Giovedì 23 giugno nel Regno Unito (ossia Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del Nord) e a Gibilterra ti terrà una consultazione referendaria che avrà il seguente quesito: «Il Regno Unito dovrebbe restare un membro dell'Unione europea o dovrebbe lasciare l'Unione europea?». Consultazione referendaria delicatissima su un tema fin troppo chiaro: dentro o fuori l'Unione Europea?
La stampa è riuscita gentilmente a fornire un termine portatile per l'avvenimento: Brexit, ossia British + Exit. Ben poca fantasia nel coniare il termine, se pensiamo che il termine è mutuato dal precedente Grexit, ossia la paventata uscita dalla Grecia dall'Unione Europea. Poca fantasia e qualche sprecisione, in quanto British è riduttivo come termine se la consultazione riguarda l'intero Regno Unito. La Scozia non è British, ma Scottish; il Galles, sarebbe Welsh; l'Irlanda del Nord si potrebbe dire Irish, se la vicina Irlanda non fa obiezioni. E ancora si dovrebbe notare che queste sono le mutuazioni inglesi di termini che nel loro idioma nativo suonerebbero diversamente. Ma serve a rendere l'idea di quanto spreciso sia il termine Brexit. Semmai per salvare capra e cavoli si poteva utilizzare UKexit, ma vogliamo mettere la musicalità di Brexit...
Ancora più interessante notare il fiato sospeso che tutto il mondo, o almeno i potentati di Bruxelles, sembrano avere per questo referendum. Pro e contro Brexit, l'evento pare di portata storica, rivoluzionaria, quasi epica. Lo studioso ascolta pazientemente il tutto, quindi inarca un sopracciglio. Poi si alza, controlla un paio di testi per sicurezza, mai che si fosse letto male. Fatto ciò torna a sedersi e racconta qualche storia. Serve però una necessaria precisazione: la Brexit non è niente di nuovo sotto il sole. Sotto certi aspetti, gli Inglesi hanno avuto ben più di una Brexit. A volte subite, a volte da loro stessi impostate. Di certo, niente di epocale semmai un utile dinamica nel tempo di una nazione decisamente particolare.
Brexitus

Come detto di Brexit se ne trovano diverse nella storia. Forse la prima appartiene ai Romani, che il Regno Unito lo chiamavano Britannia. I Romani vi fecero la prima comparsa con Giulio Cesare, il quale ebbe a magnificare la sua impresa ma che in realtà si ridusse a due spedizioni (55-54 a.c.): una fallita per il naufragio della flotta, la seconda limitata allo stabilimento di rapporti "clientelari". I Britanni non se lo immaginavano ma l'Impero Romano faceva molto Unione Europea. Fu il più mite e dimesso imperatore Claudio a pianificare una prima conquista del sud della Britannia nel 43 d.c., in seguito toccò ad Agricola, governatore dell'isola, estendere tra il 77 e l'84 il dominio romano pare anche in Scozia. Dopo Agricola, i Romani decisero per la Scot-exit, ritirandosi su una linea basata sull'istmo del Forth-Clyde. Poi l'imperatore Adriano nel 122, decise per la Forth-Clyde-exit, arretrando il confine romano sul famoso Vallo che dell'imperatore portava il nome. Ma nel 142, l'Imperatore Antonino Pio, forse sulla spinta di referendum, riportò la frontiera sulla linea del Forth-Clyde erigendo anche lui un Vallo con il suo nome. Ma tra il 163-164, contrordine: si tornava sul Vallo di Adriano. Finita qui? Niente da fare, tra il 208 e il 211, l'imperatore Settimio Severo decise che per quieto vivere era meglio per Roma riconquistare tutta l'isola. La campagna iniziò bene, ma Settimio morì a Eboracum, oggi York, e il figlio Caracalla, nel pieno rispetto dell'idea paterna, decise di fare dietro-front e di tornare al Vallo di Adriano. Sta di fatto che le popolazioni del luogo, guardavano le legioni andare avanti e indietro scuotendo il capo, e forse lì cominciarono a pensare che quelli venuti dal continente non avevano poi le idee molto chiare.
I Romani, viste le sempre più violente incursioni di barbari germanici, provarono a schiarirsi le idee verso la fine del IV e gli inizi del V secolo. E così fu Brexit: le legioni romane si spostarono in Gallia, e le popolazioni del luogo dovettero badare a se stesse quando già si profilavano all'orizzonte le navi degli Angli e dei Sassoni. Si verificò così una nuova Brexit, con le popolazioni celtiche della Britannia a trasferirsi in Bretagna. Nel caos del periodo Tardo Antico le sperimentazioni apparivano all'ordine del giorno.
Ah questi tedeschi...

Giovanni Plantageneto re d'Inghilterra doveva aver pensato così a Chinon il 18 settembre 1214. Dopo aver subito una serie di sconfitte dai francesi, Giovanni contava sull'appoggio imperiale per ristabilire la situazione generale. E invece nella domenica di Bouvines, il 27 luglio 1214, Filippo Augusto di Francia aveva inflitto una sconfitta decisiva all'imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, Ottone IV di Brunswick.
Dopo la Brexit romana, erano passati circa cinque secoli prima che la medievale Unione Europea riportasse l'Inghilterra nella sua orbita. Ci avevano pensato i Normanni, e più precisamente Guglielmo duca di Normandia a farlo. Ad Hastings, nel 1066, il partito No-Euro guidato da re Harold aveva provato a far sentire le proprie ragioni ma non ci fu verso. Battuto e ucciso Harold, Guglielmo divenne re d'Inghilterra e umilmente passò alla storia come "il Conquistatore", per la rabbia di molti altri che ci tentarono in seguito fallendo, Napoleone e Hitler in testa. In questa maniera il regno d'Inghilterra tornò nell'orbita europea in virtù del ducato di Normandia.
Le cose parvero andare bene per un paio di secoli, fin quando i sovrani francesi non iniziarono un lento processo di unificazione nazionale. Processo che iniziò ad interessare anche i possedimenti di Normandia, per i quali il Re d'Inghilterra risultava feudatario del Re di Francia. S'aggiunga poi che Giovanni Plantageneto manco di attenzione verso i suoi domini di Normandia, cosa che sposto i cuori degli abitanti verso il re di Francia. Quest'ultimo graziosamente occupò la Normandia nel 1204, una moderata Brexit medievale.
Giovanni provò dieci anni più tardi a riscattarsi alleandosi con Ottone IV di Brunswick, Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico e suo parente, e a Ferdinando conte di Fiandra contro Filippo Augusto re di Francia. Coalizione di forze interessante, ma strategia lenta e indecisa. Così Filippo Augusto, il 27 luglio 1214, travolgeva l'esercito imperiale a Bouvines. La sconfitta di Bouvines risultava decisiva per il conflitto: Ottone IV cedette il titolo imperiale a Federico II e Giovanni Plantageneto fu costretto al trattato di Chinon il 18 settembre 1214.
Il trattato di Chinon fu una Brexit in piena regola: Giovanni Plantageneto dovette cedere alla Francia i possedimenti della corona a nord della Loira ossia Berry, Turenna Maine e Angiò oltre ad un indennità di 60000 lire. Gentilmente Filippo Augusto lasciò a Giovanni i possedimenti di Aquitania mentre la storia consegnò al sovrano inglese il soprannome di "senza terra". Meno gentili furono i baroni inglesi che prima fecero tecnicamente notare a Giovanni di aver bruciato in Francia le loro rendite e in seguito decisero di cautelarsi facendo firmare al sovrano un certo documento, poi chiamato Magna Charta.
Cent'anni d'indecisione...

Ogni volta che una linea di successione s'interrompe sorgono problemi: eredità, litigi, chi ha diritto a cosa. Figuriamoci poi se di mezzo c'è un regno intero.
Nel 1328 in Francia muore senza eredi Carlo IV detto il Bello, ultimo della dinastia capetingia. Gli succede Filippo di Valois, figlio di Carlo di Valois, fratello di re Filippo IV il Bello, padre di Carlo IV. Un cugino insomma. Con Filippo ha inizio per i Re di Francia il ramo Valois, che durerà fino alla fine del cinquecento. Filippo diviene così Filippo VI, vi era stato anche un Filippo V detto "il Lungo" figlio di Filippo IV, e viene soprannominato "il Fortunato". Dubbia fortuna, visto che Edoardo III d'Inghilterra rivendica la corona francese. Per intendersi, Edoardo è figlio di Edoardo II e di Isabella, figlia di re Filippo IV e sorella di Carlo IV. Un nipote insomma. Tecnicamente un pochino più vicino a Carlo IV rispetto a Filippo di Valois. Ma siccome altrettanto tecnicamente i francesi non ne volevano sapere di un sovrano inglese, si misero a rispolverare la Legge Salica, che teneva ben fuori dalla successione il ramo femminile.
Ne risulta che se i francesi lo chiamano escamotage gli inglesi più pragmaticamente lo indicano come trick e constatano che la Brexit avviene anche per vie femminili. Scoppia così la Guerra dei Cent'Anni, in cui gli Inglesi sono ben decisi a far parte dell'Europa. I Francesci invece... non avevano del tutto le idee chiare. Certo non volevano un re inglese, ma a Crecy nel 1346 e ad Azincourt nel 1416 concedono due sfolgoranti vittorie agli Inglesi, ossia disastrose sconfitte per loro. Che i Francesi non avessero idee chiare se ne accorsero anche Ungheresi e Ottomani a Nicopoli nel 1396: la scriteriata carica della cavalleria francese produsse la rovina dei primi e la vittoria dei secondi.
Gli inglesi ringraziarono inizialmente i francesi per la gentile concessione di quasi metà della Francia e in seguito Shakespeare immortalò Azincourt nel suo Enrico V. Ma poi fu la Giovanna nazionale di Francia ad iniziare da Orleans la campagna pro-Brexit. E gli inglesi corsero tardi ai ripari contro di lei, la Brexit era dietro l'angolo: a Formigny nel 1450 e a Castillion nel 1453 si formalizzò lo sfratto dal continente. Gli Inglesi rimasero in possesso soltanto di Calais e scoprirono in casa loro i disagi di una guerra di successione. Cominciata tra Plantageneti e Valois, una Brexit lunga cent'anni parve risolversi tra York e Lancaster...
Splendidi isolamenti, alti profitti...
Fatti accomodare gentilmente fuori dal continente europeo, gli inglesi scoprirono nel Cinquecento che starne fuori aveva i suoi vantaggi. Merito di Colombo che convinto di andare in India si trovo di mezzo le Americhe; merito di Vespucci che capì che forse la cartina del mondo andava cambiata un pelo; merito di Magellano che del mondo fu il primo a farne un giro completo. E merito dei sovrani inglesi che dettero lo start alle loro navi manco una gara clandestina in autostrada.
Detto fatto, a fine cinquecento, gli Inglesi battendo l'Invicible Armada iniziarono ad acquisire la superiorità navale sugli oceani. Rintuzzati in seguito Olandesi e Francesi, la Royal Navy assunse tra seicento e settecento un dominio indiscusso sui mari. Con la Guerra dei Sette Anni (1758-1765) gli Inglesi inaugurarono con largo anticipo su altre potenze un impero coloniale mondiale.
Nel settecento, l'Inghilterra era rientrata in una certa qual maniera ad interessarsi del quadro politico continentale partecipando alle Guerre di Successione Spagnola (1701-1714) e Austriaca (1740-1748) oltre alla citata Guerra dei Sette Anni. Gli antagonisti degli inglesi manco a dirlo erano ancora i francesi. Ri-manco a dirlo nuove questioni dinastiche. Ma la vittoria nel quadro strategico generale di un secolo andò all'Inghilterra.
La Francia penso di aver ottenuto una rivincita nella guerra d'Indipendenza americana (1775-1783), ma si ritrovò con casse vuote, economia in dissesto e qualche lieve problema d'ordine interno. La soluzione del problema venne individuata prima bombardando la Bastiglia il 14 luglio 1789, poi dichiarando la Repubblica il 21 settembre 1792, quindi decapitando re Luigi XVI il 21 gennaio 1793. Spersa tra movimenti rivoluzionari, spasmi sanculotti, utilizzo ossessivo compulsivo della ghigliottina, Direttori più o meno compiacenti, l'esperienza rivoluzionaria francese ebbe una prima conclusione il 18 brumaio 1799 (9 novembre 1799) con la cortese entrata nell'Assemblea di Napoleone Bonaparte sotto scorta di un centinaio di granatieri.
Iniziava l'Impero Francese e agli inglesi ci vollero quindici anni ben cinque coalizioni con potenze continentali europee per aver ragione di Napoleone. Alla fine, il 18 giugno 1815 si giunse a Waterloo. Mentre Napoleone iniziava il tragitto che lo doveva condurre a Sant'Elena, la sera di quella giornata l'inglese Wellington e il prussiano Blucher incontrandosi ebbero un momento di deja-vu. Pare che entrambi pensassero: "ma dove l'ho già visto?". Qualcuno provò a suggerire Bouvines, ed entrambi convennero che poteva darsi anche se a risultato invertito. Ritornati ai rispettivi stati maggiori, Wellington commentò "ah, questi tedeschi..." e Blucher "ah, questi inglesi...".
Nel frattempo a Vienna si era riunito il Congresso di tutte le potenze continentali per ridiscutere l'assetto europeo nel dopo-Napoleone. Sentendo puzza di Unione Europea, il ministro degli Esteri Castlereagh giocò abilmente le sue carte scoprendo i vantaggi della Brexit: preservò l'impero coloniale inglese, disse di si a tutti senza convinzione, propose incontri di coordinamento tra le varie potenze europee e se ne torno in Inghilterra riconfermando al paese una comoda posizione di dominio mondiale. Così mentre Russia Austria e Prussia facevano i gendarmi in Europa con la Santa Alleanza, l'Inghilterra sviluppava industria, ferrovie, commerci e tante altre belle cose. Ogni tanto agli inglesi servì impegnarsi militarmente come a Navarino nel 1827 dove in collaborazione con francesi e russi annientò la flotta egiziana, oppure nella Guerra di Crimea (1853-1856) giusto per tenere a bada i Russi.
Poi in Europa vennero prima le rivoluzioni del 1848, poi il secondo impero Francese (1851-1870), quindi l'unificazione tedesca del 1871. "Ah, questi tedeschi..." pare si dicesse nel governo inglese, però senza farsi sentire dalla regina Vittoria (1819-1901) che chiamava come suo nipote Guglielmo II (1859-1941), Kaiser di Germania, in quanto nonna materna. Visti i buoni risultati di tenersi fuori dalle beghe europee, si decise per accentuare la Brexit denominandola "Splendido Isolamento". Ovvero la politica estera venne instradata su binari che evitarono qualunque coinvolgimento nei conflitti europei per puntare allo sviluppo della potenza coloniale e commerciale dell'Impero.
Non poteva durare a lungo. Ben presto, i tedeschi provarono sfidare gli inglesi per il dominio mondiale. "Ah, questi tedeschi..." si mormorò a Londra prima iniziare i contatti con Parigi e Mosca, riprendendo così la via del continente
Sigle, trattati, scambi e porte girevoli.

Tra gli anni ottanta e novanta, nella scuola italiana non era difficile nel programma di Geografia trattare più o meno brevemente di accordi di mutua cooperazione tra stati europei. Una sfilza di sigle a ben vedere: la CEE, Comunità Economica Europea;il COMECON, Consiglio di mutua assistenza economica; l'AELS, Associazione europea di libero scambio conosciuta però come EFTA European Free Trade Association. Alla CEE, fondato il 1° febbraio 1958 da sei stati (Italia, Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo e Germania Ovest) si contrappose il COMECON, formato dagli stati comunisti dell'Europa Orientale fin dal 1949. In mezzo l'EFTA, fondato con la Convenzione di Stoccolma il 3 maggio 1960 per costituire un alternativa a quei paesi che non volevano o non potevano entrare nella CEE. L'EFTA venne fondata da sette stati: Austria, Danimarca, Norvegia, Portogallo, Svezia, Svizzera e Regno Unito. Gli inglesi, ridimensionati pesantemente dai due conflitti mondiali e dal disfacimento del loro impero coloniale, tornavano così nelle dinamiche continentali. Ma a modo loro tenendosi in un primo momento lontani della triade Francia-Germania-Italia. Nella CEE, il Regno Unito vi entra nel 1973. Il 7 febbraio 1992, fa parte dei dodici stati che firmando il Trattato di Maastricht costituiscono l'Unione Europea. Ma subito dopo gli inglesi, iniziano a notare qualcosa che non funziona. Nell'estate 1992, una forte crisi speculativa mise in grossa difficoltà la Lira italiana e la Sterlina inglese mentre in quel frangente risultò essere la moneta tedesca, il Marco, a beneficiare di una forte rivalutazione. "Ah, questi tedeschi..." fu il commento sentito passeggiando a Trafalgar Square. E di nuovo s'agitò la Brexit. Sta di fatto che nel settembre 1992, Regno Unito e Italia annunciarono l'uscita delle monete nazionali dal Sistema Monetario europeo. L'Italia vi rientrò qualche anno più tardi. Gli inglesi rimasero fermi ad un cortese "No, thank you", ribadito ancora più cortesemente al varo il 1° gennaio 2001 dell'Euro.
Resta così una situazione ibrida: dentro come Unione Europea, fuori come moneta nazionale. Nel frattempo inizia la crisi economica e si assiste in tempi più recenti alla cannibalizzazione della Grecia tra il 2014 e il 2015. E neanche troppo velatamente c'è di nuovo la mano della Germania, guidata da frau Merkel. Sulle bianche scogliere di Dover gli abitanti del luogo osservano dubbiosi l'Europa al di là del canale. "Ah, questi tedeschi..." si sente mormorare, preparandosi al referendum di giovedì 23 giugno...
Emanuele M. Cattarossi