente di utilizzo della cavalleria in cui se fate caso ritrovate diversi degli elementi sopracitati. Tutto ciò dimostra l’estrema profondità ed elaborazione del testo de Il Signore degli Anelli. Molto più che una semplice storia…

Emanuele M. Cattarossi

mercoledì 3 agosto 2016

Rio de Janeiro 2016. Primati di carta e concrete incertezze olimpiche...

L'apertura dei Giochi della XXXI Olimpiade rappresenta un punto molto importante per la storia dei giochi olimpici moderni. E come tutti gli avvenimenti che si verificano con una cadenza ritmata pluriennale, si presta abbastanza bene a statistiche e svariati punti di vista.
Punti di vista. Il luogo anzitutto. Lo svolgimento dell'Olimpiade a Rio de Janeiro rappresenta una prima volta nell'America del Sud. In precedenza, tentativi di aggiudicarsi l'Olimpiade furono avanzati dal Comitato Olimpico di Buenos Aires nel 1968 e nel 2004, ma senza successo. Se invece si volesse far ricorso all'espressione di "America Latina", il primo caso è quello di Città del Messico nel 1968.
Optando per una prospettiva "olimpica", bisogna ricordare che la bandiera dei Giochi, quella con i Cinque Anelli a rappresentare i continenti, congiunge nell'anello Rosso Nord e Sud America. Di conseguenza, l'olimpiade di Rio passa al settimo posto. Ma andrebbe ricordato che l'anello Nero della bandiera, quello dell'Africa, risulta ancora a zero. Ribaltando nuovamente la prospettiva da un punto di vista linguistico, Rio è la prima Olimpiade in un paese di lingua Portoghese. Ma è un confronto facile se si pensa che le antagoniste in tale settore si riducono a Portogallo, Angola, Mozambico e Guinea-Bissau. Diversamente, Rio scende di un gradino nella speciale classifica BRIC, preceduta dalla Cina nel 2008. Messa sotto questa forma di classifica, questa Olimpiade avrebbe dovuto costituire un punto importante per il Brasile in un contesto geopolitico.
Nuovo punto di vista allora. I BRIC (Brasile-Russia-India-Cina), estendibile a BRICS con il Sudafrica e, con molto sforzo intellettuale, a BRICST con la Turchia, rappresentano o vorrebbero rappresentare la risposta politico-economica al G7. Sotto quest'aspetto, la capacità di organizzare un comitato olimpico in grado di avanzare la candidatura prima e ricevere in seguito l'Assegnazione delle Olimpiadi rappresenta un grande risultato d'immagine. Indietro nel tempo, si è spesso indicata l'Olimpiade del 1936 a Berlino come l'occasione per ostentare la Germania Nazista. Ma si può notare come le Olimpiadi del 1960 a Roma e del 1964 a Tokio furono occasioni per indicare positivamente il ritrovato posto dell'Italia e del Giappone nel novero dei grandi del Mondo, non a caso entrambi oggi nel G7. Parimenti potrebbe essere intesa l'Olimpiade del 1976 a Montreal. 
Nell'ambito dei BRIC, l'Olimpiade del 2008 a Pechino rappresenta un grosso passo d'immagine della Cina nel novero delle grandi: un grande stato, con la più grande popolazione mondiale, con la più promettente economia in prospettiva. Il successo d'immagine venne di conseguenza. Per il Brasile l'Olimpiade di Rio del 2016 arriva al termine di un periodo caratterizzata da grandi eventi. Occorre infatti ricordare l'organizzazione nel 2013 della XXVIII World Youth Day, ossia la Giornata Mondiale della Gioventù. Appena un anno dopo, la ventesima edizione dei Mondiali di Calcio. Eventi non semplici dal punto di vista organizzativo: la World Youth Day richiede la capacità di ricevere un gran numero di pellegrini, in massima parte giovani per un periodo di giorni limitato in spazi tecnicamente circoscritto; il mondiale di calcia prevede un organizzazione addirittura a livello di nazione intera per gestire 64 incontri di calcio con la presenza di ben 32 rappresentative nazionali, che in una maniera o nell'altro si portano dietro i loro tifosi. L'Olimpiade concentra in un unica città, salvo alcune discipline spostate in altri luoghi deputati, oltre diecimila atleti di oltre duecento nazioni che si cimenteranno su trecento discipline sportive. Ovvia dunque la necessità di avere a disposizione tutte le strutture adatte allo scopo e, soprattutto, di averle al meglio immaginabile. 
Si noterà allora che l'organizzazione in un periodo di appena quattro anni di ben tre eventi di caratura mondiale dicono una forte fiducia nei propri mezzi almeno nella fase iniziale. L'approccio ai Mondiali del 2014 e ai Giochi Olimpici oggi sono stati invece spesso costellati di ritardi o insufficienze nella preparazione degli impianti da un lato e di forti tensioni sociali nel paese dall'altro. A tutto questo vanno poi aggiunte le incertezze sul Brasile all'indomani del 21 agosto 2016, giorno della conclusione delle Olimpiadi. Se il triduo di eventi mondiali doveva consegnare al mondo una nuova potenza sicura a livello politico e forte economicamente, tale risultato sembra essere molto lontano se non già indirizzato in maniera contraria. 
Questa prospettiva pare così richiamare la triste parabola della Grecia dopo le Olimpiadi del 2004. Ma almeno durante le Olimpiadi si aveva l'immagine di una nazione orgogliosa del proprio passato e della propria capacità nell'organizzare l'evento. L'Olimpiade a Rio si apre con molte incertezze per il Brasile, specie dopo la messa in stato d'accusa della Presidente Dilma Roussef, Ma decisamente non verranno superate nel breve periodo...

Emanuele M. Cattarossi

lunedì 11 luglio 2016

Il Gatto Portoghese... Francia-Portogallo e l'infido "fattore campo"

La prima, ma proprio prima, considerazione che salta alla mente mentre si celebra il trionfo sportivo della Nazionale Portoghese su quella Francese è se esista ancora il cosiddetto "fattore campo". Considerazione piccola piccola, ma occorre tener presente che il Portogallo ha vinto un Campionato Europeo in Francia, giocando in finale contro la Francia, con la Nazionale di casa favorita nei pronostici. Caso unico? Manco per sogno. Proprio il Portogallo insegna: Europeo 2004 in casa loro, Nazionale in finale, avversari gli onesti Greci. Risultato: un solo tiro in porta dei Greci ed è gol, assedio portoghese per novanta minuti ma porta stregatissima, Greci campioni in trasferta. 
Il fattore campo non aiuta ormai da tempo le squadre organizzatrici in ottica di vittoria finale. Strano a dirsi ma sono proprio i francesi gli ultimi a beneficiare del "fattore campo". Nel 1984 con l'Europeo in casa e nel 1998 con i Mondiali a domicilio. Poi il "fattore campo" non si concretizza mai per la vittoria finale: chiedere al Brasile due anni fa, travolto dalla Germania in semifinale e dall'Olanda nella finale del 3°-4° posto. Se queste sono le premesse meglio giocare fuori casa...
Detto ciò la finale dell'Europeo vede curiosamente di fronte due Nazionali in cerca di riscatto. La Francia ha un blasone maggiore: un Campionato del Mondo, due Europei, migliori piazzamenti nelle competizioni ma anche defaillance notevoli nel tempo. Il Portogallo non possiede vittorie, ma solo onesti piazzamenti: la finale dell'Europeo 2004, un terzo posto al Mondiale 1966 e un quarto a quello del 2006. Squadra notevole il Portogallo ma alla quale non si concede mai un pronostico da favorita indiscussa. 
La Francia in finale è la favorita per la vittoria finale. Un bene e un male al tempo stesso. Il bene stà nel fatto di avere potenzialmente la squadra migliore e la comodità di giocare in casa. Ma giocare in casa diventa anche uno svantaggio in quanto i tifosi si aspettano senza se e senza ma la vittoria. Il Portogallo parte sfavorito, anche se determinato a giocarsi la partita. In più affronta una bestia nera come la Francia contro la quale non vince da tempo immemore e che nel recente passato l'ha estromessa due volte dalla finale: agli Europei del 2000 e al Mondiale del 2006. Tuttavia qualcuno, appena sommessamente sussurra che questo pare essere l'Europeo dei tabù sfatati. Il Portogallo affronta la Francia, che in semifinale ha battuto dopo tanto tempo la Germania, Questa però ai quarti aveva superato anche se solo ai rigori l'Italia sui acerrima rivale. E l'Italia stessa negli ottavi aveva seccamente regolato i conti con la Spagna, campione uscente, dopo un digiuno di ventidue anni. Tre rivincite in sequenza, ma se è vero che non c'è due senza tre e anche noto che il quattro vien da sè.
La partita inizia con il solito arrembaggio della Francia, già visto con la Germania. I Francesi per i primi 10-15 minuti sono delle furie e paiono poter fare a pezzi i lusitani con la sola strapotenza fisica. Non basta: al 8' minuto Payet centra non la porta avversaria ma il ginocchio di Cristiano Ronaldo. Il fuoriclasse portoghese avverte subito il colpo e la gravità, stringe i denti per dieci minuti ma si vede che zoppica. Si fa medicare e prova a rientrare in partita con una fasciatura stretta. Eroico, prova ancora a lottare e a me ricorda Roberto Baggio contro il Brasile nel 1994. Tuttavia per Ronaldo la situazione è peggiore e al 23' alza tra le lacrime bandiera bianca. 
Sembra mettersi sul velluto per la Francia in quanto il Portogallo privo del suo fuoriclasse, vede sparire buona parte del suo potenziale in attacco. Ma intanto è iniziata un altra partita. Dopo l'iniziale furore agonistico, i francesi cominciano ad essere più attendisti. Non avendo raggiunto un gol di vantaggio che costringerebbe i lusitani a scoprirsi, i Blues decidono di non forzare ulteriormente. Questo però da modo al Portogallo come già alla Germania di riordinare per bene le idee e di opporre una solida linea difensiva agli attaccanti francesi. Succede così che Payet sparisce dal campo, Griezman non riesce ad innescarsi e di conseguenza anche Giroud gira a vuoto. Resta Sissoko che di forza e potenza spacca una paio di volte il campo tirando vere e proprie cannonate verso la porta avversaria. Ma tocca a Rui Patricio porterie lusitano spegnere ogni speranza francese. La partita si avvia dunque ad un confronto tattico serrato tra le due formazioni. Di conseguenza la sfida può venir risolta solo da episodi.
Finisce il primo tempo con le squadre in pari, il secondo ricomincia con lo stesso canovaccio tattico. Con il passare del tempo si nota però che i francesi perdono in convinzione. La spiegazione è presto detta: il modulo difensivo lusitano blocca gli spazi sapientemente e non basta la potenza esplosiva dei francesi per scardinarla. Di per sè, sarebbe solo il tiki-taka spagnolo condotto a ritmi altissimi a poter far breccia nel muro portoghese. E qualcosa pare realizzarsi quando Dechamps richiama uno spento Payet per inserire un più vivace Coman. La destra dello schieramento portoghese pare subire, ma nuovamente non c'è convinzione nei francesi nell'affondare il colpo. Tra il 78' e il 79' due cambi decidono la partita: Dechamps manda dentro Gignac per Giroud; Fernado Santos inserisce Eder per Renato Sanches. Due attaccanti per decidere la partita. 
E qualcosa potrebbe effettivamente decidersi a tempo quasi scaduto, quando al 92' Gignac riesce ad aprirsi un varco nella difesa portoghese. Il tiro dell'attaccante supera Rui Patricio ma impatta sul palo attraversando mortalmente l'area piccola. Ma Griezman non fa a tempo a ribattere in rete, facendo svanire la più limpida azione da gol francese. Trema il palo della porta lusitana, tremano i portoghesi per lo scampato pericolo, tremano i francesi il mancato vantaggio.
Finiscono i 90' regolamentari, si va ai supplementari. La regia inquadra Cristiano Ronaldo che "rientra" in campo dall'infermeria sostenendo i suoi compagni con una foga indescrivibile. I Francesi sono disorientati mentalmente per l'impenetrabilità della difesa lusitana, probabilmente iniziano troppo presto a pensare ai rigori. I Portoghesi al contrario hanno recuperato il gap della perdita di Cristiano Ronaldo e iniziano ad aver maggiore coscienza dei propri mezzi. Come con la Croazia, hanno arginato un Nazionale con grandi capacità offensive per poi colpirle al momento giusto. E tanto per dare un anteprima, al 108' Raphael Guerrero fa alzare tutti dalle sedie con una punizione che si stampa violentemente sulla porta francese. Trema la traversa transalpina, tremano i francesi per lo scampato pericolo, non tremano ma trepidano i portoghesi che intravedono una possibilità.
Possibilità che si concretizza un minuto dopo con Eder. E' cambio giusto, l'attaccante giusto: prende palla verso la fascia sinistra e va ad accentrarsi. Preso di sorpresa Koscielny, difensore francese, lo lascia andare fidando nella presenza del compagno Umtiti per arginare il portoghese. Ma Umtiti è disorientato allo stesso modo e si fa mettere fuori tempo da Eder che esplode secco il destro da fuori area. Il portiere francese Lloris comprende in ritardo la minaccia e pur gettandosi non riesce ad intercettare il pallone. Un tiro decisivo: che s'insacca nello stretto passaggio tra il palo sinistro francese e le mani del portiere. 1-0, e Portogallo avanti. Stade de France ammutolito, portoghesi in festa.
Negli ultimi dieci minuti ci si aspetta un forcing francese che però non riesce a concretizzarsi. I portoghesi difendono strenuamente e quando recuperano il pallone continuano a giocarlo, con l'effetto di spezzare ritmo e speranze francesi. I lusitani potrebbero forse puntare al raddoppio, ma in ogni caso i Blues sono cotti. Finisce il tempo, l'arbitro fischia. Il Portogallo è campione d'Europa. 
La vittoria del Portogallo fa piacere. Fanno piacere sempre le vittorie degli outsider sui favoriti di turno. Come la Danimarca nel 1992 o la Grecia nel 2004. Perchè, i favoriti non si sopportano mai a meno che non sia la propria Nazionale ad esserlo. Il Portogallo vince riportando alla ribalta una concezione di difesa attenta e impenetrabile rispetto ad un gioco totale che ha avuto tanto piede in questi anni. E vince sfatando nuovamente il "fattore campo". Forse ai Mondiali non sarà così ma aveva ragione il buon Trapattoni quando diceva "Non dire gatto se non ce l'hai nel sacco". Il gatto portoghese ha messo nel sacco i galletti francesi....

Emanuele M. Cattarossi

lunedì 4 luglio 2016

Nessuna paura... Italia-Germania e un confronto da onorare...

La storia della disciplina calcistica ricorda volentieri partite incredibili, storiche o addirittura "epiche". Scontri fra club nazionali o rivalità internazionali, non mancano le partite e, di conseguenza, le storie da raccontare. Tutto pare aumentare nel confronto tra rappresentative Nazionali, forse perchè spesso si tratta di dimostrare chi è la squadra migliore in una grande competizione. 
Il confronto tra Italia e Germania è l'esempio principale da proporre. Le due Nazionali si sono affrontate spesso, con una leggera prevalenza azzurra. Alle due nazionali appartiene la storica partita dei Mondiali in Messico nel 1970, in Italia conosciuta come Italia-Germania 4-3, ma passata alla storia come "Partido del Siglo" ossia "Partita del Secolo".
Il quarto di finale degli Europei 2016 ha messo nuovamente di fronte le due squadre nazionali. Due percorsi molto diversi per queste squadre. La Germania, ormai dal 2002 si trova fissa tra le prime quattro squadre ai mondiali mentre in campo europeo arriva regolarmente alle semifinali dal 2008. Altro particolare non trascurabile, arriva all'Europeo da Campione del Mondo, dopo aver umiliato i brasiliani a domicilio con un devastante 7-1 e piegato i rivali argentini in finale. Diverso il percorso degli azzurri. Campioni del Mondo sotto il cielo di Berlino nel 2006, gli ultimi due Mondiali hanno portato umilianti eliminazioni al primo turno mentre gli Europei hanno mostrato un andamento leggermente migliore, complice anche la finale di Kiev del 2012.
Motivazioni che si incrociano per Germania e Italia. La Germania vuole legittimare la superiorità mondiale con la vittoria nel campionato continentale, bissando la doppietta del 1972-1974. L'Italia vuole riscattarsi dall'opacissimo mondiale brasiliano e da un cono d'ombra nel quale il movimento calcistico italiano si trova da alcuni anni senza riuscire ancora ad uscirne. 
La vittoria dell'Italia sulla Spagna nei quarti, legittima la squadra azzurra ad ambire al successo continentale. Resta tuttavia l'incrocio nei quarti contro la Germania e, in prospettiva, forse la Francia in semifinale. Non propriamente un cammino agevole. La Germania aspettava una fra Spagna e Italia: giocare contro la Spagna avrebbe avuto l'aria di una resa dei conti dopo gli incroci nella finale dell'Europeo 2008 e nella semifinale del 2010, entrambe vinte dagli spagnoli. Affrontare l'Italia, per la Germania è giocare contro la storia stessa, contro una bestia nera in fin dei conti. 
Queste sono le premesse alla partita, una partita da giganti del Calcio. L'inizio della partita sembra seguire la trama di tanti scontri tra le due nazionali. La Germania attacca di forza cercando di far prevalere la potenza della squadra; l'Italia aspetta, solida nella sua difesa pronta a ripartire a razzo. Di per sè, non sarebbe brutto da vedere. Sta di fatto che dopo 10-15 minuti, i tedeschi smettono con la truculenza e iniziano a tessere una rete di passaggi precisi ma senza frenesia. Gli azzurri spezzano la rete di conseguenza e cercano varchi nei tedeschi. Siamo lontani da azioni veloci, frenetiche. Ma lo spettatore sente salire pian piano una tensione interiore nell'osservare la partita quasi che da un momento all'altro qualcosa possa succedere. Non c'è una precisa superiorità di una squadra rispetto all'altra, ma c'è uno studio continuo, quasi che la partita si possa decidere sull'unico errore che potrà capitare ad una delle due.
Passa un tempo di profondo confronto tra azzurri e tedeschi. Notando che i tedeschi sono campioni mondiali, stupisce la tremenda attenzione tattica azzurra che praticamente non concede varchi. Paradossalmente tocca all'arbitro rompere indirettamente l'equilibrio quando in tre minuti rifila tre cartellini gialli agli azzurri. Questo rompe probabilmente quel tanto la concentrazione da azzurra da offrire un varco in area ai tedeschi, sui quali Hector s'avventa come un falco per un assist in area a Ozil. Uno scatto da cobra e la palla è in rete per il vantaggio tedesco al 65'. 
L'equilibrio spezzato chiederebbe agli azzurri di portarsi all'attacco. Qui si nota come Conte sia un degno allievo del suo maestro Marcello Lippi che ai tempi del suo primo passaggio sulla panchina della Juventus, indicava come importante la capacità di una squadra a cambiare modulo anche durante la partita. Semplice a dirsi, meno a porlo in pratica. Il 3-5-2 tattico azzurro deve passare ad un più offensivo 3-4-3. Il passaggio non è semplice e si nota. Inoltre, prima di registrare gli automatismi i tedeschi cercano di chiudere la partita quando al 71' Mario Gomez cerca con un colpo di tacco di beffare Buffon. Ma Buffon è immenso ancora una volta come già contro la Spagna su Piquè: il riflesso è d'acciaio, la classe infinita, il pallone viene mandato fuori. Gli azzurri sono ancora vivi. Lo scampato pericolo riporta gli azzurri avanti e i tedeschi paiono sentire mentalmente il contraccolpo. Capita così che al 78' su un calcio d'angolo, Boateng si lanci in maniera decisamente scomposta per sovrastare Chiellini, intercettando il pallone. L'arbitro non ha dubbi: rigore. Sul dischetto si presenta Bonucci che glacialmente fulmina Neuer ristabilisce l'equilibrio sull'1-1. 
Ricomincia il confronto tattico tra le due squadre, che inevitabilmente si propaga nei supplementari. Gli azzurri appaiono più stanchi dei tedeschi, ma prevale la determinazione e lo stoicismo. I tedeschi, continuano con la serie di passaggi ma non riescono ad affondare i colpi verso Buffon. Appena entrato Insigne prova a generare un pò di scompiglio e forse avrebbe meritato più tempo a disposizione. Ma è giusto un forse. Sta di fatto che le due squadre si controllano e si annullano di conseguenza. Poste tali basi, la partita si conclude sull'1-1 dopo 120' di battaglia fisica e tattica. 
La lotteria dei rigori per un momento sembra sorridere gli azzuri, ma gli errori dal dischetto chiudono in pareggio la serie regolare dei cinque rigori a testa. Nella serie di rigori ad oltranza, all'errore italiano corrisponde il rigore decisivo tedesco. I tedeschi passano in semifinale, per gli azzurri l'Europeo si conclude a Bordeaux.
Non si possono dare colpe agli azzurri per l'eliminazione, ne tanto meno infierire sui rigoristi per averli calciati male o fuori o male. Nel corso della partita regolamentare, l'Italia ha tenuto testa alla Germania, subendola a tratti ma sapendola anche mettere sotto tatticamente. Resta il rammarico, ma ci sono state altre eliminazioni causate dall'insipienza di gioco azzurro ben più gravi. In questa manifestazione, gli azzurri hanno dato tutto senza se e senza ma. E questa Germania-Italia si colloca nell'eccellenza di una rivalità che continuerà sempre a rappresentare un classico del gioco del calcio.

Emanuele M. Cattarossi

lunedì 27 giugno 2016

Furia Azzurra... Italia-Spagna e la resa dei conti...

Capita a volte che le partite di calcio diventino confronti epici tra le due compagini in campo. Un confronto serrato, deciso, da resa dei conti. Un continuo tentativo di superarsi per dimostrare la superiorità sull'avversario che si esprime su livelli diversificati eppure tutti concorrenti a raggiungere quel qualcosa in più che garantisce la vittoria. Attacco contro difesa, sfide a centrocampo e corse sui fianchi, portieri dai nervi d'acciaio e autentici funamboli del pallone. Novanta minuti per dimostrare chi è il più forte. 
Questa è la dinamica dei tornei che prevedono una fase ad eliminazione diretta. In un campionato di trenta e passa giornate devi dosare le forze, pensare da maratoneta o da ciclista di grandi corse a tappe. In una partita dentro o fuori, spesso l'immagine è quella dei due pistoleri del vecchio Far West: pistola nel cinturone, sei colpi nel tamburo, uno vince e l'altro morde la polvere.
Italia-Spagna era una partita da resa dei conti. E resa dei conti è stata. Agli Europei del 2008 la Spagna aveva piegato l'Italia nei quarti aprendo simbolicamente un periodo di totale dominio del calcio internazionale: Europeo 2008, Mondiale 2010, Europeo 2012. Agli Europei del 2012, l'Italia si era confrontata due volte con la Spagna: nella prima partita la costringe al pareggio ma nella finale, complici due tremende partite per piegare Inghilterra e Germania, gli azzurri vennero liquidati con un tremendo 4-0. Risultato che faceva ancora più male, perchè troppo presto si erano esaurite le forze degli azzurri che poi per quasi mezz'ora dovettero giocare in dieci, subendo due gol mortificanti e quasi irridenti da parte degli spagnoli. La superiorità spagnola in confronti ufficiali risultava ancora più netta ricordando che l'ultimo successo azzurro risaliva al Mondiale di USA 1994: Dino e Roberto Baggio, 2-1 e porta aperta per la semifinale.
Il confronto tra Italia e Spagna è tuttavia anche il confronto tra due movimenti calcistici: gli italiani sempre più ridimensionati nel tempo dopo anni di dominio a livello di club; gli spagnoli da anni autentici dominatori della scena, Real Madrid e Barcellona in testa.
Agli ottavi gli Spagnoli ci arrivano però da secondi nel girone qualificatorio, dopo la sconfitta con la Croazia. Gli azzurri il girone lo mettono in cassaforte con due partita e ci arrivano primi, anche con un indolore sconfitta con l'Irlanda, dopo aver piegato un favorito Belgio. Favorita la Spagna per i pronostici, molto meno l'Italia sbertucciata come "la peggior formazione italiana della storia". Espressione davvero infelice: rispetto ad altre formazioni azzurre questa forse non ha gran talento ma sottovalutarla è un lusso che si paga caro. I Belgi ne sanno qualcosa...
Dunque, ottavo di finale: dentro o fuori. Le Furie Rosse notano da subito che la furia questa volta è tutta azzurra e inizia dalla difesa. Che cortesemente non concede proprio niente agli Spagnoli. Morata viene cancellato dai compagni della Juventus, Nolito diviene impalpabile, David Silva corre e corre ma senza frutto. Da centrocampo, le Furie Rosse sembrano "sfuriate". Quando De Rossi, campione del mondo 2006, dopo aver annullato Iniesta, campione del mondo 2010, si permette un tunnel al grande fantasista del Barcellona si intuisce che qualcosa di grosso può capitare. E ovviamente capita, perchè gli attaccanti puntano la porta iberica con una determinazione da brividi. E agli spagnoli vengono i brividi...
Ma i brividi spagnoli dovrebbero venire da altro. Il tiki-taka, palla-passaggio-palla-passaggio-palla-passaggio-palla-passaggio finchè all'avversario cresce una barba in cui inciampa, risulta più lento del solito. Dunque prevedibile da una difesa attenta. E chi affrontano gli s-furiosi spagnoli? Gli azzurri, l'Italia: Nereo Rocco, catenaccio, difesa e altre robette del genere. Progressivamente gli spagnoli si lasciano macinare. E gli azzurri avanzano. Brividi per i favoriti...
Arriva così il 33', quando gli azzurri guadagnano una punizione da fuori area. Roba da Pirlo, ma gli Spagnoli si rassicurano: Pirlo non c'è. C'è però il tranquillo Eder: meno male pensano gli Spagnoli. E mica tanto meno male perchè l'attaccante italo-brasiliano scaglia di destro una sassata contro la porta iberica. Il portiere spagnolo De Gea para, meno male pensano gli Spagnoli, ma non trattiene, uhhh pensano gli Spagnoli, però riesce ancora a contenere Giaccherini, per fortuna pensano gli Spagnoli, che però indirizza il pallone sull'accorrente Chiellini, uhhhhhhhh pensano gli Spagnoli. E il buon Giorgio per togliere gli Spagnoli dal dubbio metodico di cartesiana memoria spara letteralmente e cortesemente il pallone in rete. Gaudio, giubilo azzurro: 1-0. Azzurri, lo sapete che siete in vantaggio contro i bi-campioni in carica? 
Gli azzurri lo sanno bene, le Furie Rosse decisamente meno. E continuano con la serie di quaranta-cinquanta-sessanta-centottantanove-trecentosedici passaggi che però portano a nulla. Gli azzurri, rompono la trama di passaggi e si ributtano in avanti. Giaccherini s'inventa addirittura una rovesciata in area degna di miglior fortuna e di più attento arbitraggio. Gli capita anche un bel destro a giro che scalda le mani di De Gea. 
Le Furie Rosse si chiedono come arginare questi scatenati francesi: qualcuno li avvisa tardi che stanno affrontando degli italiani. Gli azzurri sono certamente la "Peggior squadra", ma nel senso di essere il peggior cliente della Spagna. L'allenatore della Spagna, il baffuto marchese Del Bosque, assiste silenzioso alla partita. Di solito non si scompone mai, ma certo intuisce tutta la difficoltà della squadra. Nel secondo tempo corre ai ripari, ma sono ancora gli azzurri a fargli rizzare i baffi quando il tranquillo Eder parte come un missile palla al piede verso la porta spagnola. Difesa iberica quasi statica, tocca ancora a De Gea chiudere la porta.
Passano i minuti, gli azzurri scendono inevitabilmente di tono. De Rossi è costretto a lasciare il campo dolorante, e le Furie Rosse danno maggiore intensità alla trama di passaggi. Il centrocampo azzurro cede leggermente ma la difesa è salda. Gli spagnoli iniziano ad impensierire Buffon che ringrazia, visto che iniziava a sentirsi escluso. Poca roba, un palo in fuori gioco, una voleè di Iniesta e un piattone di Pique. 
Vista la situazione, Conte opta per un cambio. Fuori il bravo e spremuto Eder, dentro Insigne. E qui si capisce che Italia-Irlanda ha dato le indicazioni giuste. Appena entrato Lorenzo il Magnifico, fa alzare più repentinamente i baffi di Del Bosque. Le Furie Rosse vanno in bambola, ma trovano ancora quasi a tempo scaduto un guizzo in avanti quanto una zampata di Piquè potrebbe pareggiare i conti. Ma Buffon è immenso, si distende come e meglio dell'Uomo Ragno salvando il risultato. 
Sul ribaltamento di fronte Giacchierini, Thiago Motta e Insigne fanno gli spagnoli per quattro-cinque tocchi incantando perfidamente gli avversari. Poi, hop, da sinistra Insigne ribalta l'azione verso Darmian lasciato tranquillo, solitario y final dalla difesa spagnola. La quale accorre con il cambio lasciato in folle, mentre Darmian rifinisce l'azione per Pellè che cortesemente insacca. 
Gli Spagnoli sono battuti, per loro probabilmente finisce un ciclo. Lungo, vincente ma finito. Per gli azzurri è una partita storica: difficile ritrovare un altro momento in cui la Nazionale batte un campione in carica. Partita epica: gli spagnoli per lunghi tratti sono stati calcisticamente presi a ceffoni. Le sfuriate Furie Rosse hanno dovuto cedere alla Furia Azzurra.
Prima della partita, si sapeva che la vincente avrebbe affrontato la Germania, campione del mondo, nei quarti. Se fosse toccata alla Spagna, sarebbe stata una resa dei conti, altrettanto sentita visto i frequenti incontri fra le due nazionali. Invece sarà Italia-Germania e sarà "La Battaglia dei Giganti". Furia Azzurra contro Truculenza Teutonica. Il confronto non potrà che essere epico...  

Emanuele M. Cattarossi